6 giugno 2008

“Lilli”

“Lilli”: il mediometraggio di Filippo Ticozzi
Ogni “forma d’arte” (letteratura, poesia, musica, cinema…) aiuta a riflettere: il suo scopo è appunto questo. La riflessione, il ragionare, stimolano l’uomo a capire, prima, e ad agire, poi. In una parola: a fare. Per tale motivo siamo convinti che romanzi, poesie, canzoni, films, siano in grado di promuovere e orientare la cultura (anche in campo sociale), forse meglio dei convegni “tecnici” e di qualunque trattato filosofico o sociologico.


“Lilli” è una produzione locale realizzata dal regista pavese Filippo Ticozzi, interamente girata in Oltrepò e prodotto da Alice Moggi e Filippo Ticozzi per La Città Incantata Produzioni Audiovisive in collaborazione con La Piracanta Cooperativa Sociale, con il contributo di AUSER di Pavia, Provincia di Pavia, Comune di Pavia.

Questa la trama

La vita di Giancarlo potrebbe essere un esempio di “arcadia” contemporanea. La casa che occupa con la madre è modesta ma tranquilla, tra loro non ci sono molte parole, eppure non si fa fatica a capire che si vogliono bene (ed è questo un altro merito del film, i dialoghi ridotti all’essenziale). C’è la bicicletta, le strade quasi deserte e spesso in salita, le colline ripide sullo sfondo, i paesi spopolati del vicino Oltrepò. Giancarlo vive in campagna e la natura ha su di lui un effetto pacificante. Una tartaruga, un prato, un albero seppure spoglio possono farti compagnia, soprattutto se gli uomini, i tuoi simili, ci riescono così poco. Eppure Giancarlo è cortese con tutti, timido, riservato, chiede il permesso per ogni cosa. Ma forse proprio questo lo rende così differente, così “altro” rispetto al paese. La stessa benevolenza di chi gli parla ci suona falsa, stonata. Che venga dall’”alto” anche culturale del turista milanese, che occupa la casa nel week end, piuttosto che da un altro “diverso”, il ragazzo albanese, che si sta integrando in Italia, è la sua condizione esistenziale a giocargli contro, ad erigere muri tra se stesso e il mondo. Per fortuna però per Giancarlo c’è Lilli. Una cagnetta affettuosa che, in sua assenza sembra perduta. Lui la nutre, la fotografa, la cura, ma, quando un giorno, a causa di un’incolpevole disattenzione della madre, Lilli scappa e viene investita, Giancarlo subisce uno shock. La morte è qualcosa che non riesce a spiegarsi e che, evidentemente, già l’ha colpito duramente con la scomparsa del padre. L’unica consolazione potrebbe stare nell’oblio che procura l’alcool, ma Giancarlo non è il tipo, oppure in un panico confondersi con la natura, madre e matrigna, vedi quell’immagine in plongée con il prato tutt’intorno. O forse, ancora, il lutto si elabora grazie al rituale, un rituale però, monco anch’esso, visto che a scomparire è stato un cane, non un umano, e questo “cimitero per animali”, a Milano, non si sa se esista davvero oppure no. E proprio il finale, con quell’inquadratura fissa e tenuta, è probabilmente una delle parti migliori del film. Giancarlo ha tentato di andarsene con la macchina, ma la sua imperizia lo costringe a lasciarla, dopo poco, sul bordo della carreggiata. Eccolo allora sollevare il corpo di Lilli dal bagagliaio e prendere la via che lo porterà verso valle, verso la città. Non ha punti di riferimento, non conosce nessuno, però qualcuno gli ha detto che c’è un posto dove “riposano” altri animali, e questo gli basta per convincerlo a non fermarsi.

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