5 aprile 2010

DI RITORNO DAL GUATEMALA, FINE MARZO 2010

Dopo il viaggio di Gennaio di Ruggero e Giulia è toccato a noi trasferirici temporaneamente nella conosciuta e ri-conosciuta terra del CentroAmerica.
Quindici giorni ad alta intensità. Ad ogni livello: per il clima, ora caldo torrido, subito dopo il passaggio frenetico di banchi di nuvole, fresco e ristorante. Per il paesaggio, mutevole nella morfologia geografica e urbana. Per gli insediamenti umani: la capitale col suo centro direzionale, affaristico, politico, l'areoporto; i barrios e le colonie circostanti, accattastamenti di casette e baracche una sopra l'altra, una addosso all'altra; i quartieri periferici signorili e borghesoni dominati da muraglie di sicurezza e fili spinati. E poi le campagne, i monti improvvisi, i corsi d'acqua bassissimi al limite della sopravvivenza biologica, i pianori larghi e brulli, le messi di canna da zucchero a riempire all'inverosimile camion giganteschi e pronte per la trasformazione in prodotto finito, le piantagioni di frutta esotica come oasi nel mezzo del caldo tropicale, le comunità di campesinos agli estremi con fini della povertà.
Questo è il Guatemala, in trenduesimo; ma pur sempre Guatemala.
Diventa difficile raccontare per filo e per segno quindici giorni vissuti in pienezza, ora per ora, minuto per minuto. Non è semplice raccogliere in un articolo colpi d'occhio, visioni, relazioni, emozioni, sensazioni.
Un viaggio "on the road" come direbbe Keruack è esperienza progressiva. In Guatemala si ritorna è non è mai la stessa cosa. Non è mai come l'anno precedente.
Circolando e parlando, tessendo relazioni sulla strada e sul campo scopri sempre qualcosa di nuovo.
Certo ci sono alcuni luoghi fissi: la Casa delle bimbe in Mazatenango come abbiamo avuto modo di raccontare nello scritto precedente. Un'opera da sostenere e da indirizzare, nel prossimo futuro, verso una piena autonomia gestionale. Sul presente la speranza e' quella di mantenere cio' che abbiamo visto: serenità nella vita quotidiana, mensa e alimentazione adeguate e ampiamente sufficiente, scuola per tutte. Ecco perchè l'obiettivo di raccogliere 10000 euro da investire in questa struttura non è vana: è la vita di 48 bambine (oggi), domani forse ancora di più. Bambine sottratte alla strada e ad ogni forma di violenza: anche questa è povertà.
C'è sempre il Liceo San Josè, a El Racho, e la comunità di suore che lo amministra. La scuola funziona bene nei suoi turni: la "jornada matutina" (scuola elementare) e "vespertina" (scuola media). Abbiamo trovato un clima d'accoglienza e di festa. Una comunità di suore simpatiche e allegre. E uno stuolo di bambini e ragazzi che ormai ci "riconoscono".
Siamo stati con loro, nelle loro aule, durante una mattina di lezione e durante un pomeriggio dove mettevano in scena "l'acto publico", una speciale recita a base di educazione civica tra il patriottico e il sociale. E poi la fiera di "San Josè" svoltasi in un tripudio di sfilate, mortaretti, fuochi d'artificio, elezioni di miss, balli e divertimenti, tra il 17 e il 21 marzo.
Abbiamo rivisto volentieri Annamaria: sempre più in alto, sempre meglio. Ottimi voti a scuola per un elegante signorina lanciata verso i quindici anni.
Siamo stati anche ai limiti della povertà, dove si respira l'indigenza e la contraddizione profonda di cosa significhi vivere in miseria. L'aldea del Chanrayo, collocata sui monti vicini a San Agustin Acasaguatlàn: campesinos che vivono nel loro mondo di abbandono. Tantissime donne, tantissime ragazzine, un figlio all'anno, valanghe di ninos, uomini al mercato perchè era domenica. E loro tutte lì nella "piazza centrale" dell'aldea, uno sterrato prospieciente la chiesa parrochiale senza prete, ad ascoltare gli incaricati del CFCA a spiegare il valore nutrizionale della soia.
Campesinos, poveri, con una canasta di figli, senza risorse economiche, sfruttati nelle fincas circostanti, abitanti in casette di terra e di legno. Dovrebbero essere l'avanguardia della rivoluzione contro lo stesso sistema economico che li opprime. Invece se ne stanno lì a subire il colonialismo di ritorno: quello del consumo pret-a-porter, grande allucinogeno verso giustificati motivi di riscatto, quello che crea un falso benessere: due sigarette, una coca-cola, un telefonino cellulare e tutto si spiana. E, soprattutto, il dato generale resta fisso com'è. Con l'anestetico il rapporto sfruttatore-sfruttato non muta di una virgola. Ecco perchè diventa sempre ragionevole pensare che le varie forme di solidarietà che si sperimentano (va bene insegnare cos'è la soia) non debbano mai essere disgiunte dal perseguimento della giustizia sociale composta di diritti sacrosanti e li velli di vita decenti (educazione, ecologia, emancipazione sociale, formazione di una coscienza libera).
In mezzo a tutto questo c'è stato anche un altro Guatemala: Tikal e Quiriguà con i loro imponenti monumenti Maya, l'Oceano Pacifico e il litorale delle conchas, Il lago di Flores, Panajacel e il lago di Atitlan, l'AltavVeraPaz con i suoi boschi (che alcune multinazionali del legno nordamericane stanno saccheggiando con grave danno dell'ambiente) e la comunita di Tamahù, la scampagnata Marajuma a casa di donna Tita, il mercato generale di Città del Guatemala e il pranzo con Chiara brava e simpatica cooperatrice italiana da queste parti da alcuni anni a prestare la sua grande professionalità.
Si torna in Italia. Si torna a casa: alle proprie abitudini, al proprio lavoro, alle proprie conoscenze.
Si torna in Italia e si lascia là una molecola di cuore: i mercati colorati, l'allegria lungo le strade, la musica latina a manetta, il caos del trasporto "urbano", il sapersi divertire con poco. Si lasciano là le contraddizioni e si torna a casa a vivere in un'altra più grande contraddizione.
Ma è così, la realtà è sempre razionale.
Un anno passa in fretta.

Anna Cazzani, Emanuele Chiodini

volontari Ains onlus

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