19 aprile 2013

SOLIDARIETÀ? È MEGLIO DIRE SOCIALITÀ

di Maurizio Ermisino


Non assistenzialismo, ma essere comunità dove il bene di tutti è il bene del singolo. È l’opinione di Giorgio Diritti, che nel film “Un giorno devi andare” racconta di una donna che viaggia in Amazzonia per aiutare il prossimo.
Un giorno senti che devi cambiare vita. Devi andare. Devi essere. Devi sperare. Sono le parole di Augusta (Jasmine Trinca), protagonista e voce narrante di “Un giorno devi andare”, il nuovo film di Giorgio Diritti. Reduce da un dolore enorme, come la perdita del bambino che aspettava e la notizia che non potrà avere figli, Augusta decide di partire per il Brasile. Per scoprire altri valori. Per scoprire la base. Per ritrovare un senso. Prima in una missione cattolica. Poi in una favela vicino a Manaus. Perché «per cambiare le cose devi andare dove le cose bisogna cambiarle». “Un giorno devi andare” è la storia di una crisi interiore,di una ricerca di se stessi che passa anche attraverso l’aiuto al prossimo. Sin dai suoi esordi, Giorgio Diritti ci ha sempre parlato di solidarietà. Quella che una piccola comunitàmontana negava a un uomo venuto da fuori (“Il vento fa il suo giro”), o quella di un’altra piccola comunità, che invece c’era,ma veniva spazzata via dall’assurda cattiveria del Nazismo (“L’uomo che verrà”). Diritti oggi ci dice che forse la solidarietà implica
un atteggiamento di assistenzialismo, del ricco che dona al più povero. Allora è meglio parlare di socialità, del provare cioè a essere una comunità dove il bene di tutti è anche il bene del singolo.
“Per cambiare le cose devi andare dove le cose bisogna cambiarle”. Il senso del film è in questa frase?
«È uno dei sensi del film. Sicuramente l’agire, il fare, il mettersi in movimento vuol dire avere l’atteggiamento propositivo, la presa di coscienza di una propria situazione di staticità che non è utile a se stessi e neanche agli altri. Se uno vuole veramente agire nei confronti della società, ma anche per trovare un senso delle proprie cose, deve andare lì dove le cose veramente hanno un loro perché, deve rimboccarsi le maniche facendo ciò che sente che è importante fare.»
La protagonista parte per lenire un suo dolore. Forse è provocatorio, ma possiamo dire che a volte l’impegno a favore degli altri parte da un bisogno nostro?
«Può essere così. Ma non è solo così. Certamente il dolore o la nostra incompiutezza ci possono smuovere, ci possono dare la spinta iniziale. Ma nel rapporto con gli altri, se uno ha sensibilità e voglia, c’è la possibilità di essere autentici, di non fare le cose solo perché sono la compensazione delle nostre difficoltà, ma perché diventino realmente qualcosa che costruisce un bene comune, in cui l’altro dà a te e tu dai all’altro. Agire vuole dire mettersi in una dimensione paritaria: mai da donatore, ma in uno scambio.»
I suoi protagonisti sembrano essere sempre degli esseri puri, o in cerca di purezza, che si scontrano con un mondo più duro di loro…
«Forse l’essere puro era Martina de “L’uomo che verrà”. Philippe de “Il vento fa il suo giro” è un uomo pieno di contraddizioni, che anzi nella sua visione del mondo ha un eccesso di protagonismo e non è capace di relazionarsi con gli altri, perché troppo preso dal suo sogno di realizzazione. In questo film credo si racconti un desiderio di ritrovare le priorità, di capirsi, di colmare qualcosa che manca, ma anche di affinare la relazione con l’altro, di riassaporare ciò che conta nella vita. Il suo è un viaggio che può essere anche il nostro.
Anche in questo film c’è attenzione per i bambini, per “gli uomini che verranno”. Come si rapporta con questo tema?
«Credo che sia il tema della vita. Se siamo sulla terra è perché qualcuno di noi, nelle precedenti generazioni, ha mandato avanti questo percorso. Riappropriarsi del rapporto con i bambini significa ritrovare la dimensione della semplicità: spesso ai giorni nostri si tende a far diventare troppo presto adulti i bambini. Invece nella loro ingenuità, leggerezza, fantasia, c’è qualcosa che ci deve richiamare a un senso di maggiore realtà. La relazione con i bambini inevitabilmente ti porta a un’esigenza e una relazione affettiva. È una cosa che la società di oggi ha bisogno di ritrovare.»
Nel film spicca il contrasto tra l’Occidente, ricco ma vecchio e incapace di relazioni, e il Sud del mondo, povero ma pieno di voglia di vivere. Come ha lavorato a questo aspetto?
«Il contrasto è evidente, basta andare lì e vedere la differenza. Da noi c’è una dimensione grigia, una grande difficoltà a rapportarsi alla quotidianità, un grande senso di fatica e di oppressione. Oggi la mancanza di lavoro e la grande crisi economica rendono molto evidente tutto ciò. Al di là di questo c’è forse un’abitudine a essere società ricca, che ha tutta una serie di bisogni non primari e che fatica a ritrovare il senso dei bisogni essenziali. Al Sud del mondo la relazione con l’avere figli, creare una famiglia è normale naturale e non ha sovrastrutture di alcun tipo. In questo c’è un’energia enorme, che fa sì che la società brasiliana sia molto giovane, piena di entusiasmo, propositiva, in cui l’analfabetismo è in grande diminuzione. Ricorda un po’ l’Italia del dopoguerra.»
In tutti i suoi film si parla di solidarietà. Che non nasce mai ne “Il vento fa il suo giro”, che c’è ma viene soffocata ne “L’uomo che verrà”. E poi quella di cui si parla qui. Lei cosa pensa in proposito?
«Credo che la parola solidarietà forse dovrebbe essere sostituita dalla parola socialità. Oggi c’è necessità non tanto di solidarietà, che rischia di essere l’atteggiamento di qualcuno più ricco verso qualcuno più povero, ma di socialità, cioè di far sì che siamo la stessa comunità, dove il bene di tutti è l’occasione del bene del singolo, dove la preoccupazione per chi è in difficoltà non è una preoccupazione assistenzialista, ma diventa una condivisione forte. Una vera attenzione nei confronti di qualcuno che per te è importante, e non beneficenza.»

Lavorerà con dei ragazzi a un progetto di documentari sul lavoro. Come affronterete il tema?
«Il progetto vuole andare a capire il rapporto tra giovani e lavoro, come cioè le capacità dei giovani si possano veicolare a soluzioni che rendano possibile, anche in una società come quella attuale molto chiusa e inscatolata, una possibilità.»
Cosa pensa del mondo del lavoro di oggi?
«Purtroppo stiamo non raccogliendo quello che non abbiamo seminato. Anni di politiche sbagliate oggi hanno portato a una restrizione del mondo del lavoro, e a una società che rischia di avere nella classe che dovrebbe essere il motore, i giovani, un gruppo di persone stagnanti. L’errore è stato fatto nel momento in cui, invece di incentivare l’occupazione dei giovani, si è preferito allungare l’età pensionistica. Seppure queste cose nell’ambito dei bilanci siano favorevoli, cosa comunque tutta da dimostrare, la vera scelta sarebbe stata mandare a casa le persone in funzione di un meccanismo certo di investimento per posti certi per le nuove generazioni. Seminare sui giovani vuol dire veramente far cresce una società vera, che abbia fiducia nelle energie nuove. Nella storia dell’umanità è sempre stato così.»

Tratto da “Reti Solidali” Anno XI numero 2 - marzo-aprile 2013

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