14 novembre 2009

GUATEMALA: GLI INDIOS SANNO SCRIVERE?

di Maurizio Chierici

L’attenzione per le lingue indigene considerate ” reperti culturali da non disperdere “, ha involontariamente favorito un fenomeno: <”il risveglio della scrittura che non resta fenomeno isolato nei laboratori etnografici o negli archivi dei linguisti “, osserva lo scrittore ed etnologo messicano Carlos Montemayor. ” Ha istigato un risveglio politico conseguenza dei problemi che l’appartenenza sottolinea comuni. Dialogano gruppi contadini, si ritrovano nuove alleanze di integrazione regionale, nascono fronti di politica indigena e trova impulso l’educazione nelle zone rurali indigene. La stessa insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ne è il sintomo più conosciuto. Appaiono nuovi scrittori. Marcos ritrascrive e pubblica le loro favole in spagnolo e gli editori della fiera di Francoforte per un momento ne sono incuriositi. Altri poeti fanno da soli, non proprio soli: Carlos Montremayor che conosce un certo numero di lingue indiane rende accessibili i loro versi nella traduzione spagnol raccolta nell’ antologia più conosciuta apparsa in Messico negli anni Novanta. Che diventa francese, inglese, anche italiana.
Allora gli indios sanno leggere ? ” Forse anche scrivere “: sorride Humberto Ak’abal. E’ il poeta del Guatemala, simbolo della letteratura Maya? resuscitata. Anche nei sogni evoca la natura che ” i bianchi bruciano, tagliano, distruggono. Quando cerco la mia ombra e la trovo nell’acqua, mi accorgo di avere rami, foglie. Sono un albero. E guardo il cielo che ha il colore degli alberi, colore dell’acqua. Se tagliano i rami, tagliano le braccia”. Versi raccolti? nell’ antologia: ” Tessitore di parole “. Montemayor traduttore in castigliano; Lettere di Firenze, editore in Italia con testo a fronte curato da Emanuela Jossa, prefazione di Martha L. Canfield. Humberto viene da un mondo nascosto nelle montagne. Humberto obbliga a penetrare la realtà che disconosciamo invitando a scoprire l’anima indigena che vive e respira al fianco di ogni americano nello stesso tempo del loro tempo, stessa vita della loro vita che è la vita di un continente.
Ak’abal? abita nelle montagne del Guatemala. Sta diventando qualcuno e i curiosi di passaggio vanno a trovarlo. <”Devi assolutamente vederlo “, raccomandano gli intellettuali della capitale. E il giornalista lascia città di Guatemala per Monostenango, 2500 metri, due ore dopo Chichicastenango il mercato indio più famoso d’America. Humberto non è in casa, sta pascolando perché Humberto si guadagna da vivere facendo il pastore. E’ partito due giorni fa. La moglie svizzera non se ne preoccupa. Ha conosciuto Humberto quando è arrivata su questa montagna? con una Ong della solidarietà: da Losanna alle nuvole del Guatemala povero e sconosciuto, ed incontra Humberto.
Alto, massiccio, zoppica per una caduta dalla scala. E’ sopra i cinquant’anni. Una fascia rossa stringe la fronte. I capelli scendono sulle spalle. Proprio un indiano.
Il giornalista cammina per un ‘ora e trova il poeta nei prati. Si meraviglia: fuori da due giorni e dorme sull’erba ?? ” Dormo protetto dalle pecore. Le pecore mi riscaldano “. ” Paura ? “. ” Nello zaino porto un corno. Prima di chiudere gli occhi soffio e aspetto. Di là dal bosco risponde un altro corno ed un altro, e tanti ancora. E’ bello non essere soli. Mi addormento sereno “. ” I lupi ? “. ” Le pecore? sì inquietano e mi sveglio. Soffio nel corno in un certo modo soffocando il suono con la mano per imitare il verso del lupo femmina. Soffio controvento e il vento lo porta via. E il branco insegue il vento e il gregge torna tranquillo “.
Humberto non ha finito le prime scuole, ma a scuola era l’allievo preferito di un poeta guatemalteco: Alfredo Arango. ” Quasi bianco eppure viveva come un indio. Arrivava a scuola a cavallo. Inorridiva ogni mattina nel fare l’appello: ‘ Garcia…’. ‘ Morto stanotte maestro ‘. Ogni mattina un posto vuoto. A fine anno restavamo in pochi,. Fame e malattie? rubavano i ragazzi. La mia vita somigliava a quella di tutti, eppure mi sentivo diverso: continuavo a sognare “.
Il villaggio aveva un capo: suo nonno, sciamano dal cuore d’oro. Un giorno arrivano i gendarmi e lo arrestano per ordine del grande proprietario. ” Aveva chiesto qualche pannocchia in più per i contadini al lavoro da sole a sole, pochi centesimi: fame. Lo hanno portato via con le mani legate, trascinato a piedi dai gendarmi a cavallo e la nonna lo rincorreva con una bottiglia d’acqua e qualche tortilla “.
Dai prati del pascolo il giornalista e il poeta sono scesi nell’albergo della capitale. I turisti entrano felici mentre ad Ak’abal? si rompe la voce e smette di ricordare. Piange come un bambino asciugando gli occhi nella tovaglia del pranzo e i turisti lo guardano con compassione: indigeni maleducati.
Il nonno torna dagli anni della prigione con una cassa di libri. E’ il regalo di un dissidente politico rimasto dentro. Gli ha insegnato a fare la firma puntando l’indice sulla terra umida della cella. Humberto non sa ancora cosa sono i libri. Il solo libro della classe restava nelle mani del maestro, oggetto misterioso che ammirava da lontano. Il nonno nasconde i libri e lo invita a diffidare. ” Sono pensieri che diventano di carta, guardarli potrebbe essere pericoloso “. Mai dire mai a un ragazzo che spia goloso il libro del maestro. Un giorno scende nella cantina dove il nonno ha sepolto i volumi. Sa appena sillabare ma comincia? a volare.
Mentre gli ospiti dell’albergo lo stanno fotografando con risolini? per la fascia rossa, fronte sudata e? voce che si alza e si abbassa mentre batte il tavolo con la mano aperta, Ak’abal che sta bevendo troppo perché ” bere in comoagnia per un Maya è un modo per diventare amici “, all’improvviso smette di parlare. ” Non ti ho ancora recitato una poesia ? Ascolta:..”. E il giornalista ascolta. Declama versi ai quali non serve la traduzione ” perché la natura parla attraverso la voce di lupi e uccelli. I rumori diventano versi. Il maya è una lingua semplice come la natura. Un esempio: non si dice ‘ piegare un ramo’.? Scriviamo ‘ goch’ il rumore di quando il ramo si spezza. E tu capisci.”

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