11 giugno 2009

NON C’È FUTURO SENZA SOLIDARIETÀ TRA I POPOLI

tratto da famiglia cristiana, 11 giugno 2009

Il problema è favorire l’incontro e lo scambio tra le diverse culture, perché non rimangano estranee l’una all’altra. Va poi riconosciuto l’apporto che tanti immigrati danno alla vita delle nostre città e famiglie. Ma l’Italia è, sarà o dev’essere "multietnica"? Al presidente del Consiglio (e ai suoi alleati della Lega) questa prospettiva non piace. Contro ogni possibile fraintendimento, giovedì 4 giugno scorso, ha esplicitato il suo pensiero: «Camminando a Milano, per il numero di persone non italiane mi è sembrato di essere non in una città italiana o europea, ma in una città africana». E ha aggiunto che per rimediare a questa situazione "inaccettabile", è necessaria la politica dei respingimenti, che «ci ha consentito di non far entrare più neppure un africano in Italia». Parole forti, che hanno suscitato tante reazioni. Tra queste ce n’è una non politica ma pastorale, che vale la pena segnalare. Viene dal responsabile pastorale dei migranti della Curia milanese, don Giancarlo Quadri: «È una brutta battuta. Io sono ben contento della multietnicità di Milano, che è diventata grande e ricca grazie alla presenza di genti diverse. La presenza degli stranieri è un grande privilegio e un vantaggio per il futuro, non bisogna averne paura. A noi della Chiesa di Milano piace così e continueremo ad accoglierli». Gli ha subito fatto eco, in un’intervista televisiva, lo stesso cardinale Tettamanzi: «L’unica strada veramente umana nelle politiche migratorie è quella dell’integrazione. Quando si parte dal concetto di dignità umana, allora è possibile affrontare tutti i problemi, anche quelli del coordinamento tra le istanze di sicurezza e quelle dell’accoglienza». Oggi, tutto il Paese e non solo Milano è già, se non "multietnico", almeno "multiculturale". È un dato di fatto, vista la presenza di tanti immigrati regolari che lavorano, pagano le tasse e sostengono la nostra economia. Il problema, semmai, è altro: passare dalla "multiculturalità" alla "interculturalità", cioè dalla giustapposizione di culture diverse che rimangono estranee (anche con il rischio di scontri) all’incontro, al confronto e alla collaborazione tra queste culture. È il tema dell’integrazione, sul quale moltissimo resta da fare in Italia. E che si risolve con un’intelligente apertura allo straniero: quello che è già tra noi, e quello che potrà venire, perché ha diritto di chiedere asilo. Non c’è futuro senza solidarietà (Edizioni San Paolo) è il titolo dell’ultimo libro del cardinale Tettamanzi in cui si invita a «riconoscere l’apporto che tanti immigrati danno alla vita delle nostre città e delle nostre famiglie. Come non chiedere che – assieme ai vantaggi che vengono a noi dalla loro presenza e attività – si giunga presto a riconoscere i loro giusti diritti e a migliorare le loro condizioni di lavoro?». Si è appena votato il nuovo Parlamento europeo, che tanta incidenza ha nella nostra vita quotidiana, anche se poco se n’è parlato in campagna elettorale (basti solo pensare che il 70 per cento delle leggi nazionali dipende dalle direttive europee). Anche il tema dell’immigrazione dev’essere affrontato con una politica organica (comunitaria), in sintonia con l’Onu che, da tempo, sollecita i Paesi occidentali a impegnarsi di più nella cooperazione con i Paesi poveri, destinando loro lo 0,7 per cento sul Prodotto interno lordo (l’Italia è ferma a poco più dello 0,1).
Nota finale: paragonare Milano a una città africana è anche ingeneroso se non ingiusto, soprattutto nei confronti di quei Paesi africani che, con il loro voto determinante, hanno permesso a Milano di vincere la sfida con la città turca di Smirne per l’assegnazione dell’Expo 2015. I nodi problematici del Paese non si sciolgono con le battute.

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