3 settembre 2010

Alla ricerca dei perché delle tragedie familiari

Parla lo psicoterapeuta Marco Francescani: “ La nostra mente ha bisogno di essere accolta da un’altra mente. Quando non avviene, inconsciamente si cerca di “entrare” nel corpo dell’altro con il gesto violento, l’arma, lo stupro”.

di Elia Belli, Il Ticino

Il quadro è quasi sconvolgente. I fatti di cronaca parlano chiaro, parlano di violenze consumate nel nucleo familiare, a volte tra le stesse mura domestiche. Omicidi che il giorno dopo si dicevano “annunciati” o famiglie che i conoscenti più stretti definivano “normali”. Sfuggono oggi queste considerazioni e resta solo la nuda cronaca di delitti incomprensibili. Per capirne di più e cercare di avere un quadro della situazione abbiamo intervistato Marco Francescani, psicoterapeuta e docente di Psicologia Dinamica presso l’Università di Pavia.

Dott. Francescani, i recenti fatti di cronaca riportano alla luce il tema della violenza familiare, tema di cui forse si preferisce non parlare perché è potenzialmente dentro le mura domestiche, all’interno di un orizzonte che ci dà sicurezza, anche se spesso…
Effettivamente quando si suggerisce di pensare a qualcosa di violento, la mente sembra automaticamente dirigersi verso lo sconosciuto e il lontano; è molto più difficile che ci venga spontaneo pensare a ciò che può essere molto più vicino a noi, come il piccolo gruppo familiare. La psicoanalisi propone di interpretare questo fenomeno con il fatto che siamo spinti ad allontanarci il più possibile da tutto ciò che si trova – o immaginiamo, attraverso le nostre fantasie inconsapevoli, che si trovi – al nostro interno e che possa riguardare una parte di noi stessi. Così, ad esempio, la casa è quasi sinonimo di luogo sicuro, “dimenticando” che la maggior parte delle violenze avviene proprio in famiglia o che numerosi sono gli incidenti domestici. In questi ultimi giorni si sono susseguiti numerosi episodi di delitti, o d tentativi delittuosi, familiari: la madre dei due bambini forse artistici, gli omicidi “passionali” per gelosia o interesse. Più che cercare di dare senso a ciascuna vicenda, delle quali spesso si parla senza conoscere le esatte situazioni, penso si possano fare alcune considerazioni “generali”.
Esiste una differenza tra la violenza fisica e quella verbale?
La violenza verbale può preludere a quella fisica, però spesso la sostituisce e quindi può attenuarne anche di molto le conseguenze. Lo sviluppo della capacità di pensare e di parlare può anche permettere di usare il linguaggio come confronto assai meno violento e per questo è incoraggiato da tutti i tipi di terapia psicologica. Non è sempre vero, invece, che stimolare il pensiero e la parola sia qualcosa che a livello sociale sia costantemente apprezzato: un’educazione ingiustamente repressiva (cosa ben diversa da quella che preferisco chiamare “serietà” piuttosto che “severità”), una ideologia politica che preferisca un pensiero-slogan e il conformismo che contrasti la vera libertà individuale, la carenza di formazione culturale in genere, sono in grado di potenziare enormemente il rischio di ricorrere all’azione anziché alla parola e al pensiero.
Che cosa può spingere all’atto fisico estremo, quello dell’omicidio tra le mura domestiche? Donne e bambini spesso ne fanno le spese perché sono i familiari più “deboli”?
Avevo scritto molto tempo fa che la nostra mente ha bisogno di essere accolta da un’altra mente e che quando questo non avviene attraverso la comunicazione, possiamo essere costretti a cercare inconsciamente di “entrare” dentro il corpo dell’altro, con il gesto violento, l’arma, lo stupro e così via. Se le spinte sono molto arcaiche e lontane dal simbolo e dalla parola, la fantasia di “possedere” completamente l’altro può coincidere con la sua distruzione, così “non può essere di nessuno”. Occorre inoltre considerare che una modalità psicologica oggi in crescita è quella che tende a usare un altro dei meccanismi arcaici della mente e, cioè, quello che sovrappone gli schemi di relazione che abbiamo imparato ad usare all’inizio della vita nei confronti delle prime figure che incontriamo – genitori e familiari – a molte altre persone e situazioni che viviamo in seguito. Il risultato è che mentre la coscienza si mette in rapporto con chi ha davvero davanti, l’inconscio ci spinge a reagire come se fossimo ancora in età infantile e avessimo di fronte quelli che nell’immaginazione ci sem-brano i genitori o i fratelli di allora. Il risultato può essere una reazione assolutamente inadatta alla situazione, sia nel senso di bloccare normali comportamenti senza motivo (la nevrosi) o di mettere in atto comportamenti alterati o violenti senza poterne valutare le conseguenze. Per gesti con tali ca-ratteristiche, vengono anche preferiti quei soggetti che più ricordano il fondamentale rapporto madre-bambino, quindi le donne e/o i bambini stessi.
Può essere “recuperabile”? Insomma come si può pensare al reintegro sociale di chi compie un crimine così intimamente difficile? Penso al caso di Erika ed Omar: lui è uscito da poco e lei uscirà tra poco meno di un anno…
Naturalmente sono possibili interventi per curare i soggetti responsabili e permettere il reintegro sociale, ma occorre tenere presente che ogni caso va attentamente indagato per capire il più possibile quale sia la situazione psicologica e non basta il solo trascorrere del tempo o il semplice scadere di una pena detentiva.
Esistono “meccanismi preventivi” rispetto al fenomeno della violenza domestica?
Il discorso preventivo è più difficile perché, da un lato, un giusto, ma a volte eccessivamente protratto, rispetto del diritto di ciascuno di rispondere solo degli atti effettivamente commessi fa si che, anche in psichiatria, si intervenga spesso troppo tardi. Uno dei casi di questi giorni è colmo di rife-rimenti alla “strage annunciata” e questo pone molti e non facili interrogativi.
Nota anche lei che “dopo” si tende a dire “era una famiglia normale”? Ma che cosa è la normalità familiare?
Mi viene chiesto anche di commentare il concetto di famiglia “normale”; non credo di riuscire a farlo, non esiste una normalità standard, forse l’unica cosa da dire è che si dovrebbero poter riconoscere insieme le piccole anormalità di ogni situazione e avere occasioni per condividere i pensieri e le emozioni che comportano per evitare di farle crescere e dismisura ed esplodere.
È questo forse che può aumentare la libertà degli individui, che, come scrive Ike Hasbani, poeta e ragazzo autistico è: “tenere persone accanto libere”.

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