22 marzo 2008

Un presente concreto per cui valga la pena impegnarsi

scritto da Claudia Mossi [vice presidente Ains onlus]
"Dei miei numerosi viaggi mi è sempre piaciuto, oltre al bagaglio leggero, poter vivere - in fondo basta volerlo - un'altra vita possibile. I viaggi hanno una loro tempistica. Possono essere una fuga disordinata o, al contrario, un percorso organizzato; l'importante è affrontarli con lo spirito giusto. Da molti anni ho scelto di spostarmi da quello che considero il mio mondo,apparentemente perfetto, verso le cosiddette terre dei poveri, quelli che tutti dicono di conoscere, ma in verità rimangono mete per pochi volonterosi. Il Guatemala, ad esempio, è una terra che ti lascia un segno e che induce spesso a ricordi struggenti. I posti sperduti e dimenticati che ho visitato tra l'incredulità degli stessi abitanti sono quelli che ricordo con maggiore intensità. Lassù, sulle montagne di Camotàn, nella parte del paese ai confini con l'Honduras il tempo sembra essersi fermato: le ore, i minuti, sono scanditi dall'alba e dal tramonto. I giorni quasi nessuno li ricorda e la maggior parte delle persone non sa ne scrivere ne leggere. Da parte loro esiste però una certa curiosità e un'evidente voglia di emergere e di lottare soprattutto contro coloro i quali che, dopo averli sfruttati fino al midollo per anni e anni, non hanno esitato un attimo - giunti ad un determinato momento storico - a dimenticarli e a rimuoverne la memoria. Grazie anche all'intervento della nostra associazione (Ains) le capanne sono state trasformate in case degnamente solide, pulite e ospitali; sono state introdotte in alcune comunità piccole greggi di capre aventi lo scopo di sostenere la sussistenza alimentare (latte per i bambini) e la sussistenza "economica" del villaggio stesso (creazione di eventuali e possibili piccoli allevamenti per una futura commercializzazione nei mercati vicini); gli orti sono tornati ad essere coltivati con cognizione di causa.La nostra speranza è che negli anni a venire questi esperimenti possano essere estesi alle tantissime e ancora troppo arretrate realtà rurali del Guatemala che navigano su livelli di vera e propria preistoria antropologica. Così facendo chi scrive insieme a Ruggero e Lorenza, amici che con me hanno condiviso questa mia ultima esperienza, abbiamo visitato uno di questi villaggi sperduti, Tatutù, dove tra le tante immagini negative siamo stati colpiti dalla condizione di vita di sette bambini denutriti e accampati nella stessa capanna con un unico giaciglio e circondati da un'irrespirabile fumo emanato dal focolare interno alla "casa". Oppure dalla storia di Andy, un bimbo solo con la mamma alcolizzata, costretto a vivere in un a casa isolata dove non vi era ne traccia di cibo ne di un luogo decente ove poter riposare la notte.Storie di analoga povertà vi posso raccontare dal Quichè il territorio guatemalteco più martoriato dalla spaventosa guerra civile che ha imperversato nel paese per 36 anni e conclusosi solo nel 1996. Storie soprattutto di donne, di vedove, di madri di famiglia spesso con parecchi figli al seguito dallo sguardo impaurito, rassegnato, forse un po' ingannato ma non ancora spento del tutto.Anche questa è una scintilla che ci spinge a "fare" pur tra mille difficoltà e consapevoli della esiguità di forze della associazione di cui faccio parte. Che dire a conclusione? Che nonostante tutto continuo a credere che il Guatemala rappresenti un presente concreto per cui valga la pena impegnarsi. Facendo tesoro di tutti i viaggi passati credo di aver accumulato un obbligo morale che vincola la mia etica verso tutti coloro che ho conosciuto e incontrato. Nessuno di questi "vagabondaggi" per il modo è risultato per me inconcludente. Non so se esiste un momento in cui le cose cambiano per sempre; so che esiste un momento in cui qualcosa può cambiare. L'importante è trasmettere: il volto dei bimbi in una scuola ritrovata, la dimensione di un villaggio che riesce ad uscire dall'oblio, la capacità di riuscire un futuro a ragazze di strada recuperate ad una vita normale. Anche questa è comunicazione e educazione alla solidarietà. Sapete un'ultima cosa. Tutte le volte che rientro in Italia il congedo dal Guatemala, dai suoi mille e cangianti colori e dalle sue vivaci popolazioni, ha un particolare sapore: non l'amarognolo del rammarico che contraddistingue la nostalgia di una partenza ma il suono argentino di un "hasta pronto"a far da preludio ad un prossimo e quanto mai certo ritorno".

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