3 aprile 2015

“I nostri infermieri sono bravi, ma sacrificati sull’altare di un risparmio di spesa che mette a rischio pazienti e cure”.Intervista a Barbara Mangiacavalli, Presidente della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi


Succede alla senatrice Annalisa Silvestro ed è la nuova presidente della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi, di cui fanno parte 103 Collegi provinciali per un totale di 423.397 infermieri iscritti. Parliamo di Barbara Mangiacavalli, 46 anni, comasca di origine ma ormai pavese di adozione visto che vive e lavora a Pavia da dodici anni. E’ dirigente del Servizio infermieristico tecnico e riabilitativo aziendale (Sitra) presso la Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia.  Alle spalle una preparazione manageriale di tutto rispetto. Oltre alla laurea magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche all'Università di Milano, Mangiacavalli è laureata In Business administration alla Canterbury University nel Regno Unito e in Amministrazioni e politiche pubbliche all’Università di Milano.
La sua elezione si inserisce nel solco già tracciato da Silvestro, che ha guidato la Federazione per quindici anni, e dalla stessa Mangiacavalli, che ha fatto parte del Comitato centrale nei due precedenti mandati, prima come segretaria e poi come vicepresidente. Può essere tranquillamente considerata espressione della grande maggioranza, visto che il gruppo dirigente che l’ha eletta è stato a sua volta eletto dall’85% dei Collegi provinciali.
La prima domanda è d’obbligo. Lei si trova ad essere la presidente di oltre quattrocentomila infermieri di tutt’Italia. Un onore, un onere o ambedue le cose insieme?
“Prima di tutto è un onore. Essere la presidente di oltre 400mila infermieri però è anche una grande responsabilità, non un onere. Soprattutto in un momento come quello attuale di crescita della professione, avviata e decollata negli ultimi quindici anni, ma che ora, grazie proprio al lavoro della Federazione, sta compiendo un vero e proprio balzo avanti”.
La laurea anche per gli infermieri ha aperto la strada a una professionalità sempre maggiore. Resta il problema di consolidare anche a livello culturale questo fattore, sia nel medico che nell'infermiere stesso. Secondo lei quanto si può e si deve ancora crescere in questo senso?
“Direi che forse è proprio questo l’ultimo e più complesso nodo da sciogliere. Laurea, master, specializzazioni e competenze dell’infermiere appaiono ormai come un dato di fatto non solo nella forma, ma anche e soprattutto nella sostanza dell’assistenza di tutti i giorni. Il problema maggiore resta proprio quello culturale. Degli stessi infermieri, con alcuni colleghi (pochi) che si rifanno a modelli vecchi, prima della legge 42/1999 con cui si è abolito definitivamente il mansionario e la professione ha imboccato la strada della crescita e dell’autonomia. Dei medici, con una parte di loro che non vuole una vera riorganizzazione o nuovi modelli, ma crede di poter tenere tutto e fare di tutto. Ci vuole coraggio: nessuno invade il campo di nessun altro, siamo pronti a lavorare con tutti gli altri professionisti in un contesto organizzativo nuovo che si può e si deve realizzare. E’ necessario che tutti lo capiscano”.    
Come vede personalmente la figura di quegli infermieri che ampliano il raggio della loro professione anche ad esperienze che possono essere integrative a quella strettamente in camice? Penso a chi varca le frontiere dell'infermieristica teatrale, sociale oppure anche solidaristica in terre lontane?
“L’infermiere ha come obiettivo l’assistenza e questa spesso ha bisogno di forme di contatto che vanno al di là della clinica. Ne sono esempi la medicina narrativa, che consente al paziente di parlare di se stesso e dei suoi problemi contestualizzandoli in vere e proprie “storie” dalle quali il rapporto con chi si occupa di lui ne esce più che rafforzato. E sulla stessa lunghezza d’onda potremmo mettere quelle manifestazioni, come l’infermieristica teatrale ad esempio, che con un mezzo popolare di tutti i giorni vogliono trasmettere sensazioni e messaggi anche culturalmente evoluti sulla necessità di nuovi rapporti, di un nuovo “patto” con i cittadini, come l’abbiamo definito anche durante l’ultimo nostro congresso nazionale di inizio marzo. Per quanto riguarda invece l’impegno sociale e quello, come lei lo definisce, in terre lontane, non direi che c’è da stupirsi: la solidarietà è nel Dna dell’infermiere che sceglie questa professione. E la solidarietà si manifesta anche con il coinvolgimento nella vita sociale degli assistiti di tutti i giorni e quindi anche con l’aiuto che si può dare a chi ne ha davvero bisogno dove una vera e propria assistenza non c’è. A Pavia abbiamo un ottimo esempio di infermieristica sociale con l’associazione Ains (associazione italiana nursing sociale); cercheremo di capire quali possibilità di collaborazione si potranno sviluppare, in linea con il nostro programma di mandato”.
Infermiere: una professione con mille terminazioni differenti e quindi anche con molte problematiche diverse. C’è l'infermiere del piccolo ospedale sperduto in montagna, l'infermiere a contatto con l'anziano o il disabile, l'infermiere che va a domicilio. Come si può racchiudere tutte queste professionalità comunque differenti in una unica contestualità? E' possibile?
“Credo che la risposta precedente sia alla base della contestualità che lei descrive. La nostra è una  professione che non si occupa solo di curare, ma anche e soprattutto di  prendersi cura dei pazienti. E questo è il minimo comune denominatore di tutte le attività che descrive che, nei vari contesti sociali della vita di tutti i giorni, appunto, unisce la professione infermieristica in tutti i suoi aspetti nella grande famiglia della vera assistenza, soprattutto ai fragili e a chi ne ha più bisogno”.
Spenderei una parola particolare per l'infermiere sul territorio, che appare chiaramente come uno degli sviluppi essenziali nella società presente e futura, ma che spesso si riduce a una serie di mansioni confuse e volte a colmare i gap della sanità. Chi ritiene debba essere veramente l'infermiere del territorio?
“E’ vero: finora l’infermiere sul territorio è stato “usato” per colmare i buchi, anzi le voragini direi, di un sistema che fuori dell’ospedale lascia ben poche scelte ai cittadini. Abbiamo necessità di costruire un’offerta sanitaria  che risponda all'aumento della cronicità, della fragilità, della non autosufficienza e che si impegni per garantire la continuità ospedale territorio e tra i servizi territoriali. Per garantirla, abbiamo bisogno di infermieri in tutti i servizi sia di tipo ospedaliero sia - e soprattutto - di tipo territoriale e domiciliare anche per rispondere a un diritto di civiltà: il diritto alla salute e a un'assistenza dignitosa. L’infermiere sul territorio deve essere il vero referente, il case-manager del cittadino e dei suoi bisogni. Prima di tutto di salute, visto anche che secondo un’indagine Censis presentata al nostro congresso nazionale, oltre 8,7 milioni di italiani cercano prestazioni infermieristiche legate ai bisogni dell’età, alla non autosufficienza e a patologie croniche e la pagano di tasca loro oltre 2,7 miliardi l’anno, ricorrendo però spesso, proprio per la crisi economica del paese, a soluzioni tampone come le badanti o i propri amici e familiari e allungando così le file in pronto soccorso per errori spesso legati alla non professionalità. Ma l’infermiere sul territorio deve essere anche la persona che parla coi cittadini, per educarli rispetto ai bisogni di salute e per condurli per mano in quelle attività di prevenzione che sono i presupposti  di un corretto stile di vita”.
Un’ultima domanda. Che cosa pensa quando sente le notizie di infermieri che preferiscono lasciare l'Italia per cercare fortuna all'estero? E' semplicemente l'indicatore della crisi occupazionale oppure c'è dietro un malessere più ampio?  “I nostri infermieri hanno competenza, capacità, motivazione e una preparazione professionale che li rende richiesti all'estero, dove molti di loro si stanno recando depauperando il nostro patrimonio umano e professionale. Il problema è che loro, così come tanti altri professionisti del Sistema sanitario, sono sacrificati sull’altare di un risparmio che si fa, è vero, ma proprio a loro spese e a spese, spesso, dei pazienti che ottengono un’assistenza di qualità sempre più bassa e più carente. Direi che non c’è un malessere legato alla professione, ma proprio alla crisi occupazionale che da anni è provocata dai blocchi del turn over nelle Regioni e dall’assenza dei contratti. Lo diciamo da tempo ormai: la qualità dell’assistenza e perfino il risparmio economico che deriva dall’appropriatezza delle prestazioni è prima di tutto legata alla qualità del personale. Bisognerebbe che qualcuno aprisse finalmente gli occhi. Anche perché se mancano numericamente gli infermieri si mettono a rischio non solo gli outcome di cura, ma anche la stessa spesa: ricerche internazionali sugli effetti di organici insufficienti hanno messo in evidenza che questa porta a un aumento tra il 4 e il 10% del rischio di malattia e fino al 7% della mortalità. E con questi risultati la spesa è naturale che vada alle stelle”.
Daniela Scherrer
Il TICINO, 03 aprile 2015

 

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