11 dicembre 2015

In Birmania il regista pavese filma il matrimonio gay

Il documentario “Irrawaddy mon amour” di Grignani, Testagrossa e Zambelli debutta alla rassegna di Amsterdam e partecipa al Torino Film Festival


PAVIA. Tre registi italiani, di cui uno pavese, raccontano uno dei primi matrimoni gay in Birmania, all’indomani della vittoria di Aung San Suu Kyi alle elezioni legislative – le prime libere dal 1990 – dando voce a una comunità di persone per cui questa svolta democratica vale ancora di più. Sono le lesbiche, i gay, i bisessuali e transgender birmani, che finalmente possono sperare in un futuro diverso nel loro paese, e a loro è dedicato “Irrawaddy mon amour”, il film documentario di Valeria Testagrossa, Andrea Zambelli e Nicola Grignani, quest'ultimo videomaker e videoattivista pavese, classe '77, con un ricco bagaglio di esperienze sulle spalle: a cominciare dalla laurea al Dams di Bologna con una tesi sul cinema cubano, passando per la fondazione del collettivo bolognese Teleimmagini nel 2002, e arrivando ad una lista di riconoscimenti in importanti docu-festival internazionali, che continua ad allungarsi.
Già autori, insieme, di “Striplife” (Italia, 2013, 64') – lungometraggio girato nella striscia di Gaza - i tre registi si preparano in questi giorni a due appuntamenti importanti per il loro “Irrawaddy mon amour”: il primo, il 22 novembre, ci sarà la premiere mondiale all'Idfa di Amsterdam (uno dei più importanti festival internazionali per il genere docu); il secondo, il 25 novembre, sarà la prima italiana al Torino Film Festival.
«Abbiamo voluto raccontare una delle prime unioni gay in Birmania e la coraggiosa scelta dei suoi protagonisti di affermare il diritto di amare, sfidando paure e rischi, in un paese in cui la libertà è stata finora una chimera – spiega Nicola Grignani – L'idea è nata da un viaggio di Valeria Testagrossa nel 2009, quando per caso, dopo essere salita su un camion che trasportava sacchi di riso, si è ritrovata in questo posto sperduto nel cuore della Birmania, un villaggio contadino che vive sull'Irrawaddy, il fiume navigabile da cui prende il nome il documentario. In mezzo a non più di 600 abitanti abita una comunità molto forte di gay, lesbiche e trans, pronti a rivendicare i loro diritti. Una cosa straordinaria, anche pensando al fatto che in quel paese non vedevano uno straniero da vent'anni. Nel 2014, con Valeria e Andrea siamo tornati lì e tra 2014 e 2015 abbiamo fatto le riprese. Adesso ci prepariamo per le due anteprime, non ci aspettavamo un successo così immediato quindi siamo, felici, ma di corsa». E’ attiva anche una campagna di crowdfunding su Indiegogo, raggiungibile digitando irrawaddymonamour.com.
Marta Pizzocaro (La Provincia Pavese, 12 novembre 2015)

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