27 aprile 2015

L’ultimo respiro di bellezza prima di morire


Dovendo esprimere il suo ultimo desiderio, una donna olandese, malata terminale, ha chiesto di essere portata al Rijksmuseum di Amsterdam. La ragione? Vedere ancora una volta i quadri di Rembrandt. L’Ambulanza dei Desideri, un’associazione che si occupa di esaudire le richieste di chi non ha più molto tempo da vivere, l’ha accontentata: nella foto si vede lei su una barella, in sosta davanti a un autoritratto del grande pittore olandese. 
C’è qualcosa di inattuale, forse, in un ultimo desiderio tanto piccolo e dimesso. Quando, anche per gioco, buttiamo giù la lista di ciò che vorremmo fare prima di morire – come Jack Nicholson e Morgan Freeman in un film di qualche anno fa, «Non è mai troppo tardi» – tendiamo a esagerare: imprese spericolate, desideri sopra le righe, sollazzi nel lusso. La signora di Amsterdam, invece, ha scelto una cosa da niente, che non ha bisogno di paracadute, di portafoglio, di azzardo. Bastano gli occhi, e una certa attitudine per la bellezza. Di più: una certa confidenza con la bellezza.

L’episodio sembra la versione dal vero di una storia raccontata da Proust nella sua sterminata Recherche. Un vecchio scrittore, Bergotte, si accorge che sta per morire. Prima di lasciare il mondo, vuole tornare davanti a un quadro di Vermeer, la «Veduta di Delft». Riavere davanti agli occhi per qualche istante quel «piccolo lembo di muro giallo» dipinto così bene, scrive Proust, da sembrare una preziosa opera d’arte cinese, «di una bellezza che sarebbe bastata a sé stessa». Poi Bergotte muore: «Morto per sempre? Chi può dirlo?» aggiunge Proust. E si avventura in una riflessione sull’arte che coglie e fissa l’«eterno segreto di ognuno», che sottrae – forse – un po’ di potere alla morte. Nella scelta della signora di Amsterdam c’è una verità che dimentichiamo ogni giorno, antica come questo pianeta: da qui, non porteremo via niente. Non una valigia, non un ruolo, non il conto depositato nel frattempo in Svizzera. Non c’è «quantitative easing» che migliori i nostri conti con la morte. O forse sì, e ha a che vedere con la bellezza. Con tutto ciò che di bello abbiamo visto, ascoltato, studiato, capito, sentito. La bellezza non ha salvato né salverà il mondo, e la signora di Amsterdam lo sa. Non salverà nemmeno lei. Tanto vale, allora, metterla in salvo noi. Correre a vedere di nuovo Rembrandt, riascoltare questa musica, questa canzone, rileggere questo libro, ancora un po’. Ancora un po’ di bellezza.

paolo di paolo (la stampa,6 marzo 2015)
 

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