6 giugno 2009

In Messico, fra gli immigrati clandestini che sognano il Paradiso Nordamericano

Aspettando la Bestia, il treno dei desperados
di Ettore Mo
il corriere della sera

ARRIAGA (Chiapas, Messico) — L'immigrazione clandestina non costituisce più un reato: così ha stabilito il governo federale del Messico con una legge entrata in vigore l'estate scorsa. Allo stesso tempo le cronache informano che ogni anno 150 mila stranieri vengono inflessibilmente deportati nei Paesi d'origine. Qui, nello Stato del Chiapas inondato da legioni di centro-americani del Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua, il clima è torrido. Tutta questa gente s'è data convegno nella città messicana di Tapachula e, soprattutto, di Arriaga per intraprendere la prima fase del lungo viaggio verso la frontiera settentrionale che si dovrebbe concludere, successivamente, nei paradisi urbani del Nord America: luoghi che si pronunciano con ansia e venerazione, come San Diego, Los Angeles, Las Vegas, Miami, New York. Un sogno che, presumibilmente, solo pochi riusciranno a realizzare. A me, purtroppo, è consentito solo di raccontare le ansietà, la pazienza, gli isterismi, gli scazzi e anche una non vaga sensazione di angoscia nelle ore che precedono la partenza del treno-merci che da Arriaga porta a Ixtepec tonnellate di cemento. Perché il protagonista della vicenda è proprio il convoglio che ormai tutti chiamano La Bestia: definizione che non si merita, data la sua totale e incontestabile innocenza. È infatti l'inconsapevole strumento di una tragedia umana che si consuma ogni giorno sui tetti infuocati dei suoi vagoni: presi quotidianamente d'assalto da migliaia di disperati che strappano un «passaggio» verso il Nord, convinti che solo lì si possa trovare un lavoro e conseguire una minima possibilità di sopravvivenza. Non può quindi sorprendere la tenacia di un ragazzo che sta per ore sotto il sole a una temperatura che tocca i 40/45 gradi in attesa dello sbuffo nero della locomotiva e così giustifica la sua pazienza quando gli chiedi dov'è diretto: «Come tutti gli altri — risponde —, io sto andando dove ci sono i dollari». Insieme al fotografo Luigi Baldelli, ho vissuto per ore l'illusione e l'inquietudine di questi giovani (e meno giovani) emigranti nel momento di avventurarsi verso l'ignoto. La notte dormono accucciati sulle cataste di legno nero o sull'erba nana delle rotaie abbandonate. Nella vicina Casa del Migrante c'è sempre un pasto caldo, ma nessuno ne approfitta, anche se lo stomaco vuoto rumoreggia, per il timore che La Bestia si metta improvvisamente in marcia lasciandolo solo in quello straccio di terra che diventerà il suo Limbo permanente. «Nel mio cervello ormai — dice un ragazzo fuggito da El Salvador — non c'è spazio che per il treno». E automaticamente si porta la mano alla tempia e l'accarezza con le dita come sentisse le vibrazioni dello stantuffo e fosse già in corsa verso la terra promessa. Due guatemaltechi — 34 il primo, 20 il secondo — vorrebbero tornare in California, a Sacramento, da cui vennero deportati solo un anno fa. Ma sono rimasti senza un soldo. «Gli ultimi dollari — confidano — li abbiamo dati ai polleros e ai coyotes che ci hanno aiutato a varcare il confine meridionale del Messico».Ancora più drammatica la vicenda di George che, dopo due anni di carcere, venne deportato dall'Alaska, accusato di violenze domestiche contro la moglie: «Tutta colpa mia — ammette —: vorrei tornare per chiederle perdono, a lei e ai nostri figli. Sono di El Salvador, dove ho combattuto nella guerra civile. Ho raggiunto il Messico attraverso il Guatemala, quasi sempre a piedi. Sono su questo binario da quattro giorni. Ho fame, è vero, ma è meglio morir di fame che perdere questo treno». Come per tanti altri, George ha lasciato il suo Paese per ragioni politiche e sfuggire a un regime che definisce «intollerante, barbaro, oppressivo».L'attuale dramma dell'emigrazione — sostiene Mercedes Osuna, nostra solerte accompagnatrice nei territori del Chiapas — dev'essere attribuito in gran parte alle condizioni socio-politiche dell'America Centrale: ognuna delle sue quattro Regioni è afflitta «dalla povertà e dalla disoccupazione». Opinione pienamente condivisa da Padre Battista Scalabrini (di cui parleremo diffusamente nella prossima corrispondenza), che accusa quei regimi di «costringere la propria gente ad emigrare e se ne lava le mani». Se si parla di frontiere, il presidente dell'Associazione Avvocati del Chiapas, José Manuel Blanco Urbina, ritiene che quella tra Guatemala e Messico sia «molto più pericolosa» di quella fra Messico e Stati Uniti. «Intanto lassù — precisa — c'è molto più controllo che lungo i 970 chilometri del nostro confine meridionale fluviale col Guatemala, filtrabilissimo, coi traghetti che fanno indisturbati la spola tra una sponda e l'altra».Un taccuino, il mio, che s'è riempito in questi giorni di tragedie, grandi e piccole. C'è la storia di Mario Justino Alonzo Miguel, 22 anni, ricoverato all'Albergo Buen Pastor di Tapachula. La gamba destra gli è stata tranciata dal treno in corsa sotto il ginocchio, quando, come tanti altri suoi compagni, era piombato sfinito sulle rotaie. Si era imbarcato sulla Bestia il 29 agosto di quest'anno e sognava di raggiungere la sua famiglia a Los Angeles. Un sogno brutalmente spezzato e infranto nel sangue. Ora sta seduto sulla sedia accanto al suo lettino d'ospedale e racconta senza enfasi e con una certa riluttanza di quel «piccolo» incidente che gli impedirà per sempre di trascorrere un'esistenza normale. Anzi, al contrario, è carico di un sentimento di sfida e di rivincita: che conferma, saltellando sulla gamba «buona», come se niente fosse. «Amico mio — dice stringendomi il braccio con la mano —, ci puoi contare. Io a Los Angeles ci tornerò! La considero la mia città e non c'è alcun altro luogo al mondo dove voglia e possa vivere. Ci andrò anche se mi tagliassero l'altra gamba».Ma c'è pure chi soccombe alla seduzione del sogno americano. A Ciudad Hidalgo, sulla sponda del fiume Suchiate, confine liquido tra Guatemala e Messico, tocca ai ragazzi dei traghetti informarti sul flusso dei turisti o sul traffico, altrettanto importante, delle merci: e nessuno potrebbe escludere che in mezzo a tanta povera gente in cerca di lavoro potrebbero transitare consistenti partite di droga a reciproco beneficio di « drug dealers » di ambedue le contrade e dei barcaioli che, in questo caso, sparano tariffe siderali. Mario Morales, 18 anni, ha cominciato a lavorare sui «gommoni» del Suchiate quando era un bambino di otto e non sembra avere alcun motivo per lamentarsi della propria esistenza. Però il ricordo dell'America è una spina costante nel suo cuore. Ma finora ha sempre respinto l'invito degli zii, che lo vorrebbero di nuovo a Dallas, nel Texas, dove ha vissuto tre anni della propria infanzia. Ai suoi coetanei, increduli e allibiti, che farebbero la strada a piedi pur di sbarcare nel pianeta Usa, spiega con semplicità le sue ragioni: «Qui — dice — mi trovo a mio agio, sto fra la mia gente, ne parlo la lingua e, soprattutto, non saprei rinunciare alla tortilla, che è il mio piatto preferito e ha il sapore della mia terra». Cammino su e giù per gli acciottolati di San Cristóbal de Las Casas, che è l'essenza del Messico, con le sue case arroccate su uno sperone di montagna a oltre duemila metri. Sono giorni di festa per la Virgen morena di Guadalupe, con fiumane di gente in marcia sulla scalinata del Santuario che sembra inaccessibile, stagliato così com'è con le sue cupole bianche contro un cielo che più azzurro e limpido non potrebbe essere. Siamo travolti da una liturgia festosa biblica e pagana che accomuna il suono delle chitarre, delle trombe e dei mortaretti agli inni religiosi e alle canzoni eroiche e agrodolci della rivoluzione di Pancho e Zapata, dove si canta di un soldato che nella guerra ha perso il suo amore, Adelita. Quando, tantissimi anni fa a Madrid, ricordai quei pochi versi e quelle poche note a Dolores Ibárruri, alla «pasionaria» e indomita «sardinera » delle Asturie che s'era ribellata al regime di Franco alla fine degli anni Trenta («No pasarán ») vennero le lacrime agli occhi.Ben lontana dallo scenario cruento della guerra di Spagna, Arriaga sta tuttavia vivendo ore di tensione. Dopo che l'uragano Stan distrusse completamente, nel 2005, la linea ferroviaria che da Tapachula conduce fino a qui lungo la costa del Pacifico, questa località è diventata uno dei «passi» più transitati dagli emigranti del Centro America. Che qui devono per forza confluire, se vogliono abbarbicarsi al solo treno, La Bestia, che li potrebbe in qualche modo avvicinare a Città del Messico. Da dove, comunque, la terra promessa è ancora lontana anni luce: distanza che presuppone una riserva di spirito e pazienza pari a quella che animava, nel Medio Evo, i pellegrini in marcia verso i Santuari di Canterbury e Santiago de Compostela. Assicurarsi un posto sul treno ad Arriaga resta quindi il primo impegno di qualsiasi aspirante- emigrante. Sembra non esserci conflitto diretto tra i vari gruppi e le varie nazionalità in attesa dell'arrembaggio. Si ha tuttavia l'impressione, dalle voci che corrono, che quelli dell'Honduras rappresentino la compagine più compatta e determinata, contro cui è opportuno coalizzarsi. Li definiscono «catracho», gente dalla testa dura, pugnaci, pronti a menar le mani. Definizione che trova conferma in uno dei primi che s'è arrampicato sul treno e dice subito con un ghigno di sfida a chi lo guarda dal basso in alto: «Io ho dodici fratelli e alcuni di loro sono già stati negli States, dove quei bastardi dagli occhi azzurri degli Yankees li hanno arrestati e deportati. Adesso è venuto il mio turno e non mi tiro indietro». Per l'avvocato Urbina, l'emigrazione rimane il problema più grave del Messico e riconferma che il flusso di clandestini del Centro America negli Stati Uniti si aggira sui 150 mila l'anno. Sulla parete, nella Casa del Migrante di padre Rigoni, è appeso un cartello dove sono indicati i percorsi e le distanze che gli eventuali emigranti dovrebbero coprire per arrivare a destinazione. Cifre da brivido. Per giungere nella Grande Mela, New York (forse la più ambita), occorre coprire 4.375 chilometri; 2.930 per Houston; 3.678 per Chicago, e via pedalando. Non sono in grado di stabilire quanta strada dovrà fare George, se mai tenesse fede al suo proposito di tornare in Alaska per rappacificarsi con l'adorata consorte. Un risvolto allarmante, e insieme commovente, riguarda il mini-esercito di ragazzini e adolescenti che, lasciati a casa coi nonni, vorrebbero ora raggiungere i genitori stabilitisi definitivamente in America. A noi anziani torna subito in mente il racconto strappalacrime di De Amicis nel Cuore, Dagli Appennini alle Ande: ma anche in questi casi di ricongiungimenti familiari ci sono procedimenti e meccanismi legali estremamente complicati che ritardano e rinviano le soluzioni, provocando interminabili angosce.Se Arriaga è la porta d'ingresso — per quanto distante — alla Holy Land degli Stati Uniti, Tapachula (270 mila abitanti) è la prima tappa d'obbligo per chi voglia tentare quella straordinaria avventura. La ricostruzione della linea ferroviaria devastata dal ciclone Stan e ora ad una ditta cinese (gli operai sono già al lavoro con un salario di circa 40 dollari al giorno) contribuirà a rianimare la città che è stata sempre un grosso centro commerciale. Come ovunque, il narcotraffico (frenetico ma invisibile) convive con lo squallore, visibile, dei mendicanti e dei marciapiedi ingombri di larve umane. E il continuo flusso migratorio dal Centro America aggrava problemi già gravi. «Tapachula — dice il delegato dell'Ufficio Emigrazione, Jeorge Umberto Yzar — è un luogo di intenso conflitto. Tre autobus al giorno, ciascuno con più di 30 persone a bordo, deportano i clandestini, ragazzi, ragazze e adulti, nel loro Paese d'origine ». Un altro problema che turba gravemente la vita urbana è quello dello sfruttamento sessuale dei bambini, in continuo aumento, a un punto tale da definire la città «la capitale della prostituzione infantile del Messico». La corruzione dilaga a tutti i livelli, dai ministri ai bidelli di scuola, mentre la polizia locale è ritenuta «la più corrotta del mondo». Poco aggiunge, per definire le dimensioni del degrado incontenibile del luogo, una visita al Basurero Municipal, l'immondezzaio pubblico: una discarica immensa dove 150 camion al giorno travasano rifiuti, contesi da cani e da stormi famelici di falchi, corvi, avvoltoi. Una signora ci lavora dall'alba al tramonto raccogliendo bottiglie di plastica e pezzi di latta per un salario giornaliero di pochi dollari. Mercedes, la nostra guida, ci fa notare che la donna profuma di gelsomino: ma non è per vanità, aggiunte «è per scacciare il cattivo odore della spazzatura che le è penetrato nella pelle». Il solo dato positivo in questo dramma immane dell'emigrazione è che le rimesse degli emigranti negli Stati Uniti alle loro famiglie costituiscono un forte impulso economico per i Paesi boccheggianti del Centro America. Nel 2006 ad esempio — ha rivelato un esperto del mondo finanziario internazionale — il totale delle somme mandate in Honduras dai suoi lavoratori all'estero equivaleva a un quinto del prodotto lordo nazionale. Pecunia non olet — sentenzia imperturbabile il saggio di turno - , il denaro non puzza: anche se arriva dalle auree riserve degli Yankees del Nord America.

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