25 aprile 2009

Conversazione con mons. Alvaro Ramazzini

In Italia per una serie di incontri a Como, San Zeno di Colognola ai Colli (VR) e Milano, Monsignor Alvaro Ramazzini ha condiviso le sue preoccupazioni e le sue speranze di pastore e ci ha aiutato a conoscere meglio la realtà del suo paese.

Mons. Ramazzini è un uomo ottimista e positivo, capace di leggere un segno di speranza in ogni avvenimento, anche in quelli difficili che sta attraversando da decenni la sua patria, il piccolo Guatemala, incastonato nell’istmo centroamericano paradiso dalle mille bellezze per i turisti, per decenni inferno di violenza e morte per i suoi stessi abitanti.

Con semplicità e cortesia Mons. Ramazzini ha risposto a tutte le domande che gli sono state rivolte durante gli incontri con i giornalisti e con il pubblico. Ha condiviso momenti ufficiali e incontri informali con la stessa disponibilità e lo stesso sorriso aperto e cordiale.

LA SITUAZIONE DEL GUATEMALA.

Dopo la firma degli accordi di pace del 1996, che posero fine al conflitto armato tra esercito e guerriglia, il Guatemala non fa più notizia, Mons. Ramazzini afferma: “Credo che sia proprio così, quando faccio incontri in Europa e negli USA, vedo che i nostri problemi sono sconosciuti, e che l’attenzione va verso l’Africa, si parla molto meno dell’America Latina, e solo quando ci sono avvenimenti come le dichiarazioni di Chávez o l’elezione del nuovo presidente del Paraguay.
Normalmente non c’è molta attenzione dei mass media verso l’America Centrale”

D. Sono passati dieci anni dall’assassinio di Mons. Juan Joeè Gerardi. Come è cambiata la situazione in Guatemala? Si può parlare di un superamento della violenza e di clima di pace nel paese?

Ora abbiamo più morti che durante il conflitto armato, il tasso di omicidi è di 13-16 omicidi al giorno, quindi c’è una violenza molto alta, poi c’è anche molto narcotraffico e crimine organizzato, c’è molta violenza anche delle bande giovanili, aumentate in questi ultimi anni.
All’epoca del conflitto armato, c’era la violenza militare, ma adesso la violenza c’è perché ci sono bande di sequestratori e di narcotrafficanti, e tanti giovani che non hanno nessuna opportunità di vivere e trovare un lavoro, e si organizzano in queste bande.
Poi anche perché in Guatemala, come conseguenza del conflitto armato, si è perso il senso del rispetto della vita. Credo che questo sia normale nei paesi dove c’è stata la guerra, ci sono tanti poliziotti accusati di corruzione, che sono stati cacciati via dalla polizia, e loro sicuramente continueranno a comportarsi in modo illegale, sequestri, estorsioni, anche perché è un modo per vivere.
Adesso nella zona di San Marcos, ci sono stati 11 casi di sequestri, le persone vengono obbligate a pagare il riscatto, e abbiamo adesso due casi di donne che non si sa dove stanno, hanno pagato il riscatto ma non sono state restituite alle loro famiglie.
Abbiamo uno Stato ancora molto debole, appena cominciamo a vivere la democrazia, finora abbiamo avuto soltanto quattro governi eletti democraticamente, prima avevamo solo governi militari. E da non dimenticare il problema dell’impunità e di un sistema giudiziario molto debole: non si fanno ricerche per individuare i responsabili di tanti omicidi e delitti, poi abbiamo un sistema delle carceri dove non ci sono processi di recupero delle persone, tanti casi di sequestri si organizzano proprio dentro le carceri, e abbiamo un sistema dove l’impunità è la regola di tutti i giorni, i giudici non riescono a risolvere tutti i casi, anche perché non abbiamo una polizia che ricerca molto.
Nel mese scorso c’è stato un cambiamento dei capi della polizia, io spero che questo dia risultati perché c’erano delle voci che alcuni dei capi di prima erano coinvolti in casi di sequestri.
A questo livello della violenza, della povertà, e anche della mancanza di opportunità per i giovani, le cose sono adesso peggiori che durante il conflitto armato.
E poi la collego in modo diretto con la situazione di povertà, che è aumentata in Guatemala, è una situazione molto difficile, di disperazione per tante famiglie, quindi la tentazione dei soldi facili cresce, abbiamo tanti casi di persone che vanno alle banche a prendere dei soldi, e vengono poi derubati e anche uccisi.
Adesso la povertà è cresciuta in Guatemala, parliamo di un 80% della popolazione povera e un 60% in situazione di estrema povertà, e questo dobbiamo metterlo in rapporto con una popolazione in maggioranza giovane, la maggioranza della popolazione (73%) in Guatemala va da 1 a 24 anni.
Per me adesso la situazione del Guatemala è peggiore, sotto questo profilo della povertà, della violenza, del numero di omicidi, che abbiamo e poi anche perché non abbiamo avuto cambiamenti profondi della struttura economica nostra, il neoliberismo è la corrente economica che domina l’America Latina, continua a fare più poveri i poveri e più ricchi i ricchi e questo genera tra le persone anche un senso di delusione e di frustrazione. Quindi per noi adesso la situazione è molto critica.

D. Ci può parlare della riforma agraria, ci può spiegare meglio quali sono i contenuti e che cosa si chiede che venga fatto?
R. noi chiediamo un nuovo catasto, perchè ci sono molte estensioni di terre che non vengono coltivate, chiediamo che ci sia un ordinamento secondo il quale si possa verificare quali di queste terre non vengono usate e così si possa avere una disponibilità su queste terre, non dico di toglierle ai padroni, ma cercando un accordo, di comperare queste terre, non al prezzo del mercato, perché allora loro se ne approfittano. Abbiamo avuto anche questa esperienza, perché vendono le terre ad un prezzo molto alto, più alto di quello che hanno pagato la terra prima.
Poi insistiamo che ci sia un appoggio diretto a quella che noi chiamiamo “economia di sopravvivenza contadina”, cioè che ci sia veramente un appoggio ai piccoli contadini che sono la maggioranza, non solo nel senso di avere l’opportunità e la terra per lavorare, ma anche che ci siano dei crediti per loro, l’assistenza tecnica, trovare dei mercati per i loro prodotti. Poi vogliamo veramente che questo modello di esportazione (perché Guatemala vive dell’esportazione di caffé, banane, zucchero) venga sottoposto a una riforma delle tasse, che faccia una giusta distribuzione dei profitti. Perché in Guatemala non è stata fatta una riforma delle tasse, c’è una evasione delle tasse grandissima, Guatemala è il terzo paese in tutta l’America Centrale con in livello più alto di disuguaglianza tra l’ingresso dei profitti e la distribuzione verso la popolazione. Quindi il Guatemala è il paese dove c’è una concentrazione della ricchezza in mano di pochissimi, alcuni analisti parlano di 19 famiglie, non so se sia vero, ma alcuni dicono così, perché c’è un giro d’affari tra diverse famiglie.

D. Quali sono le zone più a rischio dove si verificano le maggiori violenze?
R. Adesso nella periferia di Città del Guatemala, ci sono certi quartieri dove le bande giovanili hanno il controllo, dove c’è gente che viene dall’interno del paese a vivere lì, sono le zone più a rischio. Poi anche nelle zone della Costa dove c’è il corridoio del traffico della droga, e adesso anche il nord del paese sono le zone più a rischio. Per quanto riguarda la costa, direi che sia la costa atlantica che quella pacifica, anche se la costa atlantica per noi è piccola, non abbiamo una uscita al mare così grande, ma nella zona di Izabal c’è molta violenza, perché si sa che c’è un giro di droga forte. Difatti tre mesi fa si sono uccisi tra loro capi della droga, e sono state uccise 14 persone, un po’ quello che succede in Messico, dove adesso si uccidono tra di loro

D. Un aspetto positivo sembra riguardare proprio le opportunità per i giovani, in particolare l’accesso all’educazione primaria è aumentato, è una cosa che corrisponde alla realtà?
R. Sì, anche perché adesso il governo ha iniziato a sviluppare un piano, chiamato trasferimento di soldi convenzionati, stanno individuando i municipi più poveri, e danno una certa quantità di soldi alle famiglie che devono mandare a scuola i figli, se vogliono ricevere i soldi, specialmente alle elementari. Credo che questo sia positivo, è vero l’aumento della partecipazione dei bimbi alla scuola elementare. Ci sono ancora gravi mancanze comunque, perché molte volte l’educazione finisce quando finiscono le scuole elementari, abbiamo anche moltissimi casi di bambini lavoratori, circa un milione e quattrocento mila bambini che lavorano, aiutano i genitori a raccogliere il caffé, fanno lavori sulla strada, il problema del lavoro infantile è un problema molto serio.

LA CHIESA IN GUATEMALA

Mons. Alvaro Ramazzini, bisnonni italiani, da 19 anni è vescovo di San Marcos, una diocesi al confine con il Messico, ha vissuto gli anni della violenza e ha accompagnato la sua gente alla ricerca della verità e della giustizia e continua nella sua opera di difesa dei diritti umani e di promozione sociale dei più poveri.
Figura prestigiosa della chiesa latinoamericana, per il suo impegno sociale e il suo coraggio, è uno dei testimoni privilegiati per aiutarci a leggere l’attuale momento storico che sta vivendo il Guatemala. Per due anni presidente della Conferenza Episcopale del Guatemala (CEG), è ora presidente della Commissione dei Migranti della CEG.

D. Ci vuole parlare della presenza della Chiesa, quali sono le attività principali che caratterizzano parrocchie e diocesi di fronte a questa situazione?
R. Noi insistiamo sul tema del rispetto della vita, in tutte le diocesi e anche nei vicariati apostolici. I Vescovi e i sacerdoti insistono, parlano, predicano su questo tema, poi cerchiamo anche di sviluppare maggiormente i nostri progetti di pastorale sociale, anche per dare un aiuto economico alle persone, ai problemi di tipo sanitario, e poi ci sono tanti programmi di borse di studio per bambini, appoggio alle donne.
Io credo che in tutto il Guatemala la Chiesa cerca di avviare progetti di pastorale sociale, che offrano un po’ di sollievo a questa situazione, non che noi abbiamo tanti soldi per poter aiutare, abbiamo rapporti con la cooperazione internazionale, per cercare di aiutare queste persone che sono a rischio di povertà e miseria. Credo che queste sono le nostre attività, cioè una spinta molto forte sui programmi di pastorale sociale, e poi un continuo e permanente stato di dichiarare, insistere, parlare delle responsabilità di essere cristiani, di vivere come cristiani, di rispettare la vita e così via.
Il fatto che noi siamo così vicini alla frontiera con il Messico e che abbiamo una frontiera così lunga, e anche l’influsso dei cartelli messicani, che sono così ben organizzati, ci ha fatto diventare un posto importante per loro. E poi non solo c’è il traffico della droga, ma in certe regioni del Guatemala, specialmente nelle zone dove io sto, San Marcos, si coltivano i papaveri, ci sono delle zone molto favorevoli per la crescita dei papaveri, sono delle montagne difficili da raggiungere, e quindi molti contadini sono stati contattati per coltivare la droga e lo fanno, e ricevono un mucchio di soldi, una quantità che mai potrebbero avere se continuassero a coltivare mais. Questo è abbastanza recente, quando sono arrivato io a San Marcos 19 anni fa, c’erano altre regioni, ma adesso questa zona del Tajumul, vicino al vulcano, hanno cominciato sei o sette anni fa, lì ci sono le zone dove l’esercito è entrato, e anche la DEA degli USA, tagliano tutto, marijuana, papaveri, poi se ne vanno, poi i contadini riprendono a coltivare, perché non ci sono programmi di sviluppo per questa gente, e ci sono grandissimi guadagni per loro.
Io parlavo una volta con un contadino, mi diceva che per un bicchiere pieno di latte che viene dal papavero, riescono ad avere 10.000 dollari, quindi per loro è una tentazione molto grande.
Sono tutti piccoli contadini, non hanno grandi estensioni di terra. E molti contadini non sanno il danno che fanno, difatti alcuni anni fa io ho conversato con il capo della DEA americana (che lotta contro il narcotraffico), e dicevo loro: voi dovete fare una pubblicità massiccia per fare capire ai contadini i danni dell’uso della droga in altri paesi.
La chiesa del Guatemala cerca di fare sensibilizzazione, ma io me ne accorgo che è più forte il bisogno e la mancanza di alternativa per loro che la nostra parola. Quando vado là, parlo in modo duro contro questa pratica, ma è difficile per loro, perché quelli che vengono coinvolti in questo tipo di attività non vengono in chiesa. Ma continuiamo a fare questo lavoro di sensibilizzazione.
Il Governo non ha fatto nulla, non ha previsto programmi e coltivazioni alternative. Io avevo parlato con il Ministro dell’Interno precedente, che purtroppo è stato cambiato, con lui avevamo detto che bisognava incentivare dei progetti di sviluppo per questa gente, ma poi non hanno fatto più niente.

D. La chiesa in Guatemala, come in altri paesi, ha pagato il suo impegno con il sangue di tanti suoi figli . Chi sono i “testimoni della fede”?
R. Sono sacerdoti e laici, in Guatemala abbiamo perso 14 sacerdoti che sono stati uccisi durante il periodo del conflitto, in diverse diocesi del paese. Nel caso della diocesi di San Marcos non abbiamo avuto sacerdoti uccisi, ma abbiamo avuto catechisti, laici, uomini e donne molto impegnati nel lavoro pastorale, sono stati difensori dei diritti umani, hanno lottato a favore della giustizia, in un periodo nel quale tutte le garanzie individuali delle persone sono state eliminate, perché era diffusa una politica di repressione contro la popolazione, quindi, in quel periodo, qualsiasi persona fosse a favore dei diritti umani, della vita, della giustizia sociale, era considerata nemico dello Stato.
I governi si basavano sulla teoria della sicurezza nazionale, avevano paura che in Guatemala fosse stabilito un sistema marxista comunista, e questo ha fatto sì che ci fosse questa reazione così brutale contro tante persone.
I “testimoni della fede” sono stati tanti catechisti, alcuni erano collaboratori molto vicini ai sacerdoti, e poi anche alcune suore, due o tre, la maggioranza erano sacerdoti i laici.
L’ultimo che è stato ucciso è stato il Vescovo Juan Gerardi, due giorni dopo la presentazione pubblica di quello che noi chiamiamo il Recupero della Memoria Storica, un rapporto in 4 volumi, intitolato Guatemala Mai Più, nel quale si è cercato di fare un lavoro in tutte le diocesi, per capire la stata la storia della violenza, chi sono stati i responsabili, quali metodi hanno usato, chi sono state le vittime, e poi le torture che hanno usato. Alla fine di questo lavoro si è stabilito che la maggioranza delle violazioni dei diritti umani avvenute durante il conflitto sono state fatte dall’esercito, una piccola parte dalla guerriglia: l’83% dall’esercito e il 12% dalla guerriglia. Il Vescovo Gerardi è stato l’anima, l’ispiratore di questo lavoro, che hanno fatto tutti i vescovi del Guatemala, realizzando delle interviste alle vittime.

D. Quale è la situazione attuale, ci sono ancora uccisioni di “testimoni della fede”?
R. Adesso no, piuttosto ci sono state minacce, ma non solo contro esponenti della Chiesa, come nel mio caso, ma anche contro gli attivisti dei diritti umani. L’ultimo caso di spicco è stato quello dell’agguato ad uno dei difensori dell’ambiente, l’organizzatore di una associazione che si chiama CALAS (Centro di assistenza legale per problemi di tipo ambientale) e hanno cercato di ucciderlo. Il suo nome è Yuri Melini, gli hanno sparato diverse volte. Due settimane fa è venuto con l’ambasciatore olandese a San Marcos e ci ha fatto una presentazione dove sono riusciti a dimostrare che alcuni articoli della legge sulle miniere sono contro la Costituzione. La Corte di Costituzionalità del Guatemala gli ha dato ragione, e può darsi che venga da lì l’agguato, non dico dalla compagnia mineraria, ma da qualche settore che è d’accordo con questa attività e non è d’accordo con l’atteggiamento di questa associazione.

D. Lei è stato vittima di minacce, quali sono i motivi e da chi provengono?
R. In Guatemala è difficile dire da dove possono provenire queste minacce. Ma in diocesi noi abbiamo fatto delle scelte ben precise, insistiamo sulla necessità di una riforma agraria nel paese. In Guatemala parlare di riforma agraria significa parlare di un tema tabù, potrebbe essere che vengano da questo settore. Noi nella diocesi sempre abbiamo fatto scelte in favore dei diritti della persona, quindi qualsiasi situazione che noi vediamo, che va contro i diritti umani delle persone, noi la denunciamo. E allora potrebbe essere che ci sono dei settori ai quali non piace che la Chiesa di nuovo assuma questo protagonismo a favore dei diritti umani della persona.
Poi adesso manteniamo una posizione molto critica contro l’industria estrattiva dell’oro e dell’argento, perché nella diocesi di San Marcos abbiamo una compagnia canadese che sfrutta l’oro e l’argento (una filiale della Gold Corp. Inc., la terza produttrice di oro e argento in tutto il mondo): non credo che le minacce vengano dalla compagnia, non ci credo, ma può darsi che ci siano dei settori economici ai quali interessa che questo tipo di industria si mantenga e può essere che le minacce vangano da parte loro. E un’altra possibilità è che queste minacce vengano dai narcotrafficanti, perché nella zona dove io sto abbiamo il problema del narcotraffico nella parte della costa del Pacifico, e poi abbiamo anche una zona dove i contadini hanno cominciato a coltivare i papaveri. Noi abbiamo denunciato in modo molto forte questa attività criminale dei narcotrafficanti. Ma loro normalmente non minacciano, ammazzano.
Quindi io direi che da questi tre settori potrebbero venire le minacce, ma è difficile da sapere.
Io ho avuto le ultime minacce il mese di marzo, poi da allora tutto è calmo e tranquillo. Questa volta una macchina si è avvicinata ad una religiosa che camminava per la strada, e un uomo dal finestrino ha puntato la pistola alla tempia della suora, e le ha detto: devi dire a quello là che i suoi giorni sono contatti. Questo è avvenuto a San Marcos , in mezzo alla strada. Purtroppo la suora si è spaventata e non ha visto la targa, mi ha subito telefonato, perché io ero in una riunione in una parrocchia per dirmi di stare attento. Alle volte vengono i poliziotti a casa mia a vedere che cosa succede.

D. Attualmente è sotto scorta?
R. Si. L’avevo lasciata, perché pensavo che tutto fosse ormai sparito, ma ho dovuto di nuovo prenderla, non tanto perché sia il mio desiderio, no, un po’ perché i sacerdoti e le religiose hanno insistito, io non lo vorrei assolutamente, perché se uno fa una scelta di vita deve essere coerente con questa scelta, quindi secondo me non è giusto che io abbia una scorta e ci sono altre persone che lavorano nel settore dei diritti umani e non hanno la possibilità di averla. Perciò io non sono d’accordo, ma mi vedo un po’ obbligato ad averla per questa pressione che mi fanno in diocesi.

IL GUATEMALA E IL MONDO

D. Che cosa si aspetta, se si aspetta qualcosa, dall’Unione Europea, e dal nuovo presidente americano nel caso fosse Barak Obama?
R. Nel caso del nuovo presidente americano noi ci aspetteremmo una riforma migratoria in favore dei nostri concittadini, e dei centroamericani in generale, che sono moltissimi negli USA, specialmente dell’Honduras, del Salvador e del Guatemala. Quindi io aspetterei da parte di Obama, se sarà lui presidente, una riforma migratoria dal volto umano, cioè che si tenga conto che si tratta di persone che hanno desiderio di trovare un lavoro giusto, degno, di guadagnare abbastanza per poter vivere, ciò che adesso non succede in Guatemala, perché la maggioranza dei migranti verso gli USA sono persone povere, a causa della povertà cercano di migrare, non importa anche correre il rischio di morire nel deserti dell’Arizona, non importa il muro che gli USA stanno costruendo, la povertà è qualcosa che spinge a queste persone ad andare negli USA attraverso il Messico.
E poi chiederei, anche se questo non dipende solo dal presidente americano, ma anche dal Senato, se fosse possibile rinegoziare il Trattato di Libero Commercio, che è stato firmato tra Usa e Guatemala. Credo che sia più difficile di fatto, anche perché è stato ratificato per dieci anni, e adesso abbiamo iniziato da solo due anni. Ma, secondo me, varrebbe la pena, se fosse possibile, una revisione, per capire quali sono gli effetti positivi di questo patto per la maggioranza della popolazione povera del Guatemala, non per i padroni delle grandi aziende, perché sappiamo che alla fine loro saranno i primi che approfitteranno di questo patto di libero commercio.
Per quanto riguarda la Comunità Europea, adesso si parla molto dell’Accordo di Libera Associazione tra America Centrale e Unione Europea. Per la UE sono importanti tre cose nel processo per arrivare all’accordo: 1) è importante per loro che ci sia una discussione molto ampia nella società civile dell’America Centrale, ma finora questa partecipazione ampia non esiste, le trattative sono solo a livello di governo, quindi questo non è un buon segnale per noi, 2) hanno insistito molto che si deve cercare di vedere come e quando di possa sviluppare una migliore cooperazione allo sviluppo, 3) ultima tappa la realizzazione di un patto di libero commercio tra Unione Europea e America Centrale.
Quindi, in ordine, al primo posto ci sarebbe l’aiuto allo sviluppo, poi il patto di libero commercio, ma io ho l’impressione che adesso la UE sta rovesciando l’ordine, adesso incominciano a parlare di libero commercio invece che di aiuto allo sviluppo, e io credo che questo sia uno sbaglio, perché noi abbiamo criticato fortemente l’accordo di libero commercio tra Usa e Guatemala per diverse ragioni, e non credo che debba essere questo il primo punto da discutere. Prima parliamo di come e quanto la Unione Europea può aiutarci nella cooperazione allo sviluppo. Allora io mi aspetterei che l’Unione Europea fosse coerente con quello che ha detto sin dall’inizio.

D. Per due anni è stato presidente della Conferenza Episcopale guatemalteca, e ora è presidente della Commissione per i Migranti della Conferenza Episcopale, ha presentato recentemente un documento delineando il profilo dei migranti centro americani che cercano di andare negli USA.
R. Attualmente la maggioranza di coloro che cercano di andare negli USA lo fanno a causa della povertà, prima era per il conflitto armato, poi per i disastri naturali. Ma oggi il motivo principale dell’emigrazione è la povertà. Sappiamo anche che la povertà è il risultato del sistema neoliberale, e vediamo la crisi negli Usa che dimostra come questo sistema è fallito.
In Guatemala la povertà crescente obbliga tantissime persone ad andarsene verso gli USA.
Si parla pochissimo del Messico, ma il governo messicano è uno dei responsabili che impedisce che tanti centroamericani possano passare attraverso il loro territorio verso gli USA. Siccome la politica migratoria tanto di USA che di Messico è così rigida e severa, questo fa sì che le persone, che sono in maggioranza contadini (è aumentato anche il numero delle donne) si vedono nell’alternativa di cercare vie più pericolose, perché si trovano il muro costruito dagli USA, ci sono i controlli, devono passare per il deserto, ci sono tanti rischi per la vita, ma comunque, questi ostacoli hanno un effetto, che loro cercano altre vie per passare, molto più pericolose. E difatti sappiamo di casi in cui molti sono morti.
E poi c’è un altro problema, quello della tratta delle persone, adesso cominciamo a dare visibilità a questo problema, perché oggi dopo la vendita delle droghe e delle armi, la tratta delle persone è uno degli affari più grandi del mondo. Noi non sfuggiamo a questo, abbiamo persone che si fanno pagare 5000 dollari per far passare i migranti verso gli USA. Cinquemila dollari sono tanti soldi, ci sono bande organizzate che hanno contatti in Messico, negli USA. Anche questo è adesso un problema.
E vediamo anche come le famiglie vengono disintegrate, molti uomini lasciano le famiglie in Guatemala, Salvador e Honduras, vanno negli USA e trovano un’altra donna, si sposano, poi vanno poi vanno via, lasciano la famiglia, non inviano più soldi, o anche li inviano ma si dimenticano dei loro bambini. Abbiamo una generazione che è cresciuta senza papà. E questo secondo me nel futuro causerà dei problemi.

D. Che ruolo hanno gli organismo internazionali in Guatemala?
Adesso noi abbiamo un rappresentate dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, che fa un buon lavoro, anche perché informa, dice al governo che cosa succede, fa delle dichiarazioni, poi abbiamo il responsabile della Commissione Internazionale contro l’impunità, è uno spagnolo, di cognome Castresana, un mese fa ha fatto un rapporto al governo e al Congresso dicendo quali cose stanno succedendo e che cosa dovrebbe fare lo Stato. Hanno lavorato molto responsabilmente su proposte di nuove leggi, per evitare situazioni di impunità soprattutto. Quindi hanno fatto un lavoro eccellente, purtroppo lo Stato non da attenzione ai suggerimenti.

D. Quali sarebbero questi suggerimenti? Che cosa si dovrebbe fare in sintesi?
R. Ad esempio cambiamenti di certe leggi del codice penale, per fare si che i processi siano più veloci e più efficaci, poi hanno anche fatto delle modifiche alla proposta di legge sulle armi, quello che succede oggi è che un delinquente entra in carcere e dopo due giorni è fuori, e i poliziotti dicono che non fanno più niente, perchè loro portano in carcere, poi i giudici gli fanno avere la libertà dopo due giorni, e loro si chiedono a che cosa serve che rischiano, perché poi i delinquenti escono e li minacciano. Il responsabile della Commissione contro l’impunità ha dato dei suggerimenti, poi stanno lavorando sui alcuni casi molto importanti, ad esempio continuano sul caso Gerardi e altri casi così importanti, su cui non si sa niente, non si è fatta nessuna ricerca.

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