5 agosto 2010

la Champa, Guatemala

Il rumore di camion che accelerano e che cambiano marcia in salita, mi sveglia. Marciano bolsi, a fatica. Vedo un cartello a bordo strada che mi dice che siamo sulla carretera atlantica. Una vera e propria autostrada ben asfaltata, con guardrail e segnaletica.
La carretera atlantica attraversa il paese e collega Puerto Barrios, a nord sul Mar Caraibico – golfo dell’Honduras a Puerto Quetzal sull’oceano Pacifico. Passando dalla capitale per un totale di 310 km.
E’ una carreggiata a tre corsie: due nella direzione Nord-Sud, cioè dagli Stati Uniti verso l’America Centrale e infatti è trafficatissima. L’altra corsia nel senso Sud-Nord, dal Guatemala verso i carabi e gli States, ha decisamente meno veicoli. Tra cui il nostro pulman, infatti noi stiamo andando a Nord. Per la verità dobbiamo andare ad Ovest, ma Cesar ha in testa il suo percorso.Ad un certo punto il pulman rallenta parecchio. ai lati della strada vedo parcheggiati diversi camion. Sono quelli con la motrice presente e il rimorchio raso terra portato da almeno otto ruote. Adesso stiamo proseguendo a passo d’uomo. Per strada c’è molta gente. Alcuni bambini si arrampicano sui cam
ion con in mano dei sacchetti di plastica o dei cesti coperti da una stoffa. Le donne invece, da terra parlano con gli autisti che non sono ancora scesi dal veicolo. Siamo alla Champa.
Nella Champa non ci arrivi, ti ci trovi dentro. La prima cosa cheti viene in mente sono i nostri autogrill, con tanto di distributore di benzina e il bar-supermercato. Ma qui, attorno a queste due strutture, è sorto un mercato. Di più, un paese in cui, per 365 giorni l’anno, 24 ore su 24, vivono almeno 1.000 persone. Hanno costruito delle baracche da cui si affacciano come statuine di un presepe. Poche assi, sembrano più dei ripari. Alcune davanti hanno un grosso braciere e su di un muretto espongono tegami fumanti che mostrano spezzatini di carne o verdure al pomodoro. Il distributore di benzina Texano è lo stesso di quelli che si vedono negli Usa. Molto largo, ampio, con tutte le strutture a misura di tir mastodontici. Sotto alle pensiline, come lillipuziani, si muovono decine di persone. Quelli di passagg
io che scendono dai mezzi pubblici, da auto, da carri e carretti, e da pic-up, e si fermano per far benzina, per riposarsi e fare uno spuntino. E quelli che invece alla Champa ci vivono, lavorano e muoiono. Questi offrono in vendita tutto il possibile e l’inimmaginabile a chi transita qui. Mi piacerebbe scendere e vedere. Ma gli altri stanno dormendo e il pulman sembra non sosti per far benzina. Lascio Lorenzo e mi siedo nel sedile dietro che è libero, così posso guardare dal finestrino.
“ E’ la prima volta che vedi la Champa?”La voce viene dal sedile dietro. Fatico a riconoscere una donna sotto ad una cuffia di lana scura calata sino ai sopraccigli folti che incorniciano un paio di occhi neri. Ha lineamenti occidentali, ed è minuta e magrissima. “La Champa per qualcuno è un’aldea a sé – dice -. Per altri invece è la parte peggiore di El Rancho. Il paese a dieci chilometri da qua.
Da li ogni mattina scendono decine di persone, donne e bambini con il loro misero carico di mercanzia da vendere: cicles, tamales, pesce del rio Motaguà. Alcuni stanno giù anche qualche giorno o qualche settimana. Ogni momento è buono per fare affari”.
“Ma come sai queste cose?”, chiedo e lei mi fa segno di passare dietro. Così faccio.
“Ci ho lavorato. Nella Champa ogni cosa ha il suo posto da anni. E non cambia, non può cambiare, è meglio non cambiare – la donna parla con scioltezza in un perfetto castigliano -. La c’è il supermercato Food Mart, aperto tutti i giorni, anche di notte. Dietro al Texano ci sono le prostitute, davanti c’è il comedor gestito da quelle che non possono più fare il mestiere. In fondo si gioca d’azzardo, adesso non c’è nessuno, ma soprattutto al pomeriggio ci sono i ragazzi che fanno i trucchi con i bicchieri e si scommettono soldi. Da quella parte ci sono tutte le officine: gommista, elettrauto, meccanico. La Campa è pur sempre un autogrill”.
“Ah autogrill…, anche in Italia si chiama così….”, dico perplessa.
Lei sorride e continua: “Ogni cosa ha il suo posto, così se ripassi la trovi subito senza perdere tempo”. E come se la donna con il berretto avesse fermato il filmato della vita là fuori. Prima era tutto confuso, ora vedo e distinguo: le prostitute che as
pettano i clienti, alcune sono sedute in braccio ad un giovane, forse il protettore. E poi le signore al comedor, la trattoria. E’ notte eppure sono occupate come se fossero le otto di sera. Stanno facendo il succo di canna da zucchero e ridono e scherzano. Forse sono pure un po’ brille. E poi vedo i venditori. In mano reggono una sorta di gruccia, a cui sono appesi dei sacchetti di plastica trasparente che lasciano intravedere pezzetti di melone, ananas e papaia. Ma soprattutto un frutto che ricorda una prugna.
“E’ il cocote. In Guate è molto diffuso e mangiato in vari momenti della giornata – mi spiega la mia interlocutrice che estrae dalla sua borsa un sacchettino -. Vedi quello verde che da sul giallo, lo mangi cosparso di sale. Quello arancione invece va spruzzato di lime. E poi quello marrone è mangiato così, perché è al massimo della maturazione”. E mi offre quest’ultimo che alla mia lingia ha il gusto di caco acerbo. Con l’allappo dell’intera bocca.
Un giovane venditore di frutta sta facendo affari è “assalito” da uomini, particolarmente bassi di statura, che sopra ad una camicia e un pantalone in tessuto multicolore, portano un grembiulino scuro ricamato a fiori.
“Chi sono?”, chiedo sempre alla donna.
“Sono di Chiquimula, mi sembra Maya Kekchi. Il loro pulman ha gli addobbi per partecipare alle cofradias (processione religiosa). Ce n’è una dopodomani ad Antigua. Vestono il costume locale, ci tengono molto perché è un modo per dichiarare pubblicamente di appartenere ad un’etnia. Anche in Europa qualche secolo fa era così, i francesi, gli inglesi tutti avevano il loro costume. Tu da dove vieni?
“Dall’Italia”.
“E cosa ci fai sul pulman per Coban?”.
“Stiamo facendo turismo io e i miei amici”.
La donna con il berretto dice che vuol tornare a dormire, che il viaggio è ancora lungo. Ritorno al mio posto, insieme alle mie domande. Continuo a chiedermi che lavoro possa aver fatto quella donna così sobria nel parlare, nel vestire. Con un viso pulito, dallo sguardo sereno.
Alle sei il nero della notte è diventato grigio. In fondo si scorge il rosa dell’alba. Stiamo percorrendo una strada sulla costa di una montagna. Giù si vede una piana circondata da piccoli vulcani. A pelo d’erba vagano sottili nuvole bianchissime.
Un cartello informa che siamo nella riserva naturale del biotopo.
Quello che stiamo attraversando è il biotopo del Quetzal.
È una foresta nebulare creata per proteggere il Quetzal l’uccello simbolo del Guatemala.
Ne rimangono pochi esemplari: con la scomparsa delle foreste tagliate e bruciate è scomparso anche il suo habitat.
Lo descrivono come una sorta di uccello lira, con una lunga coda verde e blu, piumaggio che abbelliva l’abbigliamento dei re maya.
Passiamo attraverso foreste di latifoglie, conifer
e, piante rampicanti.
E riconosci dai colori fosforescenti, moltissime orchidee.
I punti bianchi, sono la monja blanca, l’orchidea – fiore nazionale, i suoi petali bianchi carnosi e grandi come un fazzoletto illuminano l’ombra della foresta. Chissà che profumo hanno? Non lo saprò mai, il pulman non fa nessuna sosta. Non è una gita. E’ trascorsa un’ora e il paesaggio è decisamente cambiato. Il pulman adesso passa attraverso pendii verdissimi in cui pascolano delle mucche e girovagano dei cavalli. Sembra la Svizzera: pascoli ordinati e ville tipo chalet. Proseguendo si incontrano invece casette intonacate di bianco, che aumentano di chilometro in chilometro e diventano un paese che si chiama Tactic. Mi colpisce anche qui l’ordine e la pulizia nelle strade.
La donna che mi aveva spiegato la Campa si sta preparando ed è qualche sedile avanti per recuperare del bagaglio. Ci salutiamo scambiandoci un sorridente “Buenas dias”.
Dalla cuffia di lana scura ancora calata sulla testa si scorge un taglio di capelli che cerco ostinatamente nella memoria.
Il pulman ferma in piazza, di fianco ad una chiesa in classico stile coloniale dipinta in bianco e in rosa.
Dalla porta del pulman entra un’aria frizzante, anzi fredda. Qualcuno ne approfitta e apre i finestrini. Così posso sentire un vocio da fuori che dice in coro: “Bienvenida madre Teresa”: mi precipito al finestrino dei sedili di fianco a me. Tre suorine dall’abito nero come quello portato nel collegio delle Orsoline dove ho fatto le scuole elementari, stanno salutando la donna della Campa. Tutte e quattro salgono su di un auto e se ne vanno.


Carmen Morrone
“Le battaglie non finiscono quando si fermano”,
Luigi Ponzio e figlio - Editori in Pavia –
2005 - pag. 88-92

















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