31 marzo 2010

“Rischio la vita senza paura per difendere i miei poveri del Guatemala”

Mons. Alvaro Ramazzini a San Martino Siccomario parla della sua esperienza di Vescovo al fianco dei deboli

Chiesa parrocchiale gremita domenica scorsa a San Martino Siccomario per ascoltare le parole di mons. Alvaro Ramazzini, coraggioso Vescovo del Guatemala (diocesi di San Marcos) che rischia ogni giorno la vita schierandosi contro il potere militare e colonialistico per difendere coloro che affettuosamente chiama “i miei poveri”. Il suo predecessore, mons. Juan Gerardi, pure grande difensore dei diritti dei più deboli, venne assassinato nel 1998. Ma questo non intimorisce mons. Ramazzini, che continua nella sua opera di denuncia di sfruttamenti con caparbietà ma anche con una serenità di fondo dovuta alla grande fede che lo sostiene. Domenica mons. Ramazzini ha conquistato tutti con il suo messaggio forte in difesa dei valori della famiglia, come suggerivano le letture, la cui importanza è stata dedotta dalle domande rivolte ai bambini con grande semplicità ma anche con intelligente sagacia.

Al termine della Messa il Vescovo guatemalteco ha benedetto tutti i bambini e si è poi diretto alla sede municipale dove era atteso dal sindaco Vittorio Barella, dagli assessori e dai consiglieri della maggioranza per il benvenuto. “Le siamo vicini e desideriamo sostenerla attraverso l’appoggio ai progetti dell’Associazione Ains che si impegna in Guatemala –ha sottolineato il primo cittadino, rivolgendosi a Ramazzini- l’opera che lei svolge nel suo Paese è nota e ha un alto valore umano, sociale e religioso”.

In serata il Vescovo ha anche partecipato alla proiezione del documentario “Historias de Guatemala” di Nicola Grignani e Anna Recalde Miranda nel salone dell’Oratorio. A lui abbiamo rivolto alcune domande per inquadrare la delicata situazione guatemalteca, dove i circa tredici milioni di abitanti hanno davvero molti problemi.

Mons. Ramazzini, come spiega la realtà attuale nel suo Paese?
“Se possibile è ancora più difficile che in tempo di guerra. La crisi economica mondiale ha complicato tutto, c’è enorme sofferenza per mancanza di lavoro e quindi si assiste a una forte emigrazione verso gli Stati Uniti. Poi le deportazioni hanno toccato quota trentacinquemila e si assiste a ogni sorta di violenza accompagnata da impunità per l’assenza di uno Stato forte. La speranza viene dalla CC (Corte Costituzionale) che negli ultimi tempi sta svolgendo un buon lavoro. E viene anche dalla pastorale giovanile, che si sta rafforzando molto e questa è una
nota davvero lieta”.

Lei si occupa anche dei migranti in una zona dove –ha detto- l’emigrazione è forte. Si parla razzismo anche nelle vostre zone?
“Purtroppo sì. La mia diocesi è vicino al Messico e quindi in una zona di confine vedo molti emigranti diretti negli Stati Uniti che provengono dal Messico, dall’Honduras, dallo stesso Guatemala. Ma là spesso non vengono trattati da esseri umani, il sentimento della xenofobia è qualcosa di veramente triste che deve toccare la nostra fede cristiana.”

Nella sua omelia ha esortato le famiglie a restare unite. E’ un problema in Guatemala?
“Un grande problema. Soprattutto a causa delle migrazioni tanti uomini hanno lasciato la famiglia e la maggior parte dei bambini non ha mai conosciuto il padre. Questa è una enorme sofferenza, perchè è dalla famiglia che nasce la forza di risollevarsi”.

Lei è costantemente schierato al fianco dei deboli, a costo di rischiare la vita. Le capita mai di avere paura?
“Sono perfettamente cosciente di non essere simpatico a molta gente potente, ma la mia soddisfazione sta nel poter essere la voce di chi è troppo debole per far sentire la propria. Questo per me è l’importante, il resto conta poco. Se ho paura? Quando ci penso un po’ sì, è umano credo, però cerco di non pensarci... anche perchè alla fine la mia vita è nelle mani di Dio”.

Daniela Scherrer

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