11 luglio 2010

La “Defensoria de la mujer”



di Stefania Garini
pubblicato nel numero maggio/giugno 2010 di VpS, Volontari per lo sviluppo. La rivista di chi abita il mondo

Il Guatemala vanta il triste primato in America per maggior numero di femminicidi tra le mura domestiche (720 nel solo 2009), nel 99% dei casi impuniti. Segregate, picchiate, le donne maya non possono studiare elavorare. Ma da alcuni anni si sono messe in rete e oggi con l’appoggio dell’ong Cisv hanno creato un centro di difesa dei loro diritti.

“ Per anni mio marito mi ha tenuta chiusa in casa, riempiendomi di botte e insulti per qualsiasi sciocchezza. I miei parenti lo sapevano ma mi dicevano di resistere, perché è normale che in famiglia capiti così”. A raccontare è Isabel, una maya-ixhil di 30 anni, che risiede nel dipartimento del Quichè, Guatemala occidentale: una delle zone più povere e più colpite dalla guerra civile che insanguinò il paese dal ’60 al ’96. Proprio qui infatti vi furono il 45% dei massacri, a danno soprattutto del popolo Ixhil. Ma, terminato il conflitto, non è venuto meno il clima di violenza, in particolare nei riguardi delle donne: già nel 2007 Philip Alston, Relatore speciale dell’Onu, riportava i dati di una ricerca secondo cui ci sarebbero state più vittime di morti violente nei primi 25 anni di pace che nei 36 anni di genocidio. E storie come quella di Isabel si contano a centinaia. Anche se, nel suo caso, c’è stato un “lieto fine”. Perché, racconta, “un giorno ho deciso di chiedere aiuto alla Red.loro hanno voluto incontrare mio marito. Poi mi hanno fatto seguire dei corsi e mi hanno trovato un lavoro. Così ho iniziato a sentirmi più sicura, più forte, e a opporre resistenza alle prepotenze e alle cattiverie di juan. Adesso lui non mi tocca più con un dito”.
La Red coordinadora de organizaciones de mujeres ixhiles, dove Isabel ha trovato rifugio, è stata creata a fine anni 90 dalle stesse donne indigene che hanno deciso di lottare contro le discriminazioni e gli abusi, mentre la giustizia stava a guardare.

Indifese

In Guatemala, pur esistendo alcune leggi avanzate in tema di violenza di genere e tutela delle donne – come il Decreto 22 contro il “femminicidio” approvato nel maggio 2008 – queste non vengono applicate a causa di corruzione, razzismo o machismo degli stessi operatori di giustizia. Così, a fronte di oltre 720 “ femminicidi” che si consumano ogni anno nel paese, le condanne degli aggressori non raggiungono l’1,5% dei casi. Un clima d’impunità pressoché totale che spiega come in soli tre anni (2007-09), il Guatemala sia passato dal terzo al primo posto in America latina per numero di donne assassinate. E nel 61% dei casi gli omicidi avvengono tra le pareti domestiche. Il propesi, programma governativo di prevenzione ed eradicazione della violenza intrafamiliare, dichiara di ricevere circa 5.200 chiamate d’aiuto al mese. Ma, come nota l’antropologa Marcela Lagarde, “la violenza subita dalle donne non è solo fisica, fatta di stupri e pestaggi fin dall’infanzia, ma anche e soprattutto di tipo psicologico, economico e patrimoniale”.
Le donne infatti non hanno accesso all’istruzione e al mondo del lavoro: spesso trovano un impiego solo in cambio di prestazioni sessuali, e devono subire le molestie di colleghi e datori di lavoro.
È anche frequente il caso di bambine o donne stuprate in casa, specie dopo che il capofamiglia è emigrato lesciandole in balia di altri parenti.
Se restano incinte, vengono segnate a dito dall’intera collettività e capita che parenti e autorità locali si accordino per privarle della casa e dei beni, allontanandole dal villaggio. È poi impossibile alle donne denunciare gli abusi, perché non hanno mezzi per sostenere eventuali spese legali. “inoltre è molto raro che una donna stuprata si rivolga ai poliziotti o agli operatori sanitari per sporgere denuncia, perché costoro reagiscono spesso con prepotenza e aggressioni verbali, aggiungendo violenza a violenza” spiega Anna Avidano,coordinatrice espatriata dell’ong Cisv che da anni collabora con la Red.

A servizio del territorio

In tale contesto, la Red coordinadora de organizaciones de mujeres ixhiles cerca di garantire interventi “di tipo formativo, promuovendo corsi di alfabetizzazione e professionalizzazione delle donne; di tipo economico, attraverso fondi di microcredito che permettono alle vittime di violenza di avviare piccole attività produttive; e anche di tipo politico, tramite azioni di coordinamento con le ong e le organizzazioni statali che operano per i diritti umani” spiega Juana Baca Velasco, coordinatrice della Red. Anche Juana ha alle spalle una storia difficile. Il suo lavoro da assistente sociale le ha attirato l’ostilità di alcune realtà istituzionali di Nebaj, uno dei municipi del Quichè, con 53.000 abitanti. A “urtare la sensibilità” è stato soprattutto il fatto che Juana maneggiasse il denaro destinato ai progetti di microcredito. Così è iniziato per lei un crescendo di minacce, intimidazioni e pestaggi (l’ultimo pochi mesi fa, mentre era incinta al terzo mese) culminato nel 2004 in un attentato cui è scampata per miracolo. Oggi gli aggressori sono stati condannati ed è in atto un processo contro il sindaco di nebaj, sospettato di essere il mandante.
Malgrado le difficoltà juana e le altre donne hanno continuato la loro lotta, e oggi la Red inizia a essere un punto di riferimento per tutto il territorio, venendo riconosciuta anche dalle istituzioni. Molto gettonato è il servizio di “conciliazione”, che serve a mediare nelle situazioni di conflitto e di abuso domestico o comunitario. “ Le donne, anziché mandare in galera il marito che le picchia o le lascia senza mezzi per vivere, preferiscono chiedere aiuto alla Red che interviene in modo “pacifico”. Nel 2009 si sono risolte con esito positivo una cinquantina di situazioni, al 90% sono le donne che chiedono aiuto, ma capitano anche casi di uomini che subiscono violenza da altri uomini” spiega Anna Avidano.
“ovviamente la conciliazione non interviene nei casi più gravi, come lo stupro. Allora si consiglia alle donne di sporgere formale denuncia, garantendo loro tutti i supporti di tipo psicologico, legale ed economico”.


Al lavoro per la democrazia


Lo scorso 6 febbraio, insieme all’ong Cisv, la Red ha inaugurato a Nebaj la “Defensoria de la mujer l’x”, una struttura che funziona sia come casa d’accoglienza per le donne ixhiles vittime di violenze familiari (spesso con figli al seguito), sia da sportello per l’assistenza legale e psicologica. All’interno della Defendoria si aprirà anche una cafeteria o comedor, per garantire la sostenibilità economica della struttura e creare un’ulteriore occasione di impiego per le donne. In parallelo, spiega Juana, “ si stanno attivando una ventina di seminari destinati a circa 600 tradonne, ragazze e bambine in modo che diventino più consapevoli dei loro diritti, ed è previsto un corso di alfabetizzazione giuridica per 18 promotrici comunitarie della Red”. L’associazione promuove inoltre corsi professionali su attività agro-pastorali, artigianato, sartoria, tessitura, cucina,pasticceria….e ci si sta organizzando per avviare una cooperativa che permetta la commercializzazione equa dei prodotti tessili delle donne. Grazie alla Red la vita per molte di loro sta cambiando. “Ma non è solo lo sviluppo integrale delle donne che ci sta a cuore” dice Juana.
Quello che vogliamo è contribuire a creare una cultura di pace e uno Stato democratico

Nessun commento: