25 aprile 2009

La sobrietà non è privazione ma liberazione

Tutti noi oggi siamo sommersi dalle tantissime cose che continuiamo ad accumulare e che assorbiscono tutto il nostro tempo, perché esse richiedono tutte le nostre ore quotidiane per poter comprarle, sistemarle, pulirle e metterle a posto.
È doveroso sottolineare che le cose, mediante il valore economico, ci hanno aiutato a liberarci dalla miseria del passato, quando eravamo poveri a livello economico a tal punto che la vita era diventata dura e disumana mettendo a rischio la dignità umana. In quel tempo, le cose sono state a nostro servizio per liberarci dalla miseria che creava molta sofferenza. La stessa che possiamo constatare oggi nel Sud del mondo.
Ma è altrettanto doveroso evidenziare che siamo cascati, oggi, nel lato opposto: abbiamo accumulato così tante cose che ci costringono ad essere noi al loro servizio, dedicando tutta la nostra giornata al lavoro per poter innalzare il nostro potere di acquisto in modo da riuscire a comprare il più possibile, anche quello che è veramente superfluo e dannoso. Anzi, il superfluo arriva nelle nostre teste, mediante la realtà mediatica, come necessario e per cui dobbiamo fare di tutto per poter averlo. In questo modo diventiamo funzionali al sistema che vuole che non pensiamo più, ma che diventiamo solamente dei tubi digerenti senza capacità critica.
È questo consumismo sfrenato che sta creando problemi seri e gravi alla nostra società di oggi. Innanzitutto, perché si tratta di un consumo che ci consuma perché alla fine della giornata, dopo aver corso tutto il giorno per soddisfare tutti i bisogni indotti dalle pubblicità, ci troviamo stanchi, sfiniti e svuotati. Ossia, consumati dai 10.000 oggetti che mediamente noi europei possediamo nelle nostre case (secondo un’indagine). E poi, tutto il nostro tempo viene assorbito dalla cose e quindi non abbiamo più tempo per le relazioni che sono i beni fondamentali della vita.
Allora, la sobrietà non deve essere intesa come privazione dalle cose, ma come liberazione da tutto quello che è superfluo e che ostacola la possibilità di vivere una vita felice.
La sobrietà non è ritornare ad una vita di austerità, ma costruire la qualità della vita che si basa non sulle cose che hanno un valore solamente di utilità, ma sulle relazioni umane che sono i veri beni essenziali della vita perché la persona umana è fatta di relazioni. Anzi è essenzialmente relazionale, questo significa che le relazioni sono l’ossigeno della vita, senza le quali la morte ci porterebbe via.
La sobrietà non è una vita di sacrificio, ma è la capacità di essenzializzare nel saper cogliere quali sono le dimensioni fondamentali di una vita felice, impostando la vita sull’essenziale e non sul marginale.
La sobrietà è la scuola che ci educa a saper distinguere le cose fondamentali e necessarie per la dignità umana da quelle che sono superflue e che sono generate da bisogni indotti.
È questa operazione etica che dobbiamo fare ogni giorno, perché in ogni momento siamo tempestati da messaggi, soprattutto pubblicitari, che ci condizionano e che ci conducono come delle marionette a comprare il più possibile.
L’abbiamo chiamata operazione zaino, cioè aver il coraggio di svuotare lo zaino della vita dove abbiamo inserito tante cose, proposte e dimensioni (a volte volutamente, altre volte in maniera condizionata o indotta) e iniziare il discernimento tra quelle che sono importanti e quelle che possiamo tranquillamente fare a meno. L’obiettivo di questa cernita è di riporre nello zaino quello che veramente è importante per la qualità della vita, ma anche il coraggio di gettare nel cestino tutto quello che viene considerato inutile e superfluo.
L’operazione zaino ci aiuta ad essenzializzare e a riportare la nostra vita sulla spiaggia della felicità e del gusto del vivere, liberandoci dallo stress quotidiano provocato dal continuo correre per soddisfare mille proposte oggi e altre mille domani.
La sobrietà è, infine, riscoprire l’essenziale della vita che sono i beni relazionali, i quali sono stati e vengono tuttora trascurati e non coltivati. Questa è la vera nostra povertà: quella relazionale e non quella economica. Infatti, in mezzo a noi c’è una povertà relazionale spaventosa che va dal bambino abbandonato davanti alla tv, al disagio giovanile, alla vita stressante e svuotante degli adulti, fino alla segregazione dei nostri anziani che vengono gettati nelle case di riposo oppure condannati alla solitudine.
Dobbiamo continuamente ricordarci che sono le relazioni umane i veri beni fondamentali della vita e per questo dobbiamo dedicarci tempo, per coltivarle e per custodirle come un grande tesoro. Questa sarà anche l’unica ricchezza che non riusciranno mai a portarci via, perché le relazioni umane sono carne della nostra carne. Ed è quindi una ricchezza che possiamo sempre, e in qualunque momento, riprendere dal baule della nostra vita e farla diventare realtà quotidiana.
La sobrietà è quindi liberazione e non più privazione. Per questo viene chiamata oggi sobrietà felice, oppure una nuova sobrietà, in modo da scrollarci di dosso quella concezione di sobrietà che ci parlava di austerità e di sacrificio.
E allora, liberiamoci da tutto quello che è superfluo e dannoso per riscoprire l’essenziale della vita: quello che dà senso e sapore al vivere quotidiano.
La sobrietà ci aiuterà a non cascare in quei pericoli dannosi che ha sottolineato il Dalai Lama quando gli hanno chiesto cosa l’aveva sorpreso di più dell’umanità: “Gli uomini: perché perdono la salute per fare soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute; perché pensano tanto ansiosamente al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente e né il futuro; perché vivono come se non dovessero morire mai e perché muoiono come se non avessero mai vissuto”.

E allora, lasciamoci condurre dalla sobrietà felice che ci conduce ad una vita di qualità e di liberazione, raggiungendo finalmente nuovi stili di vita che ci fanno assaporare il gusto del vivere e che generano un altro mondo possibile.

Padova, 4 aprile 2009

p. Adriano Sella
(adrianosella@virgilio.it)

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