17 novembre 2011

Viaggio in Guatemala 1-8 ottobre 2011

Come facciamo spesso, vogliamo che il Guatemala venga raccontato non da noi, ma da chi lo conosce bene o lo scopre per la prima volta. Quello che segue è lo scritto di Lorenzo Buratti, ingegnere di Pavia che per una settimana ci ha accompagnato nell’ultimo viaggio in Guatemala fatto ad ottobre.
Le sue sono impressioni, punti di vista, domande e una proposta finale.
Buona lettura a tutti!!!!

Viaggio in Guatemala 1-8 ottobre 2011
di Lorenzo Buratti
Mi butto improvvisamente nello scrivere, di getto, senza avere precisa coscienza di ciò che verrà nel seguito. Probabilmente sarà qualcosa di molto sgrammaticato e mal scritto ma la speranza è che l’emozione possa esservi presente in modo diretto e sincero. Come e cosa scrivere di quest’esperienza?...non è certo facile. Le emozioni vissute sono molte e, anche a distanza di qualche tempo -in verità un solo mese-, il loro ricordo resta scolpito con forza. Il ricordo è nitido e le emozioni indelebili ma quanto sono distanti, sia nello spazio che nel tempo, la magia e la realtà viva di quei momenti? Purtroppo il ritorno alla “normalità” delle solite occupazioni-preoccupazioni di ogni giorno, con il lavoro, i ritmi iper-accelerati ed il continuo inseguimento dell’istante nella sua molteplicità complessa, a cui siamo abituati qui, nel nostro cosiddetto mondo sviluppato, hanno la spietata capacità di allontanare e sublimare la realtà delle esperienze passate, quasi per pudore e vergogna nell’ammettere che possano esistere realtà “altre”, e finendo per relegare l’esperienza in una dimensione quasi onirica. Solo le foto e la forza di volontà aiutano a riafferrare l’intensa realtà di quanto vissuto. Ciò che voglio provare a descrivere non sono affatto la commozione, il senso di impotenza, la rabbia per l’ingiustizia, la pietà che inevitabilmente si provano – ed in parte ho provato – di fronte alle condizioni di povertà estrema del Poshte, alle sfortunate vicende delle donne della cooperativa dello shampoo ed alla sciaguratezza delle bimbe dell’hogar….tutto questo certo esiste ma svanisce ancora prima di essere percepito a pieno….ciò che voglio tentare di raccontare è quanto di incredibile, meraviglioso ed inaspettato ci si trovi a ricevere proprio da quelle persone che si immaginava di dover “semplicemente” andare ad aiutare. Questa inattesa ed apparente inversione dei ruoli credo non sia causata dalla soddisfazione che deriva dall’aver aiutato (per altro, nel mio caso, dove starebbe l’aiuto?) oppure come riflesso della gratitudine espressa dalla persona aiutata. Probabilmente è qualcosa di realmente inatteso e spiazzante che si verifica poiché vengono disattesi tutta una serie di preconcetti e luoghi comuni ben radicati che in passato sono stati divulgati dai pionieri del puro assistenzialismo, enti ed organizzazioni, fermamente barricati sulle posizioni che li vedevano, nel proprio operato, inchiodati al meccanismo del “dono” e su posizioni di aprioristica superiorità a 360°. In sostanza l’impressione è che in quest’esperienza è infinitamente di più ciò che ho ricevuto piuttosto che ciò che ho dato. Sono anche certo che ciò è stato possibile solo per il fatto che gli incontri con le persone sono stati dei reali momenti di contatto umano e tutto questo è stato possibile solo grazie allo speciale rapporto che l’associazione AINS ha deciso di stabilire con i suoi “beneficiari” (parola che personalmente trovo orribile!), diretto e duraturo, decidendo di concentrare i propri sforzi su realtà più circoscritte, con il valore aggiunto di poter conoscere per nome una ad una (o quasi!) tutte le persone raggiunte dai progetti. Cerco di dare un po’ più di concretezza a questi discorsi parlando di quanto visto e provato di persona. Di certo posso dire di non conoscere neanche l’1% del Guatemala. In effetti non conosco molto neanche l’Italia, nonostante ci viva da 29 anni?....ma questo è poco importante. Di italiani ne conosco abbastanza, di tutti i tipi, e di guatemaltechi ne ho incontrato (dire “conosciuto” sarebbe un po’ eccessivo ) appena qualcuno. Nonostante i guatemaltechi conosciuti siano pochi e appartenenti a poche categorie, noto che alcune differenze sono subito piuttosto evidenti. Forse l’unico che posso dire di conoscere “abbastanza” è Alvaro…ma non serve un genio per capire che Alvaro è una persona che si può definire quanto meno “particolare” o, più semplicemente, “speciale”. La cosa che mi ha stupito più di tutte ed è un po’ la maggior differenza – senza generalizzare – tra il guatemalteco e l’italiano (anche se, per limitata esperienza personale, direi vale anche tra brasiliano ed italiano) è l’ attiva fiducia nel futuro che caratterizza il primo e manca totalmente nel secondo. E’ realmente destabilizzante ed annichilente notare una simile forza, calma, perseverante, sicura, quasi mistica…che fa vivere queste persone nella speranza reale di un futuro migliore. Ma non si tratta di ottimismo inoperoso ed inconsistente. E’ supportato da volontà forte ed azione. Quasi tutti credono e si adoperano per costruire questo futuro migliore per se, la propria famiglia e la propria comunità. La differenza con la situazione italiana (e, immagino, delle altre economie occidentali in crisi economica, di identità e di valori) è percepibile con banale immediatezza. Mi viene da descriverla come una realtà “inchiodata”, fermamente bloccata ed immobile, avvitata su se stessa e che si sostiene solo grazie alla caparbia difesa delle rendite e dei privilegi di sempre, storicamente acquisisti. Insomma: senza futuro. Qui le persone, i giovani soprattutto, respirano quest’aria ogni giorno. Come immaginare il futuro? Quali prospettive? Cosa fare per trovare i propri spazi? Perché nessuno crede in loro davvero e lavora per aprire loro opportunità, visto che con le loro sole forze non fanno che sbattere contro muri invisibili o immaginano fughe all’estero? Le persone (soprattutto le donne) incontrate in Guatemala, a dispetto di un indole pacata e tranquilla, mi sono sembrate molto determinate e, in generale tutti, sembrano avere ben chiare le proprie priorità ed i propri valori. E’ disarmante vedere nel documentario di El Poshte come bambini di 8 anni abbiano già chiare quali sono le cose che ritengono importanti nella vita e quali le proprie aspirazioni future, mentre qui da noi è del tutto normale arrivare a 30 e non aver capito ancora niente!!! La giornata trascorsa all’hogar insieme alle bambine di Mazatenango rappresenta per me il massimo per quanto riguarda l’intensità dell’esperienza e la dimostrazione certa del fatto che immaginando realtà e situazioni da qui, prima di farne diretta esperienza, si è completamente confusi e sviati da preconcetti privi di fondamento - che sono forse una sorta di meccanismo di autodifesa della supposta superiorità del nostro modello occidentale -. Infatti le premesse sulla situazione ed il vissuto delle bambine sono qualcosa di veramente terribile: storie di situazioni famigliari indescrivibili per la loro bassezza, racconti di violenze da far accapponare la pelle, la più sconfinata miseria materiale. Insomma, praticamente quanto di più impressionante immaginabile, in grado di toccare e portare alle lacrime il più cinico dei cuori di pietra. E poi, ad appena cinque minuti dal primo incontro con loro…noi, adulti mai visti prima, arrivati da un paese lontano, che parlano un'altra lingua, con strana barba e riccioli…una sorpresa davvero indescrivibile a parole: fiducia ed affetto sconfinati, reciproci; parlare, giocare, stare insieme come se ci si conoscesse da sempre; certezza di una felicità ed una serenità letteralmente inimmaginabili per delle creature con alle spalle un passato così travagliato ed un presente così particolare. E’ stato davvero un incontro magico e devo confessare che ogni giorno il mio pensiero vola più e più volte all’hogar, per ricordare i sorrisi e le voci di ciascuna delle bambine e per immaginare il momento in cui (spero accada il prima possibile!) tornerò là e potrò incontrarle di nuovo. Sicuramente in quell’occasione piangerò dalla felicità. L’unico rammarico è non aver imparato tutti i loro nomi! Ma credo e spero si possa rimediare in tempo utile grazie alle foto! Oltre a questa sorpresa, l’esperienza dalle bambine mi ha fatto anche riflettere su quanta infelicità esista nei bambini che vediamo attorno a noi qui in Italia, nonostante vivano in situazioni di (eccessiva!) abbondanza a livello materiale. Sembra che gli adulti (perché la colpa non può che essere loro) facciano di tutto per crearsi problemi e sofferenze barricandosi dietro egoismi personali e futili problemi di coppia che inevitabilmente si riflettono sulla serenità e felicità dei loro figli. Quando conosci direttamente simili situazioni di bimbi e famiglie italiane infelici e hai sperimentato quanta gioia di vivere e serenità in più abbiano, contro ogni apparenza, le bambine di Mazatenango, ti rendi conto dell’egoismo e della pochezza in cui spesso viviamo. Finisco. Forse sbaglio ed ho immaginato tutto per qualche mia strana distorsione mentale…ma è proprio ciò che più mi ha colpito e mi è sembrato di percepire. Erano tutti semplicemente felici per il fatto di ricevere una visita da così lontano? Certo la felicità e la gratitudine c’erano ed erano veramente qualcosa di toccante e commovente. Ma non era solo questo… .Forse alcuni contesti sono così schiacciati dalla povertà e dalle condizioni di vita disperate (penso alle giornate di salute a cui non ho partecipato) che questo spirito positivo e questa forza per cercare un po’ di miglioramento non trovano posto? Forse la “magia” avviene solo dove arriva l’appoggio da parte nostra (il progetto) che, dimostrando di credere in loro e nella capacità di autorganizzazione del gruppo e fornendo loro la possibilità di scegliere su cosa e come investire, va a mettere in moto una reazione a catena di meccanismi virtuosi che amplificano sempre più la determinazione e la fiducia delle persone? Si, probabilmente esiste anche questo, ed è uno dei motivi per cui bisogna fare cooperazione e farne sempre di più…ma, a questo punto perché non vogliamo/riusciamo a fare cose simili anche a casa nostra? Io credo che la differenza di mentalità esista ed è il vero tesoro di cui si va in cerca quando ci si muove da qui per operare in quei contesti. Il sogno sarebbe quello di riuscire a portarne qui da noi un pallido riflesso, un barlume di speranza per le persone tiepidamente cullate nel benessere ed inebetite davanti alla TV, ridotte quasi esclusivamente al loro ruolo di consumatori. Io credo che più persone possano fare simili esperienze nella propria vita più possa esserci vero sviluppo per tutti. Infatti, forse, quelli che più necessitano della cooperazione siamo proprio noi. Quasi tutti i problemi del mondo li abbiamo infatti generati noi, partono da noi. E’ davvero quello attuale il modello che vogliamo esportare? Credo che abbiamo bisogno di cambiare noi per primi il modello di sviluppo, al più presto, perché solo dal nostro cambiamento può nascere il miglioramento immediato delle condizioni di vita di tutti. Ma come e cosa fare? Forse abbiamo perso qualcosa lungo la via…e allora perché non tornare a vedere il mondo non ancora a cavallo dalla locomotiva impazzita della crescita a tutti i costi? E da lì ricominciare.











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