10 aprile 2010

INTERVISTA CON MONS. ALVARO RAMAZZINI, VESCOVO DI SAN MARCOS

Mons. Alvaro Ramazzini Imeri, vescovo di San Marcos, già presidente della Conferenza episcopale del Guatemala (2004-2008), di cui attualmente presiede le Commissioni pastorali della mobilità umana, penitenziaria e Caritas, è una delle figure dell’episcopato latinoamericano maggiormente impegnate sul piano sociale, essendo stato ripetutamente minacciato di morte per l’appoggio ai contadini senza terra e il sostegno alle proteste contro le miniere a cielo aperto.

Com’è la situazione del Guatemala?
Molto negativa: l’impoverimento cresce, toccando l’80 per cento della popolazione, con un 60 per cento nella miseria, aumentano gli emigranti, nonostante migliaia siano deportati dagli Stati Uniti (e oggi si aggiungono le vergognose leggi europee in materia), la denutrizione infantile arriva al 49 per cento dei bambini sotto i 5 anni (59 per cento tra gli indigeni) secondo l’Unicef, in un paese che può realizzare tre raccolti all’anno. Tutto ciò è frutto di una struttura sociale ingiusta ed escludente, in cui la ricchezza è detenuta da una ventina di famiglie, e al cui centro c’è il problema dell’iniqua distribuzione della terra, che nessuno ha voluto finora affrontare e sulla quale si fonda il modello agroesportatore prevalente nel paese. Basti pensare che oggi, come denuncia un recente “Rapporto sulla situazione dell’alimentazione in Guatemala” preparato dalla cooperazione allo sviluppo austriaca, vasti terreni ed enormi quantità d’acqua sono destinati alla produzione di agrocombustibili, coltivando canna da zucchero e palma africana, a scapito del mais. È pazzesco: non abbiamo cibo, ma avremo diesel! E così i contadini cominciano a coltivare papaveri da oppio. Sono molto preoccupato anche per l’annunciato Accordo di associazione tra Centroamerica e Unione europea. Il negoziato pare che adesso si sia bloccato per la crisi in Honduras, ma finora i nostri governi hanno condotto la trattativa senza aprire alcuna discussione con la società civile. Non vorrei si ripetesse quanto avvenuto col Trattato di libero commercio tra Stati Uniti e America centrale (Cafta), che non ci ha aiutato per nulla perché la disuguaglianza tra i partner è enorme. Questo accordo dovrebbe invece essere prima di tutto un patto di aiuto allo sviluppo dei nostri paesi, mettendo in secondo piano l’aspetto commerciale.

Quale sarebbe un primo passo per superare questa situazione?
In Guatemala la radice dei problemi sociali e ambientali è l’assenza di una riforma agraria. Nell’enciclica Caritas in veritate anche Benedetto XVI parla di riforma agraria, dandoci un sostegno autorevole, ma noi vescovi lo diciamo da anni. Oggi la soluzione passa per il varo di una Legge di sviluppo rurale integrale che assegni alla terra non solo il compito di produrre per l’esportazione e ciò implica toccare la proprietà fondiaria. Le organizzazioni contadine, con l’appoggio della Commissione pastorale della terra, hanno elaborata una proposta, peraltro non molto radicale, concordata con il governo, che però non è andata avanti, per cui in luglio i movimenti popolari hanno realizzato blocchi stradali in tutto il paese e ora pare che il presidente della Repubblica, Alvaro Colom, intenda appoggiarne il varo. Non sarà facile perché il nostro progetto prevede aspetti come l’introduzione di un Codice agrario, di Tribunali agrari e di un Ministero di sviluppo rurale a sostegno dell’economia contadina di sussistenza, che trovano l’opposizione dei grandi proprietari terrieri. I latifondisti hanno presentato, attraverso la Camera dell’agricoltura, una propria proposta, che si somma a quelle del precedente governo conservatore del presidente Oscar Berger e di Otilia Lux, già ministra della Cultura e dello sport nell’esecutivo del presidente Alvaro Portillo (2000-2004), oggi deputata indipendente legata al partito indigeno Winaq dopo essere stata eletta con Incontro per il Guatemala, di centrosinistra. Ma senza un cambiamento a questo livello aumenterà la povertà e quindi la violenza, perché la grande maggioranza dei giovani non ha prospettive. Programmi governativi come “Coesione sociale” o l’erogazione di 150 quetzales (12 euro) mensili alle famiglie povere delle campagne, purché mandino i figli a scuola, non sono risolutivi.

Chi sono i responsabili della violenza diffusa nel paese?
È difficile capirlo. C’è la criminalità organizzata, è aumentato il numero dei sicari che ammazzano per soldi, ci sono i narcotrafficanti, che a loro volta si appoggiano alle maras, bande giovanili disposte a uccidere o minacciare, come successo un paio d’anni fa col missionario italiano p. Pietro Nota, che ha dovuto lasciare il paese, e si parla pure di un gruppo di militari che vorrebbero conservare potere fomentando il disordine. L’azione di contrasto da parte dello Stato è scarsa, perché nella polizia c’è ancora molta corruzione nonostante numerosi agenti siano stati cacciati, le indagini non vengono realizzate, tanto che è stata la Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala dell’Onu a scoprire 9 persone coinvolte nell’omicidio, avvenuto in maggio, dell’avvocato Rodrigo Rosemberg, e la legislazione sulla protezione dei testimoni andrebbe rafforzata. Inoltre le carceri sono controllate dai detenuti.

Da anni lei è in prima fila nelle proteste contro la presenza nella sua diocesi dell’impresa mineraria Montana exploradora de Guatemala, una sussidiaria della canadese Goldcorp Inc. Quali sono gli ultimi aggiornamenti?
Due mesi fa abbiamo reso pubblici i risultati delle nostre analisi sull’inquinamento dei corsi d’acqua della zona, che aumenta a livello di metalli pesanti, mentre non abbiamo trovato cianuro. L’impresa ha replicato che rispetta gli standard stabiliti dalla Banca mondiale, ma noi vogliamo conoscere la condizione dell’acqua della laguna creatasi in seguito alla costruzione di una diga. Abbiamo chiesto al loro avvocato di mettere a confronto i risultati delle nostre analisi e delle loro, ma soprattutto abbiamo proposto di affidarle a un organismo indipendente specializzato, suggerendone uno del Belgio. A San Miguel Ixtahuacan, dove c’è la miniera e la comunità è spaccata a metà tra favorevoli e contrari, l’azienda ha inoltre organizzato una manifestazione pubblica di sostegno al progetto estrattivo, cui hanno partecipato 1.200 persone, in maggioranza lavoratori dell’impianto, durante la quale hanno gridato al parroco belga, p. Erik Gruloos, che è straniero e se ne deve andare. Allora il parroco ha scritto alla società in Canada, chiedendo ragione di questi attacchi. La ditta gli ha risposto e ha scritto anche a mons. Thomas Collins, arcivescovo di Toronto chiedendogli di intervenire perché vogliono avere buoni rapporti con la Chiesa guatemalteca. Venutolo a sapere, il parroco ha scritto all’arcivescovo per spiegargli la situazione. Mons. Collins non mi ha interpellato; se lo farà gli risponderò, ma non c’è motivo perché lui intervenga in questa vicenda. Intanto la Commissione della trasparenza del Parlamento guatemalteco è venuta a San Marcos per verificare la situazione del sito minerario perché c’è una deputata, Rosa Maria De Frade, eletta con la Grande alleanza nazionale (di destra, al governo nel 2004-2008 e oggi all’opposizione) e attualmente appartenente al Gruppo parlamentare “Guatemala”, che è impegnata per la riforma della legge sulle miniere. Abbiamo chiesto a Colom di sollecitare il Congresso ad approvare la proposta di legge concordata nel 2006 con la società civile, a cominciare dai movimenti ambientalisti e dalla Conferenza episcopale. Un gruppo ecologista radicale rifiuta qualsiasi attività mineraria, ma la Costituzione l’ammette per cui bisognerebbe cambiare la Legge fondamentale. In Bolivia ed Ecuador l’hanno fatto, ma da noi è molto difficile, per cui puntiamo a modifiche della normativa ordinaria che mettano vincoli rigorosissimi a questa industria. D’altro canto le royalties che il Guatemala riceve sono minime: fino a marzo la ditta canadese ha ottenuto profitti per 245 milioni di dollari e ha ne ha dati al paese solo 7. Adesso sta cercando di comprare altra terra per allargarsi e a volte qualche contadino vende perché ha bisogno di denaro, ma in generale la resistenza della popolazione a questi progetti, compresa la costruzione di centrali idroelettriche, come quella sul fiume Salá, cresce e la situazione è molto tesa.

Come giudica il governo del presidente Colom?
È un governo molto debole, che non ha il coraggio di affrontare i problemi fondamentali del paese, anche perché Colom deve molti favori agli imprenditori che gli hanno finanziato la campagna elettorale, quindi non mi aspetto granché. In settembre ho incontrato il Relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’alimentazione, Olivier de Schutter, che si era appena riunito col presidente. Mi ha detto che Colom teme si ripeta in Guatemala quello che sta succedendo in Honduras, per cui non intende realizzare cambiamenti profondi perché paura di un colpo di Stato. Secondo me, invece, il governo potrebbe realizzare alcune riforme senza correre questo rischio.

Quale scenario si prospetta per le presidenziali del 2010?
Temo che sarà una partita tutta giocata a destra, tra il generale a riposo Otto Perez Molina, già capo dello Stato maggiore presidenziale dal 1993 al 1996, oggi leader del Partito patriota e alfiere della “mano dura” (del cui ruolo nell’omicidio del vescovo Juan Gerardi parla il libro “L’arte dell’omicidio politico” di Francisco Goldman), e Harold Caballeros, un ex pastore evangelico della Chiesa “El Shaddai” (la stessa dell’ex presidente Jorge Serrano, eletto nel 1990 e fuggito dal paese nel 1993 dopo aver tentato un autogolpe) che ha fondato il partito Visione con valori (Viva). Forse si candiderà anche la moglie di Colom, Sandra Torres.

E il movimento popolare? L’impressione è che le organizzazioni nazionali siano ancora quelle degli anni ’80 e fatichino a raggiungere una massa critica che le renda efficaci.
Credo sia così e manca soprattutto un coordinamento tra le varie organizzazioni che apra la strada a un movimento popolare forte e incisivo. Non ci sono leader capaci di unire, perché prevalgono gli interessi di gruppo, le ambizioni personali e il protagonismo dei dirigenti. Dal movimento di resistenza contro le miniere è nato nel 2008 il Consiglio dei popoli dell’Occidente, che riunisce diverse organizzazioni sociali indigene e no; spero cresca e si estenda alla parte orientale del paese. Secondo alcuni potrebbe costituire la base di un partito politico, ma nelle elezioni del 2016.

La Conferenza episcopale interviene puntualmente su singoli problemi (emigrazione, miniere, ecc.), ma rispetto a qualche anno fa sembra meno capace di indicare un’idea di paese.
In effetti come episcopato abbiamo purtroppo un po’ ridotto il nostro impegno di denuncia. Lavoriamo molto sul tema dei migranti, anche perché il segretario della Commissione episcopale di mobilità umana, p. Mauro Verzelletti, è molto attivo, e la Commissione pastorale della terra si sforza di essere incisiva, ma come Conferenza episcopale ora manteniamo un profilo più basso perché i vescovi non hanno tutti la stessa opinione sulla situazione del paese, soprattutto su alcuni problemi sociali, a cominciare da quello della terra, anche per la diversa realtà concreta delle singole diocesi. Certo tutti consideriamo importante la lealtà nella Conferenza episcopale, per cui se si prende una decisione a maggioranza, chi non è d’accordo tace e poi nella propria diocesi può muoversi anche in un'altra direzione. Tuttavia la mancanza di consenso ci ha fatto perdere un po’ della forza che avevamo durante la guerra civile. Mi auguro che possiamo recuperarla anche grazie al contributo dei nuovi vescovi, gli italiani Rosolino Bianchetti a Zacapa e Mario Fiandri nel Peten.

Oggi a che cosa dovrebbe secondo lei dare priorità la Chiesa guatemalteca?
Credo dovremmo rafforzare la nostra pastorale sociale, coordinando gli sforzi dei diversi settori che la compongono (salute, terra, Caritas, penitenziaria, diritti umani, mobilità umana) per avere più peso a livello nazionale e magari convincere anche agli imprenditori a sedersi a un tavolo per prendere atto che così il paese non può andare avanti e concertare un nuovo progetto di nazione.

Che significato ha la particolare sensibilità sociale espressa dal Consiglio ecumenico cristiano del Guatemala, creato nel 2007?
Quello di presentare una pratica cristiana, che coinvolge cattolici e non cattolici, in cui, come diceva Giovanni Paolo II, non c’è divorzio tra fede e vita, a differenza di certi gruppi neopentecostali e carismatici, che rimangono estranei ai problemi sociali. E dimostrare che l’ecumenismo è possibile.

Il lavoro di questo Consiglio ha un’eco?
Sui mass media direi di sì, mentre tra la gente per ora meno, anche perché le Chiese protestanti storiche che lo compongono (luterani, episcopaliani, presbiteriani, ecc.) sono piccole. Oggi in Guatemala la maggioranza dei non cattolici appartiene a Chiese evangeliche settarie, che fanno molti seguaci proponendo riti di guarigione, ma intervengono pubblicamente solo su questioni che riguardano la famiglia.

Come interpreta i casi di due preti scomunicati, Eduardo Aguirre, che ha formato la Chiesa cattolica ecumenica rinnovata in Guatemala, facendosi consacrare vescovo dal primate della Chiesa cattolica apostolica brasiliana, e di Armando Diaz Duque, che si è inserito nella Chiesa cattolica antica del Centroamerica ricevendo la consacrazione episcopale dal primate della Chiesa cattolica apostolica antica del Rio de la Plata?
Credo che questi scismi siano frutto di vicende individuali, dovuti alla personalità di questi preti, che hanno però trovato un ambiente favorevole in gruppi carismatici lasciati senza accompagnamento pastorale. Così, per esempio, Aguirre aveva creato la Comunità Santa Maria del nuovo esodo nella diocesi di Huehuetenango, garantendo l’amministrazione dei sacramenti a molte persone semplici.

Alla vigilia della V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, lei aveva sottolineato l’importanza che ad Aparecida fossero affrontate alcune questioni intraecclesiali, per esempio quella dei ministeri, che però non sono poi state toccate. Come pensa sia possibile farlo, se lo ritiene ancora necessario?
Nelle presentazioni della situazione del proprio paese, fatte all’inizio della Conferenza dai presidenti dei diversi episcopati emergeva una sorta di contraddizione tra l’insistenza sulla necessità rafforzare nelle comunità cristiane la percezione dell’importanza della vita sacramentale, in particolare dell’eucaristia, e l’insufficienza di ministri ordinati per celebrarla. Questo tema non è stato poi affrontato ad Aparecida, ma resta pendente. In Guatemala, per esempio, ci rendiamo conto che le celebrazioni della Parola guidate dai delegati della Parola sono un’esperienza molto positiva e ricca, ma spesso i fedeli finiscono per identificarle con l’eucaristia, per il semplice fatto che raramente hanno la possibilità di partecipare a una Messa. Dobbiamo trovare il modo per cui alle comunità non manchi la celebrazione dell’eucaristia e della riconciliazione. Secondo alcuni con una forte promozione delle vocazioni risolveremo il problema della scarsità dei preti, ma io non credo sia così. Io penso che dovremmo almeno avviare una discussione ampia e approfondita su nuove alternative, ma questa possibilità mi pare ancora lontana. Sono curioso di vedere se il tema sarà affrontato al Sinodo per l’Africa. Temo però che anche a livello di Conferenze episcopali i tempi non siano maturi, perché la maggioranza di noi vescovi non ritiene questi argomenti materia di dibattito, per cui quando qualcuno li solleva i più rispondono che non se ne deve parlare e l’interessato rischia di essere guardato con sospetto. Penso che se ci fosse un ambiente di maggiore libertà anche tra noi vescovi forse questi problemi verrebbero esplicitati. Ma in futuro dovranno essere affrontati.

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