11 marzo 2013

La cooperazione come dialogo, ovvero l’identità aperta

Cari amici questa nota riprende la mia relazione all’Assemblea del VIS del 12-13 Novembre 2012. Sono riflessioni che mi tiro dietro da qualche tempo e che mi piace condividere con tutti voi nella convinzione che le risposte non si trovano mai da soli. L’argomento si svolge in cinque punti: tre fatti e due passi.

1. Primo fatto, i cambiamenti economici dal 1980 ad oggi.
Venticinque anni fa parlavamo di paesi ricchi e poveri, di paesi a basso ed alto reddito. Ore le cose si sono fatte più complicate. Dal G7 si è passati al G20 con una nutrita rappresentanza di paesi del cosiddetto Terzo Mondo, ci sono i Paesi Emergenti, in realtà alcuni quasi emersi. I BRICS, Brasile, India, Cina, Russia e Sud
Africa e ci sono i ‘new donors’, non ancora membri del DAC, Development Assistance Committee presso l’OCSE. Tutti sappiamo della potente crescita economica di molti paesi dell’Asia Orientale una volta classificati a basso reddito, fenomeno che ormai coinvolge anche Cina e India. Viviamo un periodo di forte scossoni economici, non ultima la crisi del 2007-2008 che sarà lunga e prolungata e vedrà un’accelerazione del processo del spostamento di potere economico verso l’Asia; questo sarà il secolo dell’Asia. Dopo due decenni di stagnazione anche l’Africa Sub sahariana dal 2000 al 2009 è cresciuta in media del 5.1%. Non sono ritmi cinesi, ma sono comunque risultati tutt’altro che disprezzabili. Non sottovalutiamo la forza dei cambiamenti economici; la crescita economica è spesso assai rude, ma in molti casi può dare una risposta
fondamentale al problema dell’occupazione, che resta una delle questioni più delicate, soprattutto in paesi in cui vi sono percentuali molto elevate di popolazione giovane. Viviamo con apprensione e partecipazione le giornate della ‘primavera araba’. Le spiegazioni di queste rivolte sono complesse, ma certamente non è da sottovalutare il fatto che ogni anno quasi tre milioni di giovani, dal Marocco alla Siria si presentano sul mercato del lavoro e il più delle volte non trovano sbocchi adeguati; addirittura i più penalizzati sono coloro che hanno la laurea o titoli di master. Poi c’è l’emigrazione.
2. Secondo fatto, l’evoluzione nel concetto di sviluppo
Nella sezione 2.1 proverò a vedere l’evoluzione dell’idea di sviluppo come definizione e soprattutto come possibilità di misurazione; sono aspetti che raccolgono un ampio consenso. La sezione 2.2 ci apre ulteriori prospettive su cui c’è un crescente consenso, ma anche molto dibattito, si tratta di aspetti più qualitativi che quantitativi ed in cui le valutazioni soggettive pesano molto.
2.1 Lo stato dell’arte: lo viluppo dai molti volti.

C’era una volta la crescita economica. Nel corso degli ultimi venticinque anni è profondamente cambiato il modo in cui la comunità internazionale intende lo sviluppo, ora ha molte più. Nel 1987 il rapporto Our common future delle Nazioni Unite, meglio noto come rapporto Bruntland, presenta l’idea di sviluppo sostenibile: quello che lascia alle generazioni future un patrimonio di patrimonio di risorse naturali almeno invariato rispetto a quello della generazione presente. Più che l’aspetto relativo all’ambiente vorrei qui sottolineare la dimensione temporale, quel fare riferimento al passare del tempo come ‘generazione’, convenzionalmente 25 anni. Un periodo di tempo lungo che richiama l’idea di diritti uguali per le differenti generazioni, giovani e vecchi, ma anche il passaggio del testimone fra generazioni. Ricordiamo l’etimologia del termine: generare, dare vita, possibilità. 25 anni, dal 1986 al 2011: la vita del VIS. Nel 1990 UNDP pubblica il primo Rapporto sullo Sviluppo Umano e presenta l’Indice di Sviluppo Umano, che oltre alla dimensione economica include anche educazione e salute. Questi due termini sono ormai strettamente associati alla nozione di sviluppo umano e vale la pena di sottolineare che l’educazione è parte importante
del carisma Salesiano. Ricordiamo anche che educare significa lavorare con le generazioni, ancora questo termine, future per offrire loro migliori possibilità. Nel 2000 l’ONU, con Banca Mondiale, Fondo Monetario e OCSE lanciano gli obiettivi del millennio, Millenium Development Goals- MDGs, che spaziano da povertà ad educazione, a salute, ad ambiente, genere; la definizione di sviluppo si allarga ulteriormente. Obiettivi come miglioramenti da raggiungere nel 2015 rispetto ai dati del 1990; 25 anni, ancora una volta una generazione. Mancano pochi anni al 2015 e oltre a vedere se si raggiungono o meno gli obiettivi e chi ce la fa e chi no si tratta di capire cosa ci sarà dopo: gli stessi obiettivi rinforzati, altri che ora non sono presenti, ad esempio l’occupazione o la distribuzione del reddito, l’equità, la coesione sociale? Il dibattito è aperto; stiamo vivendo una fase di grande movimento e fervore, di forte dinamismo e quindi un periodo molto
interessante. Da ultima, la nozione di diritti umani, che raccogli l’evoluzione precedente e in parte si accompagna anche sovrapponendosi all’idea di sviluppo. Ma anche i diritti sono in continua evoluzione.
2.2. Uno sguardo in avanti: cosa c’è ancora nell’idea di sviluppo?
Qui le cose si fanno un poco più complicate e dobbiamo ricorre all’aiuto di Amartya Sen, premio Nobel per l’economia ed amico del VIS, è stato alla nostra Settimana di Educazione alla Mondialità nel 1997. La povertà non è solo mancanza di pane, l’impossibilità di soddisfare i bisogni fondamentali, la povertà è esclusione; certo esclusione dai bisogni di base: cibo, salute, abitazione, ma non solo. La povertà è l’impossibilità di sviluppare le proprie capacità, seguendo Sen dovrei dire capabilities, i propri diritti, l’impossibilità di crescere come individui, come esseri umani, di prendere il futuro nelle proprie mani. Qui ritroviamo il carisma Salesiano che si rivolge ai giovani con minori opportunità; sviluppo significa rimuovere qualche ostacolo alle forme della loro esclusione. Ma se la povertà è esclusione allora Lo sviluppo è libertà, dal titolo del libro di Sen del 1999; forse il titolo originale inglese Development as freedom si potrebbe rendere bene anche con Lo sviluppo come liberazione. Questa visione apre prospettive stupende, le vedremo fra poche righe, ma prima un salto all’indietro al 1967, alla Populorum progressio. Paolo VI scrive “Per essere sviluppo autentico, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo,e di tutto l’uomo”(Populorum Progressio, 14). Di ogni uomo, lo sviluppo di ogni essere umano, una visione universalistica, che si estende nello spazio: il mio diritto è anche il tuo, solo così è diritto solo così è sviluppo, o è per tutti o non è. Ma questa visione si estende anche nel tempo, attraversa le generazioni. Di tutto l’uomo di tutto l’essere umano, che non è solo la sua pancia o le sue sofferenze: non solo i bisogni fondamentali, liberazione dalla malattia e dalla fame, ma la dignità della persona umana nella sua pienezza. Dunque una visione olistica le donne e gli uomini sono un tutto, che possiamo separare solo a fini didattici: affamati, sofferenti, analfabeti, oppressi, ma c’è soprattutto la complessità, l’integrità e la dignità di quella che noi chiamiamo persona umana. Tutto questo dovrebbe essere così facile e semplice per i credenti in Cristo. Ogni uomo è figlio di Dio e quindi immagine, parziale e distorta, di Gesù Cristo: ‘La libertà e la gloria dei figli di Dio’ scrive San Paolo nella Lettera ai Romani (8,21). Lo sviluppo come libertà ci porta a due parole inglesi non semplici da tradurre in modo efficace: Empowerment e Ownership. Parole impegnative che negli ultimi anni abbiamo ripetuto sempre più spesso per indicare ciò che il processo di sviluppo è e ciò a cui deve tendere. Lo sviluppo come liberazione dall’esclusione e quindi empowerment: la possibilità per ogni essere umano di dispiegare i suoi diritti e le sue capacità. Lo sviluppo come ownership: partecipazione ma anche il far proprio, l’interiorizzare il processo di allargamento delle capacità. La libertà di non dover dipendere, nemmeno dagli aiuti. Empowerment e ownership da anni li proclamiamo, ora anche i popoli del Sud del
Mondo ne sono convinti e li reclamano. Lo sviluppo come liberazione implica che essi vogliono prendere in mano il loro destino, vogliono, decidere, contare sempre di più.
3. Primo passo, la nuova cooperazione allo sviluppo
L’evoluzione dell’idea di sviluppo ci proietta in avanti, in un futuro in parte già presente e in parte da costruire. Se sviluppo è ciò che abbiamo appena visto allora che succederà della cooperazione? Un passaggio in tre tempi: i punti 1, 2 e 3 qui sotto. Non sono passi semplici e anche il ragionamento è ora un po’ più in salita, ma vedrete che poi arriverà la discesa.
3.1 La cooperazione come emancipazione
La buona cooperazione allo sviluppo è quella che nel tempo scompare: se non è così che cosa è? I genitori restano sempre genitori, ma i figli diventano grandi, immagine che trovo dolcissima. Nelle famiglie c’ è spesso una fase in cui i figli sono grandi e quindi non li puoi più trattare come bambini, però non sono ancora economicamente indipendenti. Qualche cosa di simile avviene nei rapporti fra i paesi ad altro reddito e quelli a reddito medio e basso. Non è una fase semplice perché tenere le chiavi della borsa ti da comunque un potere differente. Da anni si discute di efficacia degli aiuti e le varie conferenze e dichiarazioni, Parigi 2005, Accra 2008 e così via, indicano la strada, o mettono dei paletti, a ciò che si intende come ‘aiuto buono’. Prima ancora c’era la questione degli aiuti legati e cattivi, perché violavano sia l’empowerment che la ownership. Ma c’è anche il dibattito se l’aiuto non crei sempre dipendenza e peggiori la situazione come scrive Dambisa Moyo. Ma non è di questo che voglio scrivere, molto più semplicemente del fatto che bisogna passare dal lavorare per al lavorare con. Cooperare nel senso etimologico del termine: fare le cose insieme. Pensiamo a tutte le situazioni concrete, i progetti, che conosciamo in cui si possono fare le cose per oppure con. Pensate alle varie fasi del cosiddetto ciclo del progetto: sono state condivise, con responsabilità e scelte se non proprio alla pari, ma certamente con forte con-partecipazione? Dalla individuazione del problema/bisogno alla scrittura del progetto ed soprattutto alla sua gestione, budget compreso. Non sto parlando della sostenibilità futura, questa sarebbe una interpretazione riduttiva del ‘fare con’, penso al come si svolgono le varie fasi. Può darsi che riteniamo di fare già tutto questo, ma verifichiamolo una volta di più e mai da soli, ma con i cosiddetti ‘beneficiari’ termine che evoca il bene e quindi bellissimo, ma anche terribile, e verifichiamolo con altre esperienze. La strada dell’apprendimento e del cambiamento è sempre lunga e faticosa. Non mi faccio illusioni, lo so che manca ancora molto affinchè i ‘poveri’ riescano a ‘fare bene’ i pozzi, le scuole e gli ospedali, a tirare su i muri diritti, se mi passate l’immagine. Certo spesso i poveri fanno le cose malamente, almeno secondo le routines prevalenti e i nostri standards e soprattutto a gestire dei progetti. E tuttavia la direzione è questa e giustamente; anche nei paesi più poveri dell’Africa qualche cosa sta cambiando; con fatica, ma i segnali ci sono. C’è un’identità nazionale e anche un poco di orgoglio, corruzione certo, ma si sta formando una classe media, c’è più istruzione. Il problema del ricambio politico, insomma del come si passa da un presidente all’altro è enorme, eppure insieme a molte situazioni difficili ci sono anche qui segnali positivi. Voglio condividere con voi l’esperienza del master in Cooperazione di Pavia: negli ultimi 6-7 anni la determinazione e la preparazione delle ragazze e dei ragazzi che arrivano dall’Africa è aumentata tantissimo. Il futuro sono loro. I poveri saranno sempre con noi: nelle campagne e negli slums delle città i giovani esclusi anche. Eppure pian piano proviamo ad avere un nuovo atteggiamento, dobbiamo provare a vederli con occhi diversi. Siamo passati dal container e dalle costruzioni all’educazione, ora è tempo di incamminarci verso la cooperazione nel vero significato del termine.
3.2. La cooperazione come dialogo…..e conoscenza
Lavorare insieme dunque, ma c’è un altro passo che il mondo di oggi ci chiede di fare. Oltre al lavorare insieme c’è sempre più il problema della formulazione dei giudizi. Gli esseri umani continuamente esprimono opinioni su ciò che è giusto o sbagliato su ciò che è bene o male. E’ molto facile dividersi sui giudizi e assumere punti di vista opposti, come se fosse un problema di schieramento. La visione della giustizia come bianco o nero, abbastanza tipica della cultura occidentale, ma non solo, tende a collocarci ai poli opposti del problema. Lo stesso fatto storico viene letto ed interpretato in modo diverso. Sono i grandi fatti storici del tipo: sto con Israele o con la Palestina? Ma anche circostanze più semplici: il giudizio sul velo per le donne? Come si intende la vita politica e la democrazia, che rapporto lega i diritti della persona alle tradizioni culturali di un popolo? Non è che tutti noi dobbiamo condividere tutti gli stessi giudizi; più semplicemente quando la distanza dei giudizi diventa eccessiva, e quindi ci sono opinioni molto diverse su ciò che è giusto e sbagliato, possono facilmente nascere le tensioni e conflitti. Oltre a lavorare insieme per ridurre le differenze di reddito dovremo anche operarci per ridurre le differenze nei nostri giudizi. Si, ma come? Ci aiutano ancora due libri di Amartya Sen, Identità e violenza del 2006 e soprattutto L’idea di giustizia del 2009. Cari amici qui siamo nella parte più ripida della salita e vi chiedo un poco di pazienza. Nel primo libro Sen ci parla delle comunità etniche o religiose che convivono nelle città inglesi e grazie alle istituzioni possono esprimere e manifestare liberamente. E tuttavia non dialogano fra di loro, conoscono ciò che i media passano dell’altro, ma non sanno come gli altri formano i loro giudizi e le loro opinioni. Questo è monoculturalismo plurale da non confondere con il pluralismo. Ogni comunità mantiene le sue posizioni ed i suoi giudizi, ben venga la tolleranza, ma non ci sono incontro, comunicazione, dialogo e contaminazione. Sen ci ricorda inoltre, e questo è davvero fondamentale, che ognuno di noi ha in se diverse identità, io sono bianco ma anche padre, e cristiano, e insegnante, e mi occupo di cooperazione e così via. Sembra un ragionamento astratto ma è molto semplice: quanto tempo dedico alla famiglia rispetto al lavoro? Quanto importante per me è l’essere italiano rispetto ad essere europeo e cosi via. In questo ‘minestrone’ di identità l’aspetto decisivo è la mia libertà e la consapevolezza del poterle combinare in varia misura. Il ragionamento prosegue in L’idea di giustizia che in un certo senso arricchisce  l’opera Una teoria della giustizia del 1971 di John Rawls. Di fronte alle differenti posizioni delle comunità umane Rawls sostiene la necessità di procedure e regole condivise per smussare le differenze. Sen concorda ma va oltre; al di la delle regole e delle procedure qual è l’ idea di giusto o sbagliato, di bene o male che le differenti comunità hanno? Per Sen è facile verificare che spesso queste comunità si garantiscono al loro interno, riconoscono ai loro membri i diritti, ma faticano ad aprirsi agli altri. Questa dice Sen è l’imparzialità chiusa, che si basa sull’idea di Rawls che all’interno di ogni comunità - sia essa, politica, etnica, religiosa - esista una specie di contratto originario, un nucleo di valori fortemente condivisi, ma validi per i membri di quella comunità e non al suo esterno, dove i valori potrebbero essere diversi. A questa visione Sen contrappone l’idea di imparzialità aperta, che si fonda su un libro di Adam Smith del 1759, La Teoria dei Sentimenti Morali. Smith teorizza la figura dello spettatore imparziale: la capacità che ognuno di noi ha di vedere le persone ed i fatti togliendosi dal suo punto di vista, ma diventando quasi un terzo estraneo, un giudice non coinvolto nella disputa. Ma anche la capacità di mettersi al posto dell’altro, di vedere i fatti con gli occhi degli altri. Attenzione: lo spettatore imparziale di Smith è attento e ben informato, cioè si sforza di conoscere, così aiuta il dialogo.
3.3 L’identità aperta
Lo spettatore imparziale e l’imparzialità aperta sono strumenti fondamentali di un processo di avvicinamento e di conoscenza, ma provo ad andare oltre. Io parlerei anche di identità aperta. Nel fare il gioco dello spettatore imparziale io cambio, cambio i miei giudizi, forse anche il mio modo di vivere, vengo contaminato. Il che non significa affatto rinunciare ai miei valori, o alla visione che io ho della mia identità originaria. In ogni momento io ho una mia identità, è impossibile che io abbia solo procedure e non anche un senso di ciò che sono e di ciò che sono quelli a me più vicini e di ciò che è giusto o sbagliato, ho un’idea di giustizia. Eppure la mia identità evolve, a volte semplicemente perché cambio il paese in cui vivo, oppure cambio lavoro, altre volte il cambiamento avviene per esperienze e riflessioni che mi portano a modificare i miei comportamenti ed i miei giudizi. Questa modificazione avviene anche grazie allo strumento dello spettatore imparziale, purché in ogni momento io senta la mia come identità aperta, da non confondersi con debole. Un ultimo sforzo, siamo quasi in cima. L’identità aperta ci pone il problema del contatto con l’altro, e quindi dell’alterità, la differenza spesso ci può spaventare, come scrive nel suo bel libro La ferita dell’altro Luigino Bruni. L’alterità è una dimensione difficile, da non banalizzare. Noi e gli altri, fratello uguale e diverso da me, universalità dei diritti, ma al tempo stesso diritto ad essere se stessi ed alle proprie differenze: tradizioni, costumi, modi di vita, modi di intendere il bene ed il male. L’identità aperta è una situazione per cui non ho paura dell’altro e dei suoi giudizi. Per Giovanni XXIII la giustizia è uno dei quattro pilastri della pace, gli altri sono libertà, amore e verità(Pacem in Terris, 1963). Della libertà abbiamo già parlato, più oltre troveremo la verità. Benedetto XVI ci aiuta con l’amore agape, ‘questo vocabolo esprime l’esperienza dell’amore che diventa ora veramente scoperta dell’altro…… Adesso l’amore diventa cura dell’altro e per l’altro’(Deus caritas est, 6); l’alterità unita all’amore.
4. Terzo fatto, la Chiesa Cattolica ha un dono unico….e preziosissimo.
Ora la discesa. Un fatto tanto ovvio e banale, ma a cui spesso non prestiamo attenzione. La Chiesa Cattolica è l’unica istituzione al mondo che ha un radicamento profondo in quasi tutti i paesi del mondo. Religiosi e laici che passano tutta la loro vita in villaggi e comunità le più disparate, dal Laos all’Eritrea al Paraguay, conoscono la lingua locale, condividono le povertà, lavorano per e con. Le Nazioni Unite, la CIA le ONG non hanno niente di tutto questo in queste dimensioni: intendo sia in ampiezza nello spazio, che in durata nel tempo, che in profondità nel radicamento. Ognuno di noi conosce molti di questi sorelle e fratelli che sono gli occhi e le orecchie della Chiesa, ma di fatto anche i nostri. Essi sono anche un sesto senso, perché condividono e percepiscono la situazione locale in un modo impossibile dall’esterno. E poi ci sono le conferenze Episcopali locali ed i Sinodi regionali, insomma la Chiesa Cattolica ha tutti gli strumenti per favorire la conoscenza ed il dialogo, per portarla fino a noi. Certo non basta passare trent’anni della proprio vita presso una comunità in Etiopia per maturare nel senso della identità aperta. Si può benissimo restare fermi e fissi nelle proprie opinioni e vedere i bisogni più che le persone in quanto tali. Eppure queste realtà hanno potenzialità enormi; sono doni grandi ed unici, strumenti potenti nel cammino dell’imparzialità aperta, nell’aiutarci a muovere verso la condizione di identità aperta. Quale strumento potentissimo per vedere anche con gli occhi degli altri. Non sto facendo l’Apologia della Chiesa di Roma, ma solo registrando un fatto di cui spesso non ci rendiamo conto e che credo comporti tanta responsabilità, in un tempo in cui le persone ‘distanti’, per geografia, cultura, giudizi hanno bisogno di conoscersi e non solo attraverso internet. Quanti talenti! se il dialogo non lo interpretano i cristiani, chi altro? Ma forse più che come talenti preferisco pensarli come doni.
5. Secondo ed ultimo passo: aiutiamoci a dialogare
La presenza di tante associazioni differenti dedicate a realtà diverse e anche con attenzioni le più svariate, dalla salute all’educazione è una grande ricchezza per tutti noi. La ricerca dell’identità aperta non si può fare da soli, sarebbe chiaramente una contraddizione di termini. Nella processo di ricerca del dialogo abbiamo due aiuti potentissimi. Il primo è il lavoro in rete. Certamente nessuno può sapere/fare tutto, nessuno può

conoscere i popoli del mondo, ma abbiamo tante possibilità di conoscere e anche tante opportunità di aiutare a conoscere, cioè di informare, lo spettatore imparziale è attento. Le settimane di educazione, le esperienze estive, i bollettini, i convegni. E poi gli occhi degli altri funzionano con la proprietà transitiva: non sono mai stato in Casamanche in Senegal, ma attraverso i racconti degli amici che ci sono stati conosco un poco di quella realtà. Attraverso i racconti Malamine Tamba mio studente al master in cooperazione quattordici anni fa, eppure io sto imparando da lui. Funziona così amici miei. Nella cooperazione decentrata c’è poi una particolarità molto positiva, se ben sfruttata, la fedeltà. La cooperazione punto a punto, o l’adozione di una situazione, scuola o ospedale che sia, da la possibilità di continuare nel tempo anche per decenni, come mi pare sia il caso per Zuiguinchor ed Ayamé. La lunga durata del rapporto aiuta moltissimo il dialogo e il processo verso l’identità aperta, anche se anche in questo caso come in quello dei missionari si tratta di una condizione necessaria, ma non di per sé sufficiente. Ci è sempre richiesto un particolare lavoro su noi stessi di attenzione all’altro. Il secondo aiuto è la verità, il primo dei quattro pilastri della pace. C’è una VERITA’, grande, c’è poi la verità piccola, minuta, semplice: essa è il dire il vero, la sincerità, la trasparenza. Piccola ma disponibile a tutti, non c’è bisogno di avere il dottorato o di aver girato il mondo. Verità piccola, ma è la base per il dialogo, è essenziale per aiutarci a trovare un linguaggio comune e per costruire una comunicazione che possa portare alla fiducia, trust. La verità piccola anche come coerenza, anch’essa essenziale affinché il dialogo porti alla fiducia. Nei Vangeli Satana è menzogna, è la strumentalizzazione dell’altro, l’altro come mezzo non come fine, come strumento non come persona. La cooperazione è un ponte per lo sviluppo e per il dialogo. Perché ‘lo sviluppo è il nuovo nome della pace’(Populorum progressio, Conclusione). Ma è necessario che tutti ci aiutiamo ad auto educarci. Un ultimo passo. Trovare un linguaggio che ci aiuti nella conoscenza reciproca. Un linguaggio che non sia solo quello del profitto e del denaro, o quello della tecnologia. Ma neppure solo un linguaggio del fare, sia pure del ‘fare bene il bene’ come diceva Don Bosco, magari facendolo anche insieme. Un linguaggio che serva a conoscerci, anche nella gratuità del tempo donato agli altri, non per fare, anche se non si sta costruendo una scuola o un ospedale. La cooperazione è una scelta preferenziale per i poveri, gli esclusi. Il valore/dono dell’altro che incontro non sta nel fatto che lei o lui sono dei poveri, ma consiste nel fatto che sono esseri umani. Proviamo a vederli un pò meno come poveri e un poco di più come esseri umani, che però sono altro da noi.

Qualche lettura

Benedetto XVI, Lettera Enciclica Deus Caritas Est, 2005
Bruni L., La ferita dell’altro, Il Margine, 2007.
Giovanni XXIII, Lettera Enciclica Pacem in Terris, 1963
Paolo VI, Lettera Enciclica Populrom Progressio, 1967
Sen A., Lo sviluppo è libertà, (I ed.1999) Mondatori, 2000.
Sen A., Identità e violenza, Laterza, 2006
Sen A., L’idea di giustizia, (I ed. 2009) Mondatori, 2010
United Nations, World Commission on Environment and Development (Bruntland Report), Our Common Future, Oxford University Press, Oxford, 1987.

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