2 agosto 2010

La lunga marcia dell'acqua diritto umano

Pubblichiamo questo articolo uscito su IL MANIFESTO, del 31 luglio, del Prof. Riccardo Petrella, scienziato politico ed economista, docente presso l'Università Cattolica di Lovanio(Belgio) e fondatore dell'Università del Bene Comune.


Finalmente l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato, con 124 voti favorevoli, 42 astenuti e nessun contrario, la risoluzione «Il diritto all'acqua potabile ed alla sanità», presentata da un gruppo di 35 paesi del sud del mondo, principalmente America latina, Asia ed Africa (e nessun paese dell'Unione europea).
L'iniziativa si deve ad Evo Morales, da sempre impegnato nella difesa dell'acqua come bene comune e del diritto ad averla, anche prima della «guerra dell'acqua» di Cochabamba.
Una delle prime iniziative che prese, dopo la sua elezione alla presidenza della Bolivia, fu quella di nominare un ministro dell'acqua e di far iscrivere il diritto all'acqua nella nuova Costituzione.
Successivamente, ha presentato la proposta di far approvare sul tema una risoluzione da parte delle Nazioni Unite in occasione della Conferenza mondiale dei popoli sul cambio climatico e i diritti della Madre Terra da lui promossa nel marzo 2010, allo scopo di elaborare un piano globale di azione per la salvaguarda della vita dei popoli e della Madre Terra, di fronte al fallimento delle proposte e dei negoziati imposti dai potenti del Nord.
Dei tre punti contenuti nella risoluzione approvata dall'Agenzia delle Nazioni Unite, quel che conta è il primo che dice: «...dichiara il diritto all'acqua potabile e sicura ed ai servizi igienici un diritto umano essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani».
Il secondo, poco innovativo, si limita ad invitare gli Stati e le organizzazioni internazionali a fornire risorse finanziarie e favorire trasferimenti di tecnologie, nell'ambito della cooperazione internazionale, a favore dei paesi in via di sviluppo. Il terzo è di natura tattica: la risoluzione afferma di sostenere i lavori in corso del relatore speciale sul diritto all'acqua del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti umani.
Il primo punto è, però, già sufficiente per considerare la risoluzione come un fatto storico importante, un significativo passo in avanti sul cammino dell'accesso all'acqua potabile per tutti.
Trattandosi di una risoluzione non vincolante, essa non ha alcun valore giuridico costrittivo.
Gli Stati e le organizzazioni internazionali non derivano da essa alcun obbligo.
Possono letteralmente ignorarla.
Non sarebbe, peraltro, né la prima né l'ultima volta che, soprattutto gli Stati forti e grandi, ignorano le risoluzioni dell'Onu, comprese quelle vincolanti.
È evidente però che dopo 62 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, il diritto all'acqua è per la prima volta formalmente riconosciuto dall'autorità politica mondiale più importante.
Gli Stati potranno continuare a non rispettare il diritto umano all'acqua, ma esso è ormai è introdotto nel patrimonio mondiale dei principi.
Il «progresso» della civiltà umana si fonda sempre sull'affermazione di princìpi.
Senza princìpi non c'è «stato di diritto», non c'è giustizia né libertà.
La storia dimostra che, una volta affermati, essi danno agli esseri umani una grande forza emancipatrice, una legittimazione inalienabile, un potere di lotta e di rivendicazione che nessuna «potenza» può, nel lungo termine, cancellare o indebolire.
Prima o poi il principio sarà realizzato.
Per questo i princìpi fanno paura ai dominanti.
La risoluzione riflette ancora una volta una forte divisione tra Nord e Sud.
L'iniziativa è stata presa dal Sud e sostenuta da 35 paesi di cui 33 del Sud.
Tra i 41 paesi che si sono astenuti figurano gli Usa, il Giappone, il Canada, Israele, l'Australia e, beninteso, il Regno Unito, cui si aggiungono altri 15 paesi dell'Unione europea tra i quali la Svezia, la Danimarca, i Paesi Bassi, l'Austria, la Polonia, la Repubblica ceca.
La stragrande maggioranza dei sì è formata dai paesi dell'America latina, dell'Africa e dell'Asia (il gruppo Bric: Brasile, Russia, India e Cina - tutte assieme circa 2,8 miliardi di persone - ha votato a favore).
Solo undici paesi dell'Ue hanno votato sì, e tra essi anche l'Italia (una sorpresa che pone qualche interrogativo) e la Francia (un voto molto mistificatore).
Nessuna «sorpresa» invece per il voto positivo del Belgio, della Germania, della Norvegia, della Spagna e, fuori dell'Ue, della Svizzera.
A molti fra i potenti del Nord non piace che si possa e debba parlare di diritti, in particolare dei diritti collettivi, fondamentali, implicanti una responsabilità sociale «collegiale» e relativi a beni comuni.
Cosa può significare, ora, la risoluzione dell'Onu per l'Unione europea (alla luce anche del voto difforme tra gli Stati membri)?
Per la Commissione europea, che in questi ultimi anni ha apertamente preso posizione a favore della mercificazione dell'acqua ed espresso con forza la propria preferenza per l'inclusione dei servizi idrici tra i servizi di rilevanza economica e quindi disponibili al mercato, la risoluzione suona come uno schiaffo politico e morale.
La vita, dice l'Onu, non è una merce.
La risoluzione dovrebbe incitare la Commissione a ridurre il suo disprezzo - fin qui crescente - per i diritti umani e per i beni comuni.
Per il Parlamento europeo, invece, che ha adottato, a partire dal 2003, diverse risoluzioni in favore del diritto umano all'acqua, essa dovrebbe condurlo a rinforzare la sua pressione in questa direzione.
Penso, in particolare, alla revisione della politica dell'acqua nei confronti dell'Africa, all'esclusione dei servizi idrici dai negoziati commerciali bilaterali e Omc, all'abbandono dei Mbi (Market Based Instruments) come chiave principale per la promozione dello sviluppo durevole e per la lotta contro la siccità, le inondazioni ed il cambio climatico in seno all'Ue. Insomma, un altro passo importante di una lunga marcia.

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