31 ottobre 2010

“Vi racconto il mio Kenya nelle baraccopoli”

Nel mese missionario l’esperienza del comboniano padre Paolo Latorre, ospite a Pavia

Ottobre è tradizionalmente il mese missionario. E sono importanti le voci dei padri missionari che nelle varie parti del mondo hanno deciso di operare donando la loro vita. E’ stato così anche per padre Paolo Latorre, origini pugliesi, da undici anni missionario comboniano a Korogocho insieme a padre Stefano Giudici (che ha studiato all’Università di Pavia) e padre John Webootsa. Korogocho è una delle tante baraccopoli alla periferia di Nairobi, in Kenya. In precedenza Latorre aveva trascorso tre anni di studio e lavoro in Congo, prima di far ritorno in Italia per dedicarsi ai giovani a Lecce e a Bari. Padre Latorre è stato a Pavia per una giornata intensa che lo ha portato alla mattina ad incontrare circa trecento studenti dell’Istituto Volta, mentre nel pomeriggio ha fatto visita al Vescovo mons. Giovanni Giudici e successivamente ha celebrato la Messa a San Michele prima di partecipare alla serata promossa al Collegio Santa Caterina da Associazione Ad Gentes, Azione Cattolica, Casa del Giovane, Caritas, Collegio Santa Caterina, Pax Christi e Ufficio Missionario Diocesano
Padre Paolo, la sua è una vocazione missionaria adulta. Come è maturata?
Da studente avevo scelto di prestare opera di volontariato, così ogni anno nelle vacanze andavo al Cottolengo di Torino per dare il mio contributo di aiuto. Questa esperienza, insieme ad altre che si sono verificate nel mio percorso di maturazione, ha cominciato a far nascere in me la vocazione. Scelta che si è consolidata durante gli studi universitari, quando frequentando la facoltà di filosofia ho “incontrato” il pensiero antropologico di Daniele Comboni. Mi è rimasto impresso il suo “Salvare l’Africa con l’Africa” e ho deciso di provarci anch’io”.
Ora dopo undici anni che ha “toccato con mano” la realtà africana è ancora convinto di quanto diceva Comboni?
Sì, Daniele Comboni aveva capito quanto fosse importante chiedere al mondo di fare attenzione ai problemi dell’Africa e anche puntare sulla formazione degli africani: qualcosa che va oltre il semplice aiuto di un momento. La nostra missione comboniana in Kenya è nata nel 1990, esattamente vent’anni fa, e sempre ha avuto questi due capisaldi”.
Com’è l’Africa da raccontare a chi non l’ha mai vista?
Innanzitutto va smantellato un pregiudizio: l’Africa non è povera, ma impoverita. Ci sono dati ormai tristemente noti. Prendiamo ad esempio il Congo: è una miniera di coltan (contrazione di columbite-tantalite), elemento essenziale nell’industria elettronica e dei semiconduttori per la costruzione di condensatori ad alta capacità e dimensioni ridotte che sono largamente utilizzati in telefoni cellulari e computer. La sua ricchezza diventa però anche la sua grande povertà, dal momento che le multinazionali importano il coltan estratto in Congo senza scrupoli, ai prezzi che vogliono, largamente inferiori ovviamente a ciò che sarebbe equo. E quando Padre Joseph Kabila chiese alle multinazionali di trattare il prezzo in maniera più giusta è stato ucciso”.
E il Kenya?
Il Kenya riveste innanzitutto una posizione strategica a livello militare, far scoppiare lì una guerra significherebbe acquisire una sorta di portaerei sull’Oceano Indiano e anche destabilizzarlo creando una situazione ancora peggiore di quella in Somalia. Inoltre la grande piaga è quella dello sfruttamento della prostituzione minorile. Purtroppo Malindi non è solo famosa per le sue coste splendide, ma anche per essere la seconda meta mondiale di turismo sessuale dopo Taiwan”.
Anche Nairobi vive il grande conflitto di un centro moderno e di una periferia all’insegna delle baraccopoli?
Nairobi è una grande città che ha ben poco di africano. Si produce di tutto e si assiste a una urbanizzazione selvaggia che in Africa è paragonabile solo a poche altre città. Ma la periferia di Nairobi è in grande contrasto con il centro e trabocca di baraccopoli strapiene di gente ammassata. Korogocho è una di queste”.
Che cosa racconta alla gente nei suoi incontri quando torna in Italia?
Io non faccio incontri per raccogliere fondi, voglio raccontare alla gente come diventerà il mondo per tutti se non apriamo gli occhi in tempo. E racconto anche come operiamo noi comboniani, con iniziative che vadano al di là dell’individualismo e dalla gratificazione personale, ma chiedendo semmai di adottare un segmento di un progetto da realizzare in loco”.
Una scelta che voi preferito rispetto, ad esempio, all’adozione scolastica. Come mai?
Il riscontro emozionale legato a un’adozione scolastica è sicuramente forte per chi la effettua. Onestamente noi preferiamo ad esempio sostenere gli insegnanti, affinchè con il loro stipendio possano lavorare a Korogocho e creare una classe di giovani indigeni preparata”.
Si sente di dire che spera concretamente nel riscatto dell’Africa?
La speranza di riscatto è molto percepibile in Kenya. Le donne sono la categoria più disposta a rimboccarsi le maniche materialmente, i giovani hanno l’orgoglio nazionalista: vogliono studiare e poi restare sul posto per risollevare la loro nazione. In questo sono molto diversi dai giovani di altre realtà africane”.
E voi missionari come siete stati accolti?
La nostra attività, che ormai dura da vent’anni, è seguita con fiducia. Ed ora cominciano ad affiancarsi a noi nel portare avanti i progetti perchè ne capiscono l’importanza. Prendiamo ad esempio l’assistenza ai bambini di strada: quando vengono nei nostri centri a visitarli si rendono conto che sono molto cambiati, che non sono più quelli “fumati” di colla che creavano problemi e infastidivano”.
Fin qui l’Africa che soffre e che spera... e il volto dell’Africa che insegna a noi?
Diciamo che non c’è la competizione esasperata presente da noi e nessuno soffre di depressione... il benessere ci espone a una raffica di confronti con chi ci sta accanto e alimenta il lavoro degli psicologi. E poi a livello di fede addirittura la parola ateismo non esiste perchè comunque tutti sono certi che Dio c’è. E si chiama Mungu per tutte le confessioni religiose, a livello semantico questo ha una grande importanza perchè comunque è qualcosa di molto accomunante”.
A lei personalmente che cosa ha insegnato la vita in Africa?
Io ero un tipo piuttosto razionale e programmato. Questi anni in Africa mi hanno insegnato l’immediatezza nel vivere e nel rapportarsi con la gente. La mia giornata tipo non è quasi mai come la immagino quando mi alzo all’alba, ma viene sempre stravolta dall’improvvisazione, da qualcuno che bussa alla mia porta e mi cambia tutti i programmi. Ma va bene così...”





Daniela Scherrer

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