2 maggio 2015

Tacco e punta: curarsi insieme a passo di tango.

Balla che ti passa” sembrerebbe il motto dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, dove per aiutare la guarigione di determinate patologie da qualche anno si pratica la tangoterapia. Artefice di questa cura sperimentale è Marilena Patuzzo, 48 anni, caposala del reparto di Riabilitazione specialistica che, da sempre appassionata della danza argentina, ha pensato di unire le sue competenze e metterle al servizio dei pazienti. 
 

“ Era il 2005 quando ho iniziato a ballare tango, una passione che coltivo da allora con mio marito. Un genere particolare di danza, diverso perché basato non su codifiche e standard, ma sull’improvvisazione e sull’interpretazione. La soddisfazione maggiore risiede nel fatto che ognuno  può ballarli, sentirlo e interpretarlo come vuole. Il tango è come lo senti in quel momento, varia in base al partner, all’umore, a come stai. Tanto che per ogni milonga non vedrai mai ballare due coppie nella stessa maniera. Se non fosse altro perché la musica stessa cambia e ti sollecita con continui alti e bassi, stop and go”. Trasuda passione dalle parole di Marilena, la stessa che nutre per i suoi pazienti con cui ha deciso, avallata dal parere medico dei direttori del Dipartimento interaziendale di Riabilitazione specialistica/neuromotoria del Gruppo MultiMedica, Franco Cosignani e Bruno Conti, di condividere le opportunità offerte dal tango. Ed ecco allora che, due volte a settimana, solo per i degenti, per circa tre quarti d’ora Marilena , sotto al camice, sfoggia scarpette con il tacco e, accesa la musica, comincia a ballare. O meglio, a “guidare”. “Balli per come sei e per come sai. Dopo un momento di riscaldamento necessario a riattivare la muscolatura, abbracci il tuo “partner” e ti lasci guidare”. Fisioterapisti, istruiti a dovere, che hanno scelto di partecipare a un fuori routine. “ Un lavoro di équipe che parte dal medico, che valuta se il paziente è adatto a partecipare, e torna al paziente che deve essere d’accordo. Supportato dal personale”. In tanti anni, che Marilena ricordi, solo un uomo si è rifiutato di partecipare: “Un vedovo che aveva perso la moglie da poco. Mi raccontò che per tutta la vita le aveva negato di ballare; non poteva farlo proprio adesso”. Per tutti gli altri pazienti, invece, è un momento molto atteso. “Utile a recuperare mobilità, equilibrio e controllo del corpo e occasione di svago”, per ci partecipa, ma anche per chi osserva curioso la lezione. Una signora in carrozzella guarda e sospira:”Peccato che io non possa ballare…da giovane ballavo il liscio”. Iolanda, invece, classe 1930, sta cominciando ora a rialzarsi in piedi dopo una brutta caduta:”Io non ballavo con mio marito”, ricorda, “lui si che ballava bene. Adesso il tango mi serve e, al tempo stesso, mi fa compagnia”.
 
Tutti in cerchio
Sette pazienti, la caposala, due fisioterapisti: “Un bel cerchio ampio che iniziamo il riscaldamento”, dice Marilena. C’è chi ride, chi si chiede se ce la farà, chi tiene stretta la mano al fisioterapista, chi si lancia da solo. Come Lino, 82 anni, vertebre rotte e operato al cuore. “Invalido al 100 per cento”, racconta. Ma quando parte la musica, molla il bastone e abbraccia il suo partner. “MI appoggio all’altro corpo, mi lascio guidare e vado”. Eccome se va. Balla con la leggerezza e la confidenza di chi sembra non abbia fatto altro nella vita. Alla fine, confessa: “Si, ballavo anche da giovane”. Ma saperlo già fare non è un prerequisito all’attività. “Sono l’intenzionalità e la voglia di mettersi in gioco unite alla piacevolezza del momento”, spiega Marilena, “a dare frutti. A indurre la capacità di tradurre un pensiero nella pratica. La volontà in movimento, che in alcune patologie è estremamente difficile”. Così nel Parkinson, per esempio. “Ripartire dallo stop della musica ti insegna, di riflesso, a salire uno scalino”. Ma ce ne sono altre:”Come gli esiti di Ictus che lasciano una parte del corpo più debole, o i pazienti affetti da sclerosi multipla e, in generale, dai disturbi dell’equilibrio e della postura. La tangoterapia fa bene laddove c’è poca possibilità di comandare alcuni movimenti”. La parte più difficile, non a caso, è stata scegliere e adattare i passi alle diverse tipologie di situazioni e persone. “renderlo più fruibile per i pazienti” continua Marilena. “Ci abbiamo lavorato molto in fase di progettazione. Solo arrivati al dunque è stato inserito nel protocollo dell’ospedale e questo accadeva nel 2012”. Marilena ancora ricorda la prima lezione, lei che il tango lo frequentava da anni ed è caporeparto dal 1999. “Sulla carta ho unito più diplomi e incrociato delle competenze, diverse e complementari. Ma ciò non toglie che al primo giro ero emozionatissima”. Supportata da tanti studi sul tango argentino come potenzialità riabilitativa, il tempo le ha dato ragione e anche i pazienti. “C’è chi, grazie al tango, è riuscito a sopportare una degenza lunga e con i parenti lontani, perché anche il fatto di essere abbracciati faceva sentire in famiglia. E chi non ha mai ballato nella vita e mai si sarebbe aspettato di farlo in ospedale perché…glielo ordinava il medico!”.
 
di Chiara Pelizzoni
Famiglia Cristiana, N.18 -2015
 
 

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