20 marzo 2010

La silenziosa voce dei pacifici

di Andrea Riccardi

Trent’anni dopo la morte di Romero l’America Latina è ancora terra di martiri. Sembrano destinati alla sconfitta, ma la loro è la vera alternativa a violenza e sopraffazione

Nel 2010 si ricordano trent'anni dalla morte di mons. Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso mentre celebrava l'Eucarestia. Romero visse una situazione di scontro polarizzato e di radicalizzazione della violenza. Il cardinal Lucas Moreira Neves mi raccontò che lo ricevette nella sua ultima visita a Roma: gli confidò che sarebbe stato ucciso e non sapeva se l'avrebbe fatto la destra o la sinistra. Sapeva che la sua vita era minacciata, ma non rinunciò a tornare nel suo Paese, a stare vicino alla gente. Sentiva attorno a sé un'atmosfera satura di morte. Rivolse un appello: «Siamo incapaci di riconciliazione, odiamo a morte. Non è questo l'ambiente che Dio vuole. La Chiesa deve dire agli uni e agli altri, nonostante le opzioni che li differenziano: amatevi, riconciliatevi con Dio».I cristiani sono tornati a morire nel XX secolo, come nei primi secoli della cristianità. L'America Latina ha conosciuto tanti martiri. Le loro storie parlano ancora oggi e non bisogna perderne la memoria. Molti Stati hanno conosciuto regimi autoritari e guerriglie rivoluzionarie, con le popolazioni strette tra conflitto e miseria: una situazione invivibile per molti cristiani, che hanno però continuato a essere testimoni del Vangelo. Romero muore in un tempo di polarizzazione, figlia della guerra fredda. Fattori internazionali e interni si incrociavano. Con l'89 e la fine delle ideologie, è terminata la lotta rivoluzionaria, eppure - sorprendentemente - non sono finite le violenze; si sono solo «polverizzate». La vita della Chiesa contesta di fatto questo clima con la presenza dei suoi, che vivono in modo generoso. La vicenda della Colombia ne è un esempio. Nel 2000, Isaias Duarte Cancino, arcivescovo di Cali, viene ucciso per aver parlato contro le violenze dei terroristi e dei paramilitari. Tra il 2001 e il 2007, si susseguono una trentina di uccisioni di cristiani, per rapina o perché impegnati nell'educazione o per liberare i rapiti. L'opera educativa viene considerata pericolosa dai mafiosi, perché libera i giovani dalla scuola della violenza e della paura. La Chiesa è un ostacolo all'estendersi della «cultura» mafiosa. In Guatemala, in Messico, dal 2001 al 2007, cadono sacerdoti, religiose. Nello stesso periodo, in Brasile, si segnalano otto preti uccisi. Una forte eco suscita l'assassinio di una suora statunitense, Dorothy Stang, uccisa nel febbraio 2005, mentre lavorava con coraggio per i senza terra. Due armati la fermano chiedendole: «Ha un'arma?». Suor Dorothy, serena, mostra la Bibbia: «Ecco la mia unica arma!». La suora, 73 anni, è stata ritrovata uccisa e riversa sulla sua Bibbia.In El Salvador, la guerra civile è finita nel 1992, ma parti del Paese sono immerse nella violenza delle maras, bande giovanili e organizzazioni mafiose, che offrono una rete di solidarietà criminale e danno «dignità» ai giovani con le armi. Fra il 2000 e il 2006, hanno ucciso due sacerdoti e un laico, nella cattedrale di Santiago de Maria. L'amore viene percepito come minaccia al loro potere basato sulla paura e sulla violenza. Così si spiega l'uccisione del giovane William Quijano della Comunità di Sant'Egidio. Proponeva agli adolescenti del quartiere periferico di Apopa un'alternativa alla violenza. Ha scritto padre Jesus Delgado, già segretario di mons. Romero: «William era impegnato con Sant'Egidio nel salvare i bambini e i giovani dalla violenza e creare la possibilità di vita lontano dalla logica dello scontro e della criminalità giovanile. Aiutava i bambini a vivere insieme, ad aiutarsi l'un l'altro e imparare a vivere in pace». È il martirio dei pacifici. La loro alterità suona protesta umile e silenziosa. Sembra destinata alla sconfitta, ma è la vera alternativa alla violenza e alla sopraffazione.

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