18 agosto 2010

Sedici donne, sedici storie di lividi nel corpo e nell’anima

Laura Romano, consulente pedagogica, racconta perché il dolore pretende di essere ascoltato

di Daniela Scherrer, Il Ticino-31 luglio 2010

Giulia ha sei anni e all’asilo si trasforma da bambina modello ad alunna ingestibile perché inconsapevolmente vuole attirare l’attenzione dei suoi genitori immersi nella gestione della sorellina disabile. Clarissa di anni ne ha ottantuno e sono i vicini a salvarla dalle percosse del figlio cresciuto sulla stessa lunghezza d’onda del padre violento. In mezzo un ventaglio anagraficamente molto variegato di donne ferite nel corpo e nell’anima, raccontate da Laura Romano nel suo ultimo libro “Lividi”, raccogliendo testimonianze dal suo lavoro di pedagogista.
Per lei si tratta della terza pubblicazione, dopo quella sull’adultità femminile e la seconda dedicata alle problematiche adolescenziali. In autunno uscirà un altro suo libro, un’indagine psico-pedagogica sulla costruzione dell’identità di genere femminile.
Un libro scritto “da donna”raccontando d donne ferite: così scrive lei nella sua introduzione. Quanto conta essere donna in questi casi?

Innanzitutto vorrei sottolineare che non ho scelto di scrivere storie al femminile perché le donne soffrono più degli uomini. Penso che in questi ambiti esista sicuramente anche una sofferenza al maschile. Semplicemente interessava maggiormente a me esplorare il pianeta “in rosa”. Ho sottolineato “da donna” perché ritengo che le donne siano capaci di cogliere più in profondità alcuni aspetti della sofferenza che si vede nell’altro, che abbiano occhi e cuore differenti e probabilmente anche una sensibilità maggiore perché finiscono sempre col sentirsi coinvolte in prima persona”.
La sua professione la porta a contatto con infinite realtà di sofferenza sul modello di quelle raccontate nel libro. Perché allora ha scelto proprio queste? C’è un filo conduttore particolare?
Ho voluto scegliere storie che coprano un ventaglio molto ampio generazionale: c’è la bambina di sei anni e la donna di oltre ottant’anni. Desideravo in questo modo essere esemplificativa di una vita che si vive fino all’ultimo giorno. Diciamo che due sono le caratteristiche che accomunano queste sedici storie: innanzitutto raccontano sofferenze molto forti, poi le protagoniste avevano manifestato segnali che avrebbero potuto essere colti dalle persone intorno a loro prima che il dolore culminasse per alcune addirittura in tragedia. Vuole essere l’invito a tenere sempre aperti gli occhi, sia in famiglia che a scuola che anche nel vicinato”.
Essere amati abbastanza…Lei usa questi termini per spiegare come si possano evitare lividi e ferite nella vita. La sofferenza dell’anima quindi è sempre strettamente correlata alla mancanza di amore?
All’essere amati poco oppure troppo. L’eccesso di amore porta comunque a distorcere il sentimento, a trasformarlo in patologico e quindi distruttivo anziché costruttivo. L’amore ha senso senza se o ma, prendiamo ad esempio quello genitoriale: deve essere incondizionato per aiutare un figlio a costruire solide basi nel rispetto di se stesso e nella realizzazione di una certa autostima. Il genitore non deve amare un figlio per ciò che fa ma per ciò che è”.
L’amore ricevuto quindi è più importante ancora nei bambini o è ugualmente importante in tutte le fasce di età?
L’amore ricevuto dalla famiglia nell’infanzia e nella preadolescenza consente al figlio di costruire quelle barriere di protezione che lo renderanno poi capace di affrontare più saldamente eventuali casi futuri di amore distorto senza soffrire troppo. Quando viene a mancare da bambini, invece, si diventa meno capaci di distinguere in età adulta l’amore vero da quello distorto, patologico. Ma anche da adolescenti episodi ad esempio di abuso sessuale possono segnare a tal punto da trasformare l’idea di coppia in qualcosa di così distorto che diventa molto difficile lavorare per restituire speranza”.

Ecco, speranza…Al termine di ogni storia lei entra nel dettaglio psicologico, dando la spiegazione di quei lividi. E chiude sempre lasciando semi di speranza…
La speranza è qualcosa da lasciare a tutti, indistintamente, senza peraltro negare che il lavoro dovrà essere più profondo nel caso di lividi di vecchia data. E che l’identità di genere femminile è tradizionalmente più complessa rispetto a quella maschile”.
Lei ha 41 anni, chi scrive 42. qual è l’errore più grosso che commettono gli adulti di oggi nell’educare i figli?
Credo che principalmente i genitori di adesso fatichino molto a offrire progetti di medio/lungo termine ai loro figli perché si sta vivendo nell’epoca del “tutto e subito”. E la mancanza di progettualità porta scarsa tensione verso il futuro e alla difficoltà nel costruire relazioni significative”.
Un’ultima curiosità: perché sulla copertina del libro è raffigurato un maglione roso “buttato” sopra un calorifero? Qual è il messaggio?
Non ho scelto io la copertina, ma l’ho comunque condivisa subito perché ho visto la volontà di proporre un oggetto banale e di uso comune come un calorifero che acquisisce un senso totalmente diverso se c’è un particolare che lo modifica, come questa “macchia rossa” (il maglione) che ai miei occhi incarna la violenza”.

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