29 marzo 2009

Mediodìa con Monsenor

Il 24 Gennaio è ancora notte a El Rancho. Il trillo del cellulare utilizzato all'occorrenza come sveglia suona le sue terribili note alle 3.30. Ci si "levanta" per andare a San Marcos. Abbiamo un appuntamento, fissato da mesi, con "Monsenor". Monsignor Alvaro Ramazzini - origini remotissime italiane, anche lui figlio di migranti e di radici trapiantate - è vescovo della diocesi di San Marcos, Nord-Ovest del Guatemala, da quasi vent'anni.E'notte a El Rancho, ed è un sabato. L'arietta frizzante impone di coprirci e un buio ancora naturale (ormai sconosciuto qui da noi) ci permette di scorgere manciate di stelle sulla volta ancora oscurata. Un caffè italiano per darsi un tono, bagagli pronti, un saluto veloce a Madre Lucita, la direttrice del Collegio San Josè. Il rito dei saluti "uffciali" si era svolto appena qualche ora prima nel refettorio della casa delle suore: una quantità grande di saluti cordiali, ricordi affettuosi, numeri di telefono e indirizzi mail scambiati con la giovane comunità delle religiose lì assegnate e con le cinque altrettanto giovani ragazze - Aida, Beatriz, Andresita, Nolberta e Carmen - che in questo luogo del tutto particolare denominato "Clinica San Josè", prestano la loro opera; chi come studente-lavoratore, chi come infermiera professionale.Si parte. Ci attendono sette ore di microbus. Prima tappa, alle porte dell'alba, a Città del Guatemala, intorno alle 5.30. Bisogna lasciare Madre Delmya al terminal dei mezzi pubblici. Madre Delmy sta studiando psicologia e pedagogia all'università della capitale; per gli adulti e gli studenti-lavoratori, l'Uni in Guatemala e' aperta di sabato e domenica. Dopo cinque giorni di lavoro..lezioni regolari e studio. Per chi se lo puo' permettere, naturalmente. Uno sfioro d i mano con Delmy e torniamo a sonecchiare sul "coche" guidato da don Arturo - nostro autista di fiducia - immersi in maglioni e copertine per attenuare la temperatura esterna decisamente bassa.Quando ci svegliamo da un torpore che non è mai sonno vero ci accorgiamo di essere a Chimaltenango, direzione Quichè.Al nostro stupore don Arturo ci rammenta che per raggiungere San Marcos quella che stiamo percorrendo è la via più breve. Nel tratto che attraversa il Quichè la strada è fortemente accidentata. Il governo sta allargando la carreggiata per rendere il cammino di marcia a due corsie: cantieri senza soluzione di continuità, lunghissimi segmenti di rotta a base di terra battuta, polvere e fango a volontà, posti di blocco..e velocità supersonica degli autobus colorati che sfrecciano come saette dal nostro lato e ci superano, e dall'altro pare stiano precipitando a capofitto verso il fondovalle con i suoi caotic i mercati di fine settimana. Anche questo è Guatemala: frenesia negli spostamenti...e "elogio della lentezza" nei modi e nei tratti...Varcate le montagne con paesaggi da film, lasciandoci alle spalle ma lontanissime all'occhio nudo le propaggini turistiche del lago di Atitlàn, arriviamo a Xela-Quetzaltenango. In mezzo una parte di Guatemala molto bello, dai terreni ricchi e produttivi, piantagioni e campi coltivati, città stracolorate e mercati, strade ripiene di piccolo commercio e imprenditoria milleusi, bambini in cammino - sempre una valanga - con le loro mamme cariche d'ogni cosa compresa la testa, a suo modo, anch'essa mezzo di trasporto.Questa è la parte Nord-Occidentale e noi stiamo viaggiando sulla caretera che porta al Messico.Verso le dieci incrociamo una serie di pueblos dal nome esplicitamente cristiano: San Mateo, San Lucas, San Juan, San Pedro. Anche le città, come i nomi proprii di persona, semb rano messì lì apposta per ricordare la secolare tradizione cristiana di questo piccolo paese. Un cristianesimo che nella storia ha saputo assumere riti, culti, profumi e colori delle tradizioni religiose precedenti, in particolare le tradizioni indigene legate alla millenaria civiltà Maya, generando una "miscla" assolutamente incredibile. Cristiani sì, senza rinnegare nelle forme un passato ben anteriore a Cristo e alla sua Chiesa.Alle undici eccoci a San Marcos. Città enorme, città di confine, un comprensiorio metropolitano di quasi un milione di abitanti.In perfetto orario sul ruolino arriviamo davanti alla cattedrale. Entriamo in un palazzo vescovile spoglio e disadorno. Un cortile interno a quadriportico con al centro una fontana e una statua di Maria vorrebbe fortissimamente ricordarci la tranquillità del chiostro. I colori delle pareti scalcinate, giallo oro e bianco, invece, non lasciano spazi a dubbi. Monsenor è in riunione con una serie di cooperanti e volontari internazionali che si occupano del problema delle miniere, un problema esploso negli anni precedenti e riguardante lo sfruttamento selvaggio dei lavoratori del settore estrattivo, in questa zona molto fiorente. La difesa dell'ambiente e del diritto dei lavoratori ebbe un costo per Ramazzini: minacce, osteggiamenti, problemi con le autorità. Come da copione consolidato.Ci incontriamo con monsenor sul terrazzo dell'episcopio, appena prima di mezzogiorno. Saluti come se ci conoscessimo da una vita e poi con nostro stupore ci accomodiamo, da lui preceduti, nel divano del suo appartamento. Casa semplice, quella di un vescovo in Guatemala, ma accogliente. Appese alle pareti tante fotografie che ricordano la sua attività pluridecennale di vescovo della Chiesa Cattolica. Una un po' lontana scattata a Roma In compagnia di Giovann i Paolo II e un'altra più recente con Benedetto XVI alla conferenza di Aparecida l'anno scorso. Ci intratteniamo simpaticamente con Mons. Ramazzini per oltre un'ora raccontandoci le nostre esperienze. Le nostre esperienze vissute in Guatemala in questi dieci anni di attività della nostra associazione e ascoltando noi il quadro poco entusiasmante che lui traccia del suo paese. Si discute della situazione di estrema violenza che domina il Guatemala nel contesto attuale: violenza urbana (le maras che agiscono di notte indisturbate nei centri urbani saccheggiando e uccidendo), la violenza domestica, la violenza di stato ancora troppo diffusa. Si discute di ecologia e di pace: ci racconta che un progetto pastorale specifico della Chiesa guatemalteca va proprio in questa direzione. Si vuole coniugare il rispetto dell'ambiente - risorsa naturale da condividere e preservare - con la pace - un sentimento da ricostruire in un paese div elto da una storia ancora troppo recente frutto di militarismo e sfruttamento coloniale che non tarda a finire. Si discute di diritto alla vita. E allora ti accorgi che il discorso non è scioccamente ideologizzato come si è soliti fare qui in Italia, soprattutto in questi tempi decisamente intristiti : qui si parla dei diritti dei minatori, della condizione di vita dei campesinos presi a giornata nella piantagioni di caffè, del diritto ad un salario decente, dei diritti delle donne, dei bambini, dell'infanzia; della situazione in cui versano le carceri e le scuole. Difendere la vita significa difendere il concetto di vivibilità globale in modo concreto fuggendo possibilmente da battaglie astratte o inconcludenti crociate.Il tempo passa, ma verso l'una e mezza monsenor deve passare ad un altro incontro. Forse con suore che lavorano presso la sua diocesi. Peccato che il tempo sia così tiranno. Da ultimo ricordiamo insieme a lui anche il passaggo di Anna e Nicola i due giovani registi "inviati speciali" nei mesi scorsi per documentare attraverso un filmato la situazione del Guatemala.Saluti cordiali prima di ripartire verso Mazatenango. Parole affettuose e non ricercate per il congedo...e un tentativo maldestro di scattare una foto che disastrosamente non viene...i soliti problemi tecnici. Invitiamo monsenor in italia e ci sautiamo così: "Adelante companeros!!!".

Giulia Dezza, Emanuele Chiodini, Ruggero Rizzini

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