22 maggio 2011

Non per me solo

Ho finito da poco di leggere il racconto della vita - fin qui dispiegata - di don Virginio Colmegna, contenuto in un libro scritto da lui medesimo di cui vi consiglio la lettura, 'Non per me solo' ed. Il Saggiatore, aprile 2011.
Don Virginio è una di quelle figure normalmente 'profetiche' che riscattano lo sporco quotidiano che si annida tra le navate delle chiese, e che sta emergendo ogni giorno che passa, e sempre di più, nella sua oscena brutalità, ossidato, troppo spesso nascosto, troppo spesso coperto dalla subdola cortina fumogena dell'insabbiatura.
Non è mistero per nessuno che i fatti del sacerdote di Sestri Ponente sono di una gravità mai registrata. Non so se altro, di peggio, puo' incarnare una persona 'consacrata'; staremo a vedere dove arriverà il fondo dell'abisso. Ma questi sono i fatti. Vi invito a leggere la lucida analisi di Francesco Merlo apparsa oggi a pagina 25 di Repubblica.
O la Chiesa, davvero, cambia impostazione per quanto attiene l'approccio ai fatti denominati 'morali', tanto negli insegnamenti educativi verso i suoi ministri, quanto nei valori espressi dal Magistero odinario, oppure è destinata a soccombore e marginalizzarsi nella sua funzione, cadendo su un tema verso il quale, al contrario, è necessario aprirsi e fare entrare aria nuova, e non chiudersi a riccio difendo privilegi e arroccature senza più senso.
Perchè di questo stiamo parlando: di un non-senso che non puo' trovare giustificazione alcuna.
Leggendo le pagine di don Virginio, invece, sembra di rinascere; sembra di rivedere e sperimentare da vicino la vera Chiesa che vorremo continuare a conoscere tutti i giorni: una Chiesa maestra d'umanità, di vita, di relazione, di compartecipazione al bene comune di tutti; una Chiesa elemento promotore di riscatto e liberazione verso qualsiasi forma di poverta' e sofferenza, serva dell'Amore vero come dato contagioso e rivoluzionario nelle sua alta funzione. Una Chiesa Serva del Bene, come dovrebbe essere. Naturalmente, costitutivamente, 'ab origine', come l'Evangelo insegna. Come la mirabile primavera del Concilio ha reso visibile.
E non servirebbero altre parole.
Nelle parole e nella vita di don Virginio trovo queste conferme. E nell'Istittuzione? E noi, credenti e non credenti in che misura ci sentiamo interpellati da questi accadimenti?
Lascio aperta la domanda.
Solo vi partecipo alcune righe del libro.
'Da uno di quei letti Nicola, con un filo di voce, Nicola mi chiamo': "Don Virginio, eri il mio prete, in Bovisa, ti ricordi? Io sono scappato invece di fare la prima comunione!". Quel viso e quello sguardo sguardo mi sono tornati familiari. Ora Nicola era un corpo essenziale, un volto bianco e scavato, una mano gracile che tentava di stringere la mia e di trattenerimi, accenenando a una risata per quella fuga antica. Ma subito dopo si fece serio, gli occhi vispi di una volta, aggiungendo emozioni intense alla mia grande commozione: "Voglio fare oggi la mia prima comunione, con te, ci stai?". Abbiamo pregato insieme, tutti e due con gli occhi lucidi, e poi quel gesto, un pezzo di pane dalle mie mani alla sua bocca, un sacramento che fa vivere la Chiesa nel mondo, un'espressione misteriosa del legame tra me e Nicola che non era stato così debole e fugace come avevo creduto da giovane prete. Dopo la celebrazione cercò di nuovo di stringere le mie mani per avvicinarmi a lui e sussurarmi in gran segreto il suo ultimo desiderio: che custodissi la gloriosa bicicletta, unico bene che gli era rimasto, simbolo del Nicola libero che scorazzava nell'aria fuligginosa della Bovisa'. (pag. 59)
La Chiesa è bella quando fa le cose descritte in questa frase, quando diventa eucaristia vivente, nelle persone che sa esprimere e nei gesti che sa compiere. E nei riti se vissuti con la stessa passione di sempre, quella dei piccoli e degli ultimi, della meraviglia e dello stupore, e non come ornamenti orpellati asettici nella loro fissità.
Non per me solo, appunto.

lele chiodini

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