1 novembre 2008

Il seme di Nasiriyah, la speranza dalla tragedia

A cinque anni dall’attentato in un libro la splendida storia di Giuseppe Coletta, una delle vittime

di Daniela Scherrer

Nella prima mattinata di un tragico 12 novembre 2003 le violente immagini di guerra entrano prepotentemente nelle case degli italiani. Un camion bomba colpisce la base di Nasiriyah, in Iraq. I morti sono diciannove, tutti italiani: dodici carabinieri e quattro soldati dell’esercito. Il più grave tributo di sangue dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale. Dolore e rabbia si mescolano nella gente, anche perchè tutte le vittime erano in Iraq per una missione di pace: “Antica Babilonia”. L’intento era quello di ricostruire, di aiutare la gente a ricominciare dopo la Guerra del Golfo. Tra le vittime c’è anche Giuseppe Coletta, carabiniere, un uomo dal cuore grande ma anche gonfio di dolore, che ha scelto di andare lontano per aiutare i padri e le madri a non soffrire per la morte dei loro figli. Lui che ha provato sulla sua pelle lo strazio di perdere il suo Paolo, colpito dalla leucemia. Nel giorno stesso dell’attentato le immagini di tutti i telegiornali che scrutano nel dolore dei familiari delle vittime mostrano una donna che tiene in braccio una bambina di due anni e mezzo e che tra le mani ha il Vangelo. E’ Margherita Coletta, dice a tutti che lei perdona chi ha ucciso suo marito, perchè è questo che insegna Gesù. Quelle parole colpiscono al cuore la gente che ascolta i telegiornali e anche chi, per lavoro, è dietro a un computer e sta scrivendo a raffica per preparare la nuova edizione del giornale. E’ Lucia Bellaspiga, giornalista di “Avvenire”, che si ripromette di intervistare al più presto Margherita per raccontare quella straordinaria vicenda di fede. Così avviene, qualche giorno dopo Lucia incontra la vedova Coletta e tra le due inizia un rapporto di fiducia reciproca destinato a sfociare in amicizia. A tal punto che per cinque anni Margherita rifiuta cortesemente l’approccio con qualsiasi altro giornalista e decide di affidare proprio a Lucia Bellaspiga la storia del suo amore con Giuseppe. Nasce così “Il seme di Nasiriyah”, edito dalla Casa Editrice Ancora, in libreria da pochi giorni, testimonianza di fede e di perdono a meno di un mese dal quinto anniversario dell’attentato. Ne abbiamo parlato con l’autrice del libro, Lucia Bellaspiga, già autrice di altri profili di figure di alto spessore umano, come Carlo Urbani, il medico che sacrificò la propria vita per combattere la Sars.
- Partiamo dal titolo: perchè “Il seme di Nasiriyah”?
“Sono passati cinque anni da quando, a poche ore dalla perdita del marito e col Vangelo in mano, Margherita Coletta ripeteva che Gesù ha detto di perdonare il nostro nemico. Ancora di più ha elaborato il lutto e ha capito che dal dolore doveva nascere qualcosa di grande, facendo sua la frase evangelica “se il seme non muore non dà frutto”. Margherita ha visto nella strage di Nasiriyah questo seme che muore e ha creato l’associazione “Bussate e vi sarà aperto”, che nel nome di Giuseppe ha già salvato la vita a famiglie indebitate, a ragazzi malati, a popolazioni in miseria. Il libro che adesso ha scritto insieme a me è intanto il mezzo per diffondere questo messaggio di speranza e di positività e poi lo strumento per raccogliere tanti fondi, visto che tutti i proventi andranno alla sua associazione. Ora, ad esempio, è stato costruito un grande orfanotrofio in Burkina Faso e il denaro servirà a riempirlo di tutto quanto necessario per farlo funzionare. Ma al di là dei soldi credo che davvero importante sia il messaggio di Margherita, una donna che il giorno della strage parla già di perdono. E aggiungo che questa donna aveva da poco perso il suo bambino di sei anni, morto di leucemia. E allora l’altro grande messaggio che passa è quello della fede. Margherita parla di una sola certezza nella sua vita. Dio non sarebbe Dio se non fosse amore. E se Dio ama non può volere male, quindi Margherita non comprende perchè le mandi queste disgrazie però si affida e ai fida perchè sa che sono per un bene più grande. “Io e Giuseppe siamo ancora insieme –dice Margherita- solo che lui è andato in cielo con nostro figlio, io sono rimasta quaggiù con l’altra figlia. Ma non lo dice nè da esaltata nè parlando da alcun pulpito. E’ una donna normalissima, che a volte mi telefona piangendo perchè le mancano da morire sia il suo bambino che il marito. Non è che non soffra, però si affida e soprattutto non cerca di capire ciò che non si può capire”.
- E’ stato più difficile affrontare il lavoro dal punto di vista umano o professionale?
“Ti aspetteresti forse che ti dicessi umanamente. Invece rispondo professionalmente, perchè non trovavo la chiave per descrivere una storia gigantesca e, nel contempo, piccolissima. Qui non parliamo di un eroe (Giuseppe) e di una santa (Margherita). Parliamo di due persone normali, del Sud, con tutte le grandi difficoltà che hanno dovuto vivere crescendo in un paese piccolissimo, con un amore contrastato, con litigi perchè entrambi avevano un carattere molto forte. Tutto però vissuto in un contesto di amore vero: lei aveva dodici anni e mezzo e lui diciassette quando si sono fidanzati e non si sono mai più lasciati. E’ stato difficile riuscire a rendere lo spessore di una storia senza lasciarsi cadere nella banalità, nell’idealizzazione dei due protagonisti oppure nella retorica del grande amore tipo fiction o telenovela. Bisognava essere asciutti nel raccontare una vicenda senza aggiungere commenti personali. E questa è stata la difficoltà professionale.
Umanamente invece è stato tutto molto facile grazie a Margherita, perchè lei è di un entusiasmo contagioso. Ha solo la terza media, ma racconta la sua storia con una sincerità e una trasparenza che sono davvero trascinanti. Allora se tu come giornalista ti affidi a lei sei a posto. Ed è questo il motivo per cui in copertina, come autrici, figurano entrambi i nostri nomi: è vero che il libro l’ho scritto io ma i contenuti sono tutti suoi. E’ come se ci fossimo sedute insieme al computer: lei che dettava, io che scrivevo”.
- Com’è il rapporto tra Margherita e Maria, la figlia rimasta, che adesso ha sette anni e mezzo?
“Per una donna normale sarebbe stato ovvio parlare di Maria come dell’unica grande forza rimasta. Invece per Margherita non è così. La sua grande forza è il Vangelo vissuto ogni giorno e anche Maria rientra in tutto questo. Poi naturalmente è una madre che letteralmente adora la bambina, anche perchè è l’unica cosa che le resta di Giuseppe e tra l’altro Maria assomiglia molto al papà, ha gli stessi suoi occhi, atteggiamenti identici come la caparbietà. Anche la bambina adora la mamma, come tutti coloro che hanno dovuto fronteggiare una disgrazia è cresciuta molto in fretta, è già una piccola adulta e sa tutto della morte del padre perchè Margherita non le ha mai edulcorato la “pillola”. Il loro è un legame molto forte”.
- Margherita ha perso un figlio e il marito. Ha mai fatto paragoni tra i due tipi di dolore?
“ Io le ho chiesto un giorno se fosse vero che il dolore per la perdita di un figlio supera ogni altro dolore. Mi ha risposto che per lei non è stato così. “Quando ho perso Paolo –mi ha raccontato- ero annientata dallo strazio, però eravamo in due a sostenere questo nostro dolore. Un figlio, se è figlio dell’amore, è parte di entrambi e quando muore in due si reagisce stringendosi ancora di più. Invece quando è morto Giuseppe ho avuto la sensazione di dover sopportare da sola un dolore che era peggio di una montagna caduta sopra di me”. L’unica cosa che ha potuto fare è aggrapparsi alla Croce e da lì è rinata”.
- Quali sono i messaggi forti che speri i lettori riescano a cogliere dal libro?
“Quelli che io stessa cerco di cogliere dal libro e dalle parole di Margherita. Innanzitutto l’invito a non avere paura. Personalmente ho molta paura del dolore, della sofferenza, ho il terrore di ciò che può capitare nella vita e di non essere in grado di superare una disgrazia. Ho conosciuto una donna che ha saputo reggere i dolori più grandi che possano capitare nella vita perchè si è affidata a Qualcuno di più grande. Ecco allora che il messaggio che spero arrivi è quello di non disperare mai nella vita perchè c’è sempre Qualcuno che può sorreggerci nel momento del bisogno. L’altro messaggio è il non vivere per noi stessi. Giuseppe ha cominciato ad andare lontano rischiando la vita dopo la morte di Paolo, ha sentito il bisogno di andare in quei posti dove la gente vive l’inferno sulla terra e dove i bambini muoiono continuamente perchè non ci sono incubatrici, soluzioni fisiologiche nè medicine. Lui da lì scriveva lettere disperate, si faceva mandare camionate di aiuti, organizzava staffette di aerei e camion da ogni parte dell’Europa. Queste erano per lui le missioni di pace. Diceva che doveva fare qualcosa perchè altri genitori non piangessero per la morte dei loro figli. E’ un invito a ricordarsi che il mondo non finisce tra le pareti di casa nostra e del nostro ufficio”.
- Prefazione e postfazione sono affidati a due grandi giornalisti: Toni Capuozzo e Ritanna Armeni...
“Mi dai l’occasione di ringraziare questi due grandi giornalisti: uno è l’inviato di guerra Toni Capuozzo, l’altra è Ritanna Armeni, donna non credente, di sinistra, quindi di posizioni diametralmente opposte. Dopo aver letto il libro ha scritto un testo bellissimo ripetendo tre volte “Io da non credente non avrei mai immaginato che fosse possibile una storia simile.” E Toni Capuozzo scrive: “C’è molto male in giro, ma anche il bene sa essere contagioso”. E’ un po’ la chiave del libro. Anche solo aiutare una persona in crisi fa capire che è valsa la pena scrivere questo libro. E Margherita sta già ricevendo lettere e mail di questo tipo. I giovani non hanno più esempi da seguire: c’è chi vuol fare la Velina, chi si innamora di Fabrizio Corona perchè è il massimo della vita, chi scrive lettere in carcere a Erika e Omar perchè hanno ammazzato e quindi sono eroi. Ma quando tu presenti queste figure esemplari, credimi, alla fine i giovani si innamorano veramente di loro”.

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