25 aprile 2009

Passeggiata socratica al supermercato

Adriano Sella missionario e militante della giustizia e della pace

Oggi ho fatto una passeggiata socratica in un centro commerciale. Ho potuto capire che veramente tante sono le cose di cui non ho bisogno per essere felice.
Si tratta, più o meno, della stessa esperienza che ha fatto Socrate, il filosofo greco circa 2400 anni fa. Si racconta che quando Socrate andava per le strade di Atene, dove c’erano delle botteghe, veniva avvicinato dai venditori che gli chiedevano se voleva qualcosa, lui rispondeva: “No, sto solo osservando quante cose esistono di cui non ho bisogno per essere felice”.
In questa nostra società consumistica, dove sono stati altamente aumentati i bisogni e quindi anche le cose mediante una produzione che riesce a moltiplicare, anzi a triplicare o quadruplicare le cose, siamo continuamente sedotti da tantissime cose da comprare. Il consumare sta diventando un “obbligo” del cittadino, altrimenti, dicono, si blocca questo sistema economico che viene alimentato dal consumo.
Ecco, allora, gli appelli fatti da parte dei nostri governanti ai cittadini di consumare in modo da far accelerare l’economia. Ecco, quindi, i continui sondaggi sui consumi pubblicati dai media, che fanno capire come la riduzione dei consumi sia solamente un sinonimo di crisi economica, senza lasciare spazio a una riflessione più profonda che potrebbe far emergere la crisi di un sistema che non funziona più.
Oggi nei centri commerciali, stile occidentale, non sono più tanto i venditori che ti inducono a comprare. Questo metodo è ancora presente nei grandi mercati o negozi del Sud del mondo: ad esempio, mi ricordo bene in Brasile dove si era assediati dai venditori, perché la manodopera costa molto poco, per cui i proprietari dei negozi assumono molte persone che stanno addirittura all’entrata del negozio, invitando i passanti ad entrare e a comprare.
Il metodo occidentale, invece, non usa più la manodopera per far comprare, ma le cose stesse vengono presentate nelle vetrine, in maniera molto seducente, facendo uso delle moderne tecniche di marketing, in modo da coinvolgere emotivamente il consumatore che viene attratto dalla bellezza estetica delle cose e facendo suscitare in lui il bisogno di quella cosa: si tratta di un bisogno indotto che diventa una strategia per far vendere e soprattutto per far comprare.
Quelle poche volte che sono stato nei centri commerciali ho potuto capire la difficoltà che ha il passeggiante nel difendersi dalla seduzione del consumismo. Così come vengono presentate le cose, è davvero difficile uscire dal centro commerciale senza aver comprato niente! Bisogna essere quasi di ferro per non essere coinvolto emotivamente da quel fascinoso luccichio delle cose.
Ecco allora che bisogna prepararsi ad andare con un importante bagaglio sulle spalle. Sarebbe saggio, quindi, andare qualche volta solamente per fare una buona e sana passeggiata socratica, così come faceva il filosofo greco. Osservare quelle cose e percepire che non sono essenziali per essere felice. Riscoprire quindi quella sobrietà felice che non è la sobrietà intesa come rinuncia, sacrificio, vita spartana. Ma sobrietà che ti fa riscoprire quali sono le cose importanti della vita e quelle di cui possiamo fare a meno per essere davvero felici.
Fanno pensare quelle ormai varie inchieste che hanno rivelato come oggi abbiamo molte più cose di ieri, anzi ne abbiamo in abbondanza, però non siamo più felici. È sufficiente guardare il volto della nostra gente per capire che c’è più amarezza che gioia, più stanchezza che serenità, più preoccupazione stressante che impegno fatto col sapore creativo.
Mi hanno toccato molto le testimonianze di alcuni giovani che facevano emergere come non hanno bisogno tanto di cose ma soprattutto di relazioni umane calorose e solidali. Un ragazzo mi ha detto che uno dei regali più belli, avuti nel giorno del suo compleanno, è stata la lettera di sua madre scritta di suo pugno che gli manifestava tutto l’amore di mamma. Un adolescente mi ha manifestato la sua delusione quando ritornava a casa dalla scuola, perché aveva bisogno di comunicare con i suoi famigliari, per raccontare quello che aveva vissuto, invece trovava sempre la televisione accesa e non c’era spazio per il dialogo. Un giovane mi ha rivelato che quello che lo faceva soffrire molto nella sua vita era il fatto che non riceveva mai un abbraccio da suo padre.
Sono testimonianze vere di giovani che segnalano una esigenza importante: non sono le cose che fanno felici ma i rapporti umani.
Allora, se riuscissimo a realizzare qualche volta una passeggiata socratica nei centri commerciali, usciremo di là non più con tante cose ma con la convinzione, sempre più forte e profonda, che le cose possono essere necessarie, sì, ma non sono essenziali per essere felici. Alla fine, quello che conta è essere e non tanto avere.
E allora, più rapporti umani e meno cose, più relazioni di tenerezza e meno corse consumistiche, per poter raggiungere una sobrietà felice.

Nessun commento: