4 agosto 2010

IL CENTRO NUTRIZIONALE DI EL RANCHO: UN PROGETTO PER IL FUTURO.

Progettare il futuro non è mai cosa semplice soprattutto in questo momento storico in cui vediamo e viviamo un mondo affaticato e in preda alle sue crisi più lancinanti: sociali, economiche, finanziarie. La crisi di un mondo, in particolare dei suoi equilibri storici fin qui conosciuti.
Ma questo mondo, quello che sperimentiamo tutti i giorni, non riserva certo benefici a chi è in uno stato di bisogno.
Qui in Occidente la forbice tra i ricchi, espressione della potente e finora imperitura oligarchica borghesia capitalistica, e coloro che si ritrovano a vivere di un lavoro spesso precario e mal retribuito si sta allargando a macchia d'olio.
Meno certezze per tutti, più sfruttamento, maggiore riduzione degli spazi di libertà, meno servizi sociali, più dipendenza da messaggi privi di costrutto e sostanza (il consumismo), meno sogni per tutti, meno futuro per tutti.
Ecco il punto in cui siamo, in cui si trova a navigare il cosiddetto “primo mondo”.
Finirà prima o poi quest'ordine profondamente diseguale, o, come dice un canzone di Luigi Tenco “vedrai che cambierà”.

Certo, finirà.
La speranza c'è sempre, guai a privarci di un orizzonte più elevato del contingente.
Guai a privarci di giusti auspici di radicale cambiamento.
Di necessari, giustificati e fondamentali momenti di incisivo cambio di rotta.
Ne va di noi tutti, ne va della nostra vita.
Ecco cosa significa combattere per il diritto “alla vita”.
Una vita più giusta, più onesta, più solidale.
E in Guatemala che dicono?
Beh, in Guatemala sono “acustombrati” - abituati - alla sofferenza e alla lotta.
Loro ne sanno qualcosa da almeno cinque secoli, tanto dura il loro periodo di “crisi”.
Quello che il nostro mondo sta vivendo - crisi economica e finanziaria - cosa può tangere alle migliaia di bambini de la calle, di campesinos senza terra, di donne e bimbe abbandonate, sole, al loro destino, ad anziani (per chi ci arriva) senza nessun tipo di protezione sociale o familiare?
Nulla di più rispetto a cio' che vivono quotidianamente.
Bisogni e necessità.
Permanenti nei paesi impoveriti come il Guatemala.
Leggete, se vi capita, “Le vene aperte dell'America Latina” di Eduardo Galeano giusto per capire cosa significa per un paese essere “impoverito” non banalmente “povero” come la vulgata occidentale tende sempre a definire.
"Le vene”, come un testo sacro. Bisogni e necessità.
Precarietà di vite e esistenze.
Ma voglia di sognare certo maggiore rispetto alle nostre quote, ormai in riserva di, di pensieri lunghi e di nuvole di futuro, di apertura al futuro.
In Guatemala, tra l'altro, il sogno è accompagnato anche da un pizzico di allegria e gioia, magari condito con musica e balli; il ritmo scandisce la capacità di sognare.
Dunque perchè non sognare la realizzazione di un Centro Nutrizionale a El Rancho?
Alvaro Aguilar, in uno scambio di battute con Ruggero Rizzini avvenuto l'anno scorso, ne traccia i segni progettuali.
E' un progetto che verrà, ma a cui noi tendiamo, crediamo. Saremmo estremamente contenti se si riuscisse a realizzare.
Puo' darsi che in questa nuova avventura di solidarietà salgano sulla nostra barca nuovi compagni di viaggio.
Ne avremmo bisogno perchè difficilmente da soli potremo arrivare all'ambizioso traguardo.
Il tempo ci aiuterà, come sempre.
L'impegno nostro non mancherà, come sempre.
La sfida è aperta, l'amicizia con El Rancho, con i suoi, bambini, con il suo popolo continua.
“Quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?(...) Rispondendo, dirà loro: in verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me'
(Mt 25, 37.40).
Il vento fresco e rigenerante della solidarietà continua a soffiare.


Emanuele Chiodini
volontario Ains onlus




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