31 marzo 2010

“Siamo solo numeri, manca la valorizzazione delle competenze”

Parla Enrico Frisone, presidente del Collegio Ipasvi

“ Che cosa chiediamo al prossimo governatore della Lombardia? Il riconoscimento degli infermieri di comunità e un servizio predisposto in Regione che garantisca l’apporto delle professioni sanitarie non mediche”. E’ molto chiaro nelle sue esternazioni il presidente del Collegio Ipasvi di Pavia, Enrico Frisone.

Molto concretamente, quali sono le difficoltà che riscontra oggi un infermiere a Pavia?

“Le stesse che si riscontrano in tutte le altre città d’Italia: non vedere un futuro oltre a un turno in ospedale o presso qualsiasi altra struttura, frutto di una dicotomia tra l’essere lavoratore dipendente che garantisce un servizio e la prospettiva di un modello professionale sempre più inserito in un contesto di assunzione di responsabilità”.

Quindi è vero che esiste poco riconoscimento sociale del valore dell’infermiere?

“Il problema è che l’infermiere viene visto come un numero, manca totalmente il discorso della valorizzazione delle competenze. Qualsiasi partecipazione a master, corso non viene riconosciuta, non dà diritto ad alcun tipo di differenziazione. L’unica formazione riconosciuta è il coordinamento.
E siccome non si vive di sola cultura, aggiungo anche che manca il passaggio del riconoscimento economico”.

Come si potrebbe ovviare a questo?

“Il prossimo governatore della nostra Regione potrebbe operare qualcosa di eclatante, un percorso che si possa distinguere dalle altre Regioni. Penso ad esempio alla questione della riconversione dei tremila posti letto per acuti in strutture di sollievo. Un progetto che potrebbe prevedere la responsabilità degli infermieri, dal momento che è anche dimostrato che la gestione infermieristica riduce costi socio-sanitari e tasso di mortalità”.

Infermiere in una grande e in una piccola struttura: cambiano le criticità?

“Nella piccola struttura la criticità è legata alla difficoltà di dedicare più tempo alla formazione. Nella grande ci sono maggiori possibilità di risorse compensative ma si tende a livellare lo sviluppo professionale dei singoli. Diciamo che pur cambiando l’ordine dei fattori il risultato finale è lo stesso”.

Dal Tribunale per i Diritti del Malato emerge la difficoltà dei pazienti a instaurare un rapporto umano con gli infermieri. Che lettura dà di questa situazione? Riflette un malumore generale della categoria?

“Innanzitutto dico che noi invece riceviamo molte segnalazioni di persone che hanno risolto i loro problemi solo grazie al rapporto instaurato con gli infermieri. Poi è chiaro che ci possono essere casi in cui stanchezza e malumori generalizzati vengono esternati nel rapporto con il paziente. Però mi piacerebbe sapere con esattezza da quale tipo di strutture provengono le lamentele. Laddove c’è grande tecnicismo può ad esempio venir meno l’aspetto relazionale. Oppure ci sono strutture, come le case di riposo, in cui si scambia facilmente il personale di supporto con quello infermieristico. Con rispetto parlando sono realtà molto differenti, con una formazione e una preparazione completamente diversi, anche nel rapporto con il paziente”.

daniela Scherrer

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