23 ottobre 2013

Pavia racconta l'America Latina

PAVIA E' stata la giornalista di Avvenire Lucia Capuzzi, autrice di “Coca Rosso Sangue. Sulle strade delle droga, da Tijuana a Gioia Tauro” (San Paolo), la prima ospite di “PavAmerica. Storie di persone, storie di progetti”, la rassegna di incontri lungo il filo conduttore dell'America Latina, organizzata da una rete di associazioni e realtà pavesi capitanate da Ains onlus, che si è aperta venerdì 18 ottobre alle 21 al Collegio Universitario “Senatore” (via Menocchio 1). «A Pavia si parla poco di America Latina e Centro America, così abbiamo pensato di organizzare questa serie di incontri per parlare di questa parte di mondo tra aspetti negativi e lati positivi – dice Ruggero Rizzini di Ains, che da anni sostiene progetti in Guatemala - Intorno a noi si sono aggregate una serie di realtà che, direttamente o indirettamente si occupano di America Latina: Ad Gentes, La Piracanta, la Curia Vescovile di Pavia, il Balancin, Italia-Cuba, La giostra del sorriso, librerie Paoline, Collegio Senatore, e Centro Servizi Volontariato della Provincia di Pavia». Ad aprire il ciclo è stata Lucia Capuzzi, giornalista dal 2004 che, dopo un'esperienza al Tg Leonardo della Rai è approdata alla redazione Esteri del quotidiano Avvenire, dove tutt'ora si occupa di questioni latinoamericane. «"Per lavoro nel 2008 ho iniziato a imbattermi in una serie di stragi che riguardavano il Messico e ho realizzato il fatto che non si trattava solo di episodi slegati, ma di una vera e propria guerra non dichiarata per il controllo della cocaina, che negli ultimi anni ha ucciso 100 milioni di persone – dice Capuzzi – Così ho maturato il desiderio di rendermi conto di persona di cosa stava accadendo in Messico, di andare a vedere come sopravviveva a questa realtà la società civile e di capire se si trattava davvero di una guerra solo messicana oppure riguardava anche noi, l'Italia e l'Europa tutta». Per trovare la sua risposta, la giornalista è partita alla volta del Messico, di cui ha girato le zone “calde”, raccogliendo informazioni e testimonianze di decine di persone, “pescate” in mezzo alla gente comune. Dai residenti di Juárez che si organizzano in gruppi di autoaiuto per resistere alla violenza, ai migranti latinos vittime dei sequestri, alle ragazze violentate e alle madri dei desaparecidos, ma anche giornalisti, sacerdoti, vescovi e poliziotti. «"La conclusione è che la narcoguerra messicana riguarda l’Italia e gli italiani molto più di quanto si pensi – continua Capuzzi - non solo perché i narcos fanno affari con la ‘ndrangheta che poi reinveste i guadagni di questi traffici in attività dell’economia “lecita”, ma anche perché ad attivare il narcomercato messicano e mondiale, con le violenze connesse, è proprio la domanda di cocaina che arriva dall'Europa, con l'Italia tra i principali consumatori».

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