31 maggio 2009

Così il Dio del denaro inganna gli uomini

scritto da Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose
pubblicato su La Repubblica, 28 maggio 2009

Pecunia, l’argent, il denaro: il motore dell’economia? Il mezzo di scambio per eccellenza che si è imposto come standard universale? Misura non solo per il mercato dei beni e dei servizi, ma anche misura sul mercato del lavoro? Il denaro mi spinge a esprimere il valore economico mediante l’aggettivo «caro» («Questo prodotto è più o meno caro…»), in parallelo all’affetto che induce a dire a un altro «caro» («Mio caro..»). Caro, cher, dear: una stessa parola per misurare il denaro e per misurare l’affetto…
Ma il denaro è un mezzo o un fine? Dipende per chi. Non è certamente un fine per l’economia, che insegue la produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi. Non è un fine neppure per l’impresa, la quale vuole creare una ricchezza, un utile. E per l’individuo? Il fine è la felicità che dipende dall’amare e dall’essere amato, dal senso trovato nel vivere, da un certo benessere materiale, dunque anche dal denaro.
Sì, per alcuni il denaro è percepito come la chiave per accedere alla felicità.
Platone nei Nómoi e Aristotele nella Politeía pensano che sia naturale trarre vantaggio dalla terra e dagli animali, ma che non lo sia arricchirsi con il denaro. Allo stesso modo i profeti di Israele, seguiti dai padri della chiesa, condannano quanti prestano denaro a interesse, creando denaro con il denaro.
Questa patologia del legame con il denaro è stata definita «cupidigia» e letta come la fonte di molti mali, di enormi disastri, economici, politici e oggi anche ecologici.
Dunque il denaro è un mezzo necessario, in sé non è né bene né male: è uno strumento che esiste dal VI secolo a.C. sotto forma di moneta, che sta nell’ordine delle mediazioni e come tale permette lo scambio (allo stesso modo del linguaggio, per esempio), è «una vittoria sulla distanza» – afferma Georg Simmel nella sua Filosofia del denaro –, è un mezzo che permette di abbattere le frontiere sociali e geografiche. D’altra parte il denaro, proprio per la sua qualità rappresentativa, può essere un fine in sé, un agente di accumulazione delle ricchezze, capace di possedere una grandezza autonoma e una forza seducente. (1)
Lao Tze, il sapiente cinese fondatore del taoismo (VI secolo a.C.), racconta una storia paradigmatica, la storia di Tsi. Questi era un uomo sedotto dal denaro, avido di ricchezza. Un mattino, recatosi al mercato, vide un banco di cambio, rubò il denaro e fuggì, ma fu subito arrestato da una guardia che gli domandò: «Come hai potuto pensare di rubare questo denaro e poter fuggire inosservato?». Tsi rispose: «Mentre rubavo il denaro io non vedevo la gente, vedevo solo il denaro!».
Ecco, il denaro esercita un tale fascino che occulta la presenza di altre persone e altre cose, un fascino che accorda addirittura la forza di rubare… Sì, il denaro ci seduce, entra in noi come una presenza efficace e contribuisce in modo sordo ma reale a tessere i nostri rapporti, le nostre relazioni con le cose e con gli uomini. Io possiedo il denaro, ma il denaro mi possiede altrettanto. Il denaro ha un posto invadente nei miei desideri, decide di molti miei desideri.
Per questo nell’Antico Testamento il denaro è definito mediante la parola keseph, la cui radice verbale (kasaph) indica il «desiderare ardentemente», il vero e proprio «languire» per qualcosa. Diventa allora rivelativa la lettura del Vangelo, dove il denaro è personificato. Gesù dichiara che il denaro è una potenza, anzi è un dio: «Nessuno può servire a due signori: o odierà l’uno e amerà l’altro, o si attaccherà all’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24; cf. Lc 16,13). E si badi bene: il termine «mammona» è in opposizione a Dio, l’amore per mammona esclude l’amore per Dio. Questo è il radicalismo evangelico di Gesù. Il denaro per lui non è semplicemente una cosa che l’uomo può possedere o no: può diventare facilmente un dio, un idolo al quale sacrifichiamo facilmente la vita degli altri e alieniamo noi stessi. Lo esprime bene l’autore della Lettera di Giacomo, quando descrive il denaro come un verme che divora coloro che lo possiedono, ingannandoli e portandoli alla distruzione e, nello stesso tempo, è fonte di ingiustizia:
E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dai vermi (dalle tarme); il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore dell’universo (Gc 5,1-4).
Nel cristianesimo, inoltre, il rapporto con il denaro va letto nello spazio della possibile idolatria (cf. Col 3,5: «La cupidigia è idolatria»), e «l’idolo prima di essere un falso teologico è un falso antropologico» (Adolphe Gesché), un’alienazione dell’uomo. Non si dimentichi, in proposito, che il termine «mammona» deriva dalla radice ebraica aman (da cui viene amen), che contiene l’idea dell’aderire con fiducia, dunque della fede. Il denaro infatti chiede fede-fiducia in sé e diventa sicurezza, falsa sicurezza contro la morte, saturazione dei bisogni più veri che abitano il cuore dell’uomo, presenza potente che induce a vedere solo lui, il denaro, e a non vedere gli altri, ad agire senza gli altri e, se necessario, anche contro gli altri. Per questo le parole di Gesù sono macigni:
Non accumulate tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano … Perché dov’è il tuo tesoro, là è anche il tuo cuore (Mt 6,19.21).
Ecco la domanda essenziale: dove sta il mio cuore? Qual è per me la vera ricchezza? Il denaro è per me strumento di relazione e di condivisione, e dunque di comunione con gli altri, oppure strumento di egolatria? E attenzione: Gesù non era un profeta pauperista che non toccava il denaro. Nella sua comunità c’era una «cassa comune» (Gv 12,6; 13,29), appunto del denaro messo in comune, non sottoposto al regime del «mio» e del «tuo», ma destinato alla communitas, destinato anche a chi era nel bisogno, in modo che la koinonía fosse la forma del vivere insieme. Comprendiamo allora come normante per la comunità cristiana la descrizione fatta da Luca della primitiva chiesa di Gerusalemme, nata dalla Pentecoste: “Tutti coloro che diventavano credenti … tenevano ogni cosa in comune (At 2,44)”; “Tutto tra loro era comune … nessuno era bisognoso” (At 4,32.34).
Nella storia del cristianesimo questa «utopia» è stata ininterrottamente meditata e interpretata, e ancora oggi le esigenze poste dal Vangelo non hanno perso nulla della loro attualità e del loro valore ispirante e normativo per la prassi cristiana. Se mai, occorrerebbe l’onestà di chiedersi per quale motivo siamo diventati così restii ad ascoltare queste parole, che suonano desuete agli orecchi della maggior parte dei cristiani: perché insistiamo tanto su altri aspetti dell’agire morale, mentre preferiamo essere tiepidi o addirittura tacere sulla necessità della condivisione materiale dei beni, via maestra per eliminare, o almeno attutire, il bisogno e la povertà?
La regina pecunia, il dio denaro, chiede affidamento, fiducia, sottraendoli in tal modo al rapporto con gli altri. E in questo tempo in cui – come ha scritto di recente Luigi Zoja – non solo Dio è morto, ma è morto anche il prossimo, il denaro domina e seduce più che mai. In realtà l’unico nemico capace di duellare contro la morte, l’unico capace di vincerla non è il denaro ma l’amore, l’amore dell’altro e degli altri, è la comunicazione, la condivisione, la comunione per quanto è possibile.

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