6 marzo 2009

Otto Marzo, una festa di solidarietà

Domenica prossima sarà di nuovo l’otto marzo, data riconoscibile in tutto il mondo perchè dedicata, dalla comune tradizione sociale e civile, al ricordo dell’affermazione della dignità del genere femminile. In parole più usuali e correnti, un’altra «Festa della donna». Ci siamo abituati ormai a vivere questi appuntamenti di natura «civile» in modo piuttosto vuoto, ruotinario, senza più operare un pensiero compiuto sul «perchè» di queste ricorrenze e sul «come» attualizzare il significato di cui sono portatrici. Del peso specifico e del complesso di valori che sottendono, come nel caso dell’otto marzo, le lotte e le battaglie, le sofferenze e le conquiste, a più di un secolo di distanza dalla prima celebrazione della Festa della donna, e che hanno portato nel corso del tempo ad assicurare alla galassia femminile il giusto ruolo in una società finalmente affrancata da logiche patriarcali. Anche l’otto marzo trova la sua radice di pensiero e di azione nel concetto di uguaglianza. Un concetto, oggi, forse a torto dimenticato. E oggi, appunto? E’ sufficiente un ramoscello di mimosa? Una serata in pizzeria, o peggio ancora, in discoteca? Ha senso accontentarsi del lato ludico per ricordare le conquiste di svariate generazioni? Certo, il senso della festa come simbolo; ma noi vorremmo - come desiderio - che si recuperasse anche il valore più profondo di questa data. E allora noi ci sentiamo di entrare nel concreto e di proporre, in particolare, a tutte le donne che leggeranno queste righe un atto di solidarietà. Siamo tornati dal Guatemala solo un mese fa e, nel corso di questo viaggio, abbiamo visitato e siamo stati ospiti per una settimana presso una Casa d’accoglienza per bambine vittime di violenze e abusi. Bambine e ragazze che escono da una realtà infelice e piena di problemi: povertà, abbandono, sfruttamento, ignoranza. Donne. Donne meno fortunate di noi tutti.Alla Casa di Mazatenango abbiamo trovato una situazione poco confortante per le quaranta ospiti lì assegnate: scarsità nella qualità e quantità del cibo e difficoltà legate alla conduzione quotidiana della casa; andare a scuola, vestirsi, lavarsi, mantenere un decoro accettabile, lì davvero, è ancora una battaglia di tutti i giorni. E, vi possiamo garantire, non è splendido quello che abbiamo visto e vissuto. Così, rientrati in Italia abbiamo deciso di proporre un progetto di solidarietà e di sostegno economico alla struttura. Queste le richieste: per dare da mangiare tre volte al giorno, in misura normale, ad una bambina in Guatemala occorrono euro 0,50. Per un mese sono 15 euro, per sei mesi 90 e per un anno 180. Queste sono proporzioni di un mondo decisamente sproprozionato. Non trovate? Forse varrebbe la pena rinunciare a un ramoscello di mimosa e a una fetta di pizza e contribuire, con un piccolo atto consapevole, a migliorare la vita di una piccola nata al di là dell’Oceano, che altrimenti diventerebbe essa stessa vittima inconsapevole di un sistema, il nostro, indifferente e ipocrita. Sì, forse varrebbe la pena. Non trovate?

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