1 aprile 2010

Biologico è “buono” nel Pavese

Da settore di nicchia sta prendendo sempre più piede nonostante la crisi.
I NUMERI Sono 277 le aziende su un totale di 8.300 che coltivano sorgo, mais, avena, ortaggi e frutta

UMBERTO DE AGOSTINO
LA PROVINCIA PAVESE,GIOVEDÌ, 01 APRILE 2010

PAVIA. L’agricoltura biologica, cioè coltivare senza affidarsi ai fertilizzanti, fa sempre più breccia anche in provincia di Pavia. Da settore produttivo di nicchia, il «bio» sta prendendo piede sia fra gli imprenditori agricoli sia fra i consumatori di Pavese, Lomellina e Oltrepo, che confermano il dato nazionale diffuso dalla Coldiretti e relativo al 2009: aumento del 7% negli acquisti familiari per i prodotti biologici, che trainano la ripresa del made in Italy. Più di un italiano su due (56%) ha messo prodotti biologici nel carrello della spesa almeno qualche volta nonostante la crisi. Non è un dato da sottovalutare se si pensa che i prezzi dell’agricoltura biologica sono superiori a quelli dell’agricoltura «convenzionale». «La bioagricoltura è un mercato in costante espansione, alimentato da un consumatore che si colloca in una fascia medio-alta per disponibilità economiche e per cultura - spiega Walter Cibrario, presidente dell’Unione agricoltori di Pavia -. Inoltre, dobbiamo confermare che il mercato del bio ha risentito meno, in proporzione, della crisi economica che ha messo in ginocchio molti comparti dell’agricoltura tradizionale. Da qualche anno il bio è un filone di pensiero che si basa sul basso impatto ambientale e che riconosce la qualità accettando di pagare cifre più alte». Gli operatori biologici della provincia di Pavia, secondo un dato diffuso da Piazza Italia e relativo al 2008, sono 277 su un totale di 8.300 aziende agricole iscritte alla Camera di commercio: poco più del 3% del totale. Si tratta di un’esigua minoranza che fa tendenza e che si sta facendo conoscere sul mercato in modo immediato ed efficace. «Ormai i prodotti coltivati con il metodo biologico sono numerosi: si va dal riso ai cereali più vari come frumento, mais e sorgo, da cui si traggono farine naturali - spiega Annamaria Seves, referente Coldiretti per il settore biologico -. Poi abbiamo un’ampia gamma di ortaggi, come peperoni, melanzane e zucchine, e di frutta, dalle albicocche alle pesche, dalle ciliegie alle fragole e alle more. E anche le cantine dell’Oltrepo stanno chiedendo sempre più quintali di uva biologica». Anche le mense delle scuole, secondo la Coldiretti, dovrebbero acquistare prodotti dell’agricoltura senza fitofarmaci, che considera l’intero ecosistema agricolo, sfrutta la naturale fertilità del suolo favorendola con interventi limitati e promuove la biodiversità dell’ambiente. «La Lombardia dovrebbe prendere esempio da regioni come il Lazio, la Toscana e l’Umbria che incentivano l’uso di alimenti provenienti da aziende biologiche», aggiunge Seves. La tendenza a coltivare sostituendo fitofarmaci con sostanze organiche è confermata anche da Roberto Bigi, presidente della Confederazione italiana agricoltori di Pavia. «E’ una tendenza trascinante, ancora di nicchia ma comunque vincente: coltivare in modo naturale, come una volta, è un biglietto da visita che non può non fare breccia fra i consumatori del terzo millennio - afferma Bigi -. Tanto più che la stessa Unione Europea sta spingendo molto in questa direzione: la produzione agricola tradizionale è inevitabilmente destinata a conquistare fette di mercato sempre più ampie». Nel giugno 2007 è stato adottato un nuovo regolamento comunitario per l’agricoltura biologica (n. 834/2007), che abroga i precedenti ed è relativo alla produzione biologica e all’etichettatura dei prodotti biologici sia di origine vegetale sia animale (compresa l’acquacoltura). Ciò ha favorito la forte crescita di un segmento di consumatori che non si accontenta di acquistare biologico, ma che vuole conoscerne la provenienza.

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