19 gennaio 2012

Lavorare senza padroni

Lavorare senza padroni
Viaggio nelle imprese "recuperadas" d'Argentina

Autore: Corona Elvira
Nata a Cagliari, dove si è laureata in Scienze politiche prima di conseguire il master in Economia non-profit e Cooperazione allo sviluppo a Ferrara. Giornalista freelance, scrive per testate online italiane e latinoamericane.

Succede spesso che iniziative assunte per stato di necessità poi si trasformino in proposte di grande portata politica.

È successo con il commercio equo e solidale. È successo in Brasile con la rete di economia solidale ed è successo in Argentina con il rilevamento delle imprese da parte dei lavoratori.
Siamo a fine Novecento e in Argentina stanno venendo al pettine tutti i nodi di una politica economica attuata per permettere al capitale finanziario, nazionale e internazionale, di arricchirsi tramite l’abbassamento delle tasse sui redditi alti, le privatizzazioni e l’acquisto a basso prezzo del patrimonio pubblico, la deregolamentazione finanziaria. I ricchi fanno soldi a palate e li esportano all’estero grazie alla libera circolazione dei capitali e a un cambio con il dollaro particolarmente vantaggioso, che però fa perdere competitività alle merci argentine. Tant’è che migliaia di imprese dichiararono fallimento mentre i conti pubblici vanno sempre più in rosso. In breve il paese sprofonda in una grave depressione che provoca una macelleria sociale di proporzioni gigantesche: nel 2001 la disoccupazione rasenta il 30% mentre la povertà sommerge più di metà della popolazione.
La gente scende in strada, grida, protesta, ma sotto il morso della fame capisce che non basta. Non si può restare con le mani in mano in attesa che il sistema imbocchi strade nuove. Nel frattempo bisogna sopravvivere, arrangiarsi come si può per affrontare le emergenze quotidiane. Poteva essere un inferno, la guerra di tutti contro tutti per derubarsi e sopraffarsi a vicenda. Invece avviene il miracolo: la gente capisce che non si vince con l’individualismo, ma con la solidarietà collettiva e si organizza per fare comunità. Nascono le mense di strada, si organizzano gli orti comunitari, si avviano esperienze di baratto, si inventano le monete locali, si strutturano le banche del tempo. Piccole iniziative, di infimo valore economico, ma alto valore sociale, non solo perché garantiscono la sussistenza, ma perché riaccendono la speranza in un futuro più sicuro, più democratico, più sostenibile. Ma soprattutto perché fanno emergere una nuova narrazione che indica una nuova prospettiva politica. Alla narrazione del mercato, che offre come obiettivo l’arricchimento individuale a oltranza, è contrapposta la narrazione del bene comune, che indica come obiettivo una vita degna per tutti. Così nasce la prospettiva di una nuova società e una nuova economia che non ha più come centro gravitazionale il mercato, il denaro, la concorrenza, ma l’autodeterminazione, la comunità, la partecipazione, la solidarietà.
È sull’onda del bisogno e di questa nuova narrazione che varie fabbriche del paese, date per spacciate, sono prima occupate e poi rilevate dai lavoratori, per essere gestite da loro stessi. Così nascono le Ert, acronimo di Empresas recuperadas por los trabajadores, organizzate sul principio della proprietà cooperativa, dell’equa ripartizione degli utili e della democrazia partecipativa. Un modo di fare impresa che dovremmo studiare con estrema attenzione, perché potrebbe aiutare noi stessi a trovare nuove vie per risolvere il problema della disoccupazione e nuove vie per gestire in maniera efficiente e partecipata beni e servizi comuni come acqua, rifiuti, sanità.
Ma l’autogestione argentina riapre anche vecchi dibattiti che la nostra sinistra troppo frettolosamente ha messo in soffitta forse per disperdere le tracce della sua connessione con l’idea socialista, di cui ormai si vergogna. Ma se il socialismo reale se ne è andato, nella maggior parte dei casi cedendo il passo al capitalismo selvaggio, addirittura alla dittatura di mercato come nel caso cinese, la storia ci dimostra che tutte le questioni di principio poste da Marx vanno riprese una per una, perché l’esigenza di voltare pagina oggi è più avvertita che mai. Ce lo dicono le turbolenze finanziarie che minano alla radice la stabilità del sistema. Ce lo dice la crisi ambientale che ormai ha messo una pietra tombale sul mito della crescita infinita. Ce lo dicono gli squilibri paurosi nella distribuzione del reddito, esistenti a livello mondiale e all’interno delle singole nazioni. E non è pensabile che si possa avviare una riflessione seria su altri modelli di società e altre forme di economia senza riaprire la discussione su temi come la natura e la legittimità del profitto, la proprietà dei mezzi di produzione, la programmazione economica, i rapporti di subordinazione fra mercato e politica. Ogni scorciatoia non farebbe che rimandare la discussione su temi che a ben guardare interrogano l’umanità dalla notte dei tempi, ma che l’avvento del mercato ha reso di estrema drammaticità.


Francesco Gesualdi











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