25 maggio 2011

Una società di volontari

Intervista a don Ciotti a cura di Chiara Cecotti

Don Ciotti, quali sono le sfide più importanti
che oggi interessano un volontariato che ha
l’ambizione di unire denuncia e proposta?
Provocatoriamente, direi che la scommessa vera è andare “oltre” il volontariato, “oltre” la sola solidarietà. La nostra attenzione ai poveri, agli ultimi, agli emarginati non verrà mai meno, non verranno mai meno quella vicinanza, quei progetti, quei percorsi che per tante persone sono l’unica forma di inclusione nella
società. Ma il volontariato non può restare l’impegno di pochi: l’obiettivo dev’essere costruire una società in cui tutti sono volontari, tutti si sentono ugualmente corresponsabili verso gli altri e verso il bene comune. Un volontariato che non avverta fortemente questa esigenza rischia di rimanere schiacciato sul presente, di mancare l’incontro col cambiamento. Rischia di accettare la logica pericolosa della “delega” da parte di quella politica che, incapace di rispondere ai bisogni e alle speranze delle persone, guarda al mondo del “sociale” come a un comodo paravento dietro il quale nascondere fragilità, ingiustizie, disuguaglianze.
C’è un dovere della denuncia, da parte nostra, di quelle disuguaglianze e ingiustizie, dei vuoti di diritti, delle disattenzioni e dei ritardi della politica. Ma c’è anche una responsabilità della proposta: che vuol dire spendersi nell’affrontare i problemi e contemporaneamente nella prevenzione, contribuire a rimuovere le cause economiche, sociali e culturali dei problemi stessi. Dobbiamo essere un pungolo allora, uno stimolo costante per chi ha il compito di amministrarci e governarci, e affermare ad esempio con chiarezza che non è possibile tagliare continuamente i fondi per le politiche sociali, “risparmiare” sui servizi alle fasce deboli,e ammettere che nel nostro Paese la corruzione sottragga ogni anno 60 miliardi dalle casse pubbliche.Saldare la denuncia alla proposta: da qui comincia un futuro di sempre meno solidarietà e più diritti, più giustizia sociale.
Negli anni ‘70, quando è iniziata la storia di
Mani Tese il volontariato era una scelta radicale,
che spesso riguardava tutti gli aspetti della vita
di una persona, esisteva per realizzare le utopie;
c’è ancora spazio oggi nella nostra società
per scelte radicali in grado di generare grandi
cambiamenti?
Quella del volontariato resta una personale e libera scelta. Ma radicali non devono essere tanto le scelte, quanto le speranze da cui le nostre scelte nascono, e la coerenza e determinazione nell’impegnarci per realizzarle. Radicale dev’essere l’adesione ai principi della Costituzione e della Dichiarazione universale dei diritti umani, così come all’etica del nostro lavoro. Un’etica fondata sulla prossimità, sull’incontro faccia a faccia con i nomi, i volti, le storie delle persone più fragili ed emarginate. Ma che ci chiede anche un impegno di tipo culturale e in senso lato “politico”, uno sforzo a costruire il “noi”, a coinvolgere sempre più compagni di viaggio in quel cammino verso il cambiamento che ha senso solo se percorso insieme. Io credo ci sia, certo, ancora spazio per tutto questo oggi. C’è ad esempio negli zaini delle centinaia di giovani che ogni estate vanno a lavorare sui terreni confi scati alle mafi e. C’è nelle strutture e nei progetti di tante associazioni che aprono le porte sulla strada per accogliere gli ultimi. C’è in molti gruppi e realtà delle Chiese capaci di saldare la terra al cielo. Lo spazio per la speranza insomma non manca, sta a ognuno di noi “riempirlo” col suo impegno.
La cultura nel nostro Paese non è mai stata
tanto ostacolata come in questi anni, se come
dici tu è lì che misuriamo lo stato di salute della
democrazia e l’allerta delle coscienze, come
valuti il momento che stiamo vivendo e in
questa situazione che ruolo può avere l’impegno
civile?
L’impegno civile è anche un impegno di tipo culturale. Cultura intesa come strada del dubbio, della ricerca, dell’incontro con le domande più profonde dell’animo umano. Il nostro sembra purtroppo un tempo di risposte preconfezionate, più che di domande “scomode”. Un tempo di saperi superfi ciali, di appiattimento
culturale e di conseguenza etico, dove alla crisi della consapevolezza e dell’intelligenza critica corrisponde una crisi della responsabilità. Ecco l’importanza di investire sulla scuola, sulla ricerca, su un’informazione approfondita e libera dalle logiche di potere. E su percorsi educativi che siano un educarsi insieme alla
relazione: all’incontrarsi, al riconoscersi, al mettersi nei panni degli altri. Perché il linguaggio della democrazia si comprende solo se prima abbiamo imparato quello dei rapporti umani, dei diritti e dei doveri su cui si fonda il nostro vivere insieme.
Perché oggi un ragazzo o una ragazza, in una
società sempre più individualista ed egoista,
con sempre meno risorse per la formazione e
per il lavoro, dovrebbero scegliere di impegnarsi
gratuitamente in una dimensione collettiva e
partecipata?
Perché ne va del suo futuro, delle sue speranze, della sua libertà. La libertà è infatti il dono più grande, ma anche la più grande responsabilità che la vita ci affi da: quella di liberare chi ancora libero non è. La libertà non è una risorsa “frazionabile”, non possiamo pensare di “contendercela” in una logica quasi economica:
di più a me se di meno agli altri. Si è liberi solo insieme, solo insieme possiamo costruire una società più giusta e più accogliente, che dia posto, anzi “casa”, alle aspirazioni e ai diritti di tutti, a tutti permetta di realizzarsi nel lavoro come negli affetti e di progettare serenamente la propria vita. Una società che riconosca premessa indispensabile del benessere individuale il contributo che ognuno dà al bene comune.



intervista pubblicata sulla rivista Manitese n.471 marzo-aprile 2011

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