29 marzo 2009

Il martirio dimenticato del Guatemala

Quattrocento villaggi cancellati, il coraggio di un Vescovo, mons. Ramazzini, che prende per mano i più poveri

di Daniela Scherrer, addetto stampa Ains onlus

Quattrocento villaggi annientati e cancellati dalla faccia della terra. Un milione di persone costrette a fuggire in Messico, lasciando dietro di sè morte, distruzione e soprattutto tanta paura per il futuro. Questo è quanto è accaduto in Guatemala nell’arco di tempo tra gli Anni Sessanta e gli Anni Novanta. Eppure proviamo a far mente locale: quante volte ci è capitato di essere informati di tutto ciò dai mass-media? Praticamente mai, eccezion fatta per chi ha la fortuna di poter accedere a canali informativi missionari. La realtà è che quello del popolo Maya è uno dei tanti genocidi dimenticati del mondo, perchè il Guatemala conta poco o nulla e, di riflesso, anche la sua gente quindi non ha valore. Questo è quanto emerso sabato scorso nell’incontro organizzato dall’Associazione Italiana Nursing Sociale (Ains) presso la Libreria “Il Delfino” di Pavia. Il contesto è stato la presentazione del libro “Un popolo di martiri. Testimoni della fede in Guatemala” pubblicato dalla EMI (Editrice Missionaria Italiana) e scritto a quattro mani da Daniela Sangalli e Marco Del Corso. Il dibattito è stato introdotto da Emanuele Chiodini, socio Ains e recentemente testimone oculare in Guatemala insieme al presidente Ains Ruggero Rizzini e ad altri volontari, e ha poi visto l’intervento di Daniela Sangalli, giornalista esperta dei problemi dell’America Latina. I suoi commenti si sono alternati alla lettura di alcuni brani del libro, grazie alla voce di Elisa Califano.

“Nel Duemila sono stata per la prima volta in Guatemala –ha esordito Daniela Sangalli- era l’anno del Giubileo e, grazie al contatto con un amico sacerdote maya, desideravo conoscere la situazione di povertà e di violenza di quella terra proprio per arrivare a scrivere una testimonianza, qualcosa che potesse rimanere come documento. Anche per far conoscere i drammi vissuti in quel trentennio, situazioni che la stessa gente guatemalteca conosce poco”.
L’icona della difesa dei diritti violati del Guatemala è stato per anni mons. Juan Gerardi, Vescovo di Città del Guatemala, ucciso a settantacinque anni il 26 aprile 1998 proprio per il suo impegno a favore della riconciliazione nel Paese. Sulle sue orme oggi c’è mons. Alvaro Leonel Ramazzini Imeri, Vescovo della diocesi di San Marcos, già presidente della Conferenza Episcopale del Guatemala fino al 2007. Difende con coraggio la popolazione indigena e rurale e, nonostante le ripetute minacce di morte, la sua voce si alza con forza sia in favore della gente che contro il narcotraffico e contro lo sfruttamento minerario del territorio, diventato prepotentemente la piaga principale di quel che resta oggi del Guatemala. Un Paese in cui, come ha ricordato Daniela Sangalli, avvengono tredici omicidi al giorno e in cui alla sera davvero si esce con la paura di far più rientro a casa. Ma mons. Ramazzini vuole essere il volto solare di una popolazione che, nonostante tutte le sofferenze subite, ha ancora la voglia di sperare.
- Daniela, che cosa percepiscono gli abitanti del Guatemala di quanto è successo nei trent’anni di violenza?
“Il martirio del Guatemala è antico e allo stesso tempo moderno, visto che ha avuto luogo dagli Anni Sessanta agli Anni Novanta ed oggi in effetti la situazione non è molto migliorata. La gente ricorda questo periodo come gli anni della violenza, scatenata in modo brutale e senza motivo. Questa è la gravità della situazione. Il risultato è stato un dramma sociale enorme, quattrocento villaggi cancellati dalle mappe geografiche, almeno un milione di persone costretto a scappare e rifugiarsi in Messico. Il nome più famoso è quello di Rigoberta Menchù, ma tantissimi altri hanno vissuto la sua odissea e stanno rientrando adesso incontrando un Paese completamente diverso. Ogni famiglia ha perso quasi tutti i parenti e non trova più neppure il villaggio di origine”.
- A che cosa si deve il fatto che questo martirio sia caduto nel dimenticatoio?
“Probabilmente al fatto che il Guatemala è un Paese piccolo, anche sfortunato dal punto di vista geografico, e non conta.E’ un cuscinetto sotto al Messico e per lungo tempo è stato il giardino di casa degli Stati Uniti. Un Paese che viene soltanto adesso alla ribalta delle cronache per il traffico di droga. Quel che è certo è che, a dispetto della carenza di notizie, il genocidio del popolo Maya percentualmente è stato addirittura peggiore rispetto al genocidio argentino di cui tanto si è parlato”.
- Come è possibile che, nonostante le tante ferite aperte, la gente del Guatemala abbia ancora il coraggio di sperare nel futuro?
“E’ vero, è proprio così. Andando in Guatemala si percepisce nella gente un senso di sofferenza e di malinconia, basta ascoltare la loro musica. Però loro sperano ancora. E ci riescono grazie a tanti amici che credono in questa speranza del popolo. Mons. Ramazzini è il testimone più conosciuto del Guatemala di oggi, un po’ l’erede di mons. Gerardi. Proprio lui è il principale fautore della denuncia e della lotta contro le ingiustizie ed è il primo a credere in un futuro migliore anche per la gente più povera”.

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