30 marzo 2011

Eccidio di Dos Erres: in carcere dopo 29 anni

Nel 1982 venne sterminato un intero villaggio Maya. A farlo 16 militari, nove dei quali erano ancora a piede libero. Fino al 24 marzo, quando un altro colpevole è stato assicurato alla giustizia di un paese che non dimentica I guatemaltechi non dimenticano e l'impunità legata ai crimini commessi durante la guerra civile (1960-1992) si avvia e lenti passi verso la fine. È del 25 marzo l'ultimo arresto in relazione a una delle stragi più efferate della dittatura: l'eccidio di "Dos Erres", nel quale vennero uccisi 252 indigeni Maya. Era il 1982 e da allora sono stati arrestati solo sette dei sedici responsabili. Il settimo è appunto un militare, rintracciato e arrestato Quezaltepeque, Chiquimula, un paesino a 170 chilometri a est della capitale. Lo rende noto Famedegua, l'associazione dei familiari delle persone prese e scomparse in Guatemala, parte civile nel processo. Si chiama Daniel Martínez Méndez ed era un vice-istruttore dei Kaibiles, un gruppo scelto di contro-insurrezione dell'Esercito. Con altri 15 compagni commisero una delle peggiori azioni in 36 anni di una guerra che, secondo i dati delle Nazioni Unite, ha lasciato dietro di sé quasi 200mila vittime, fra morti e desaparecidos. Tutto accadde fra il 6 e l'8 dicembre 1982: uomini, donne e bambini vennero violentati, torturati e assassinati dai soldati. In quel tempo, nella zona era molto radicato il movimento guerrigliero Forze armate ribelli (Far), tanto che l'Esercito rispose con un programma molto violento di indottrinamento della popolazione, che si ritrovò a vivere tra due fuochi. Fu così che i militari decisero di costruire un distaccamento a Las Cruces, nei pressi di Dos Erres, giurisdizione del municipio La Libertad e costrinsero tutti gli abitanti a versare denaro dietro minaccia. Questo per sette anni. La gente era costantemente sorvegliata e le morti violente si sprecavano. A complicare il tutto, bande paramilitari riunite nelle Patrullas de Autodefensa Civil (Pac), che aiutavano l'esercito. Nel febbraio 1982, con un colpo di stato, arrivò al potere il generale José Efraín Ríos Montt, che ordinò una ferrea reazione alla guerriglia cominciando con il mettere a ferro e fuoco le province in cui questa era più radicata. Dopo soli tre mesi, gli omicidi di massa si sprecavano. Molti villaggi vennero rasi al suolo. Una strategia che venne subito battezzata "terra bruciata" e che si tramutò in gigantesche violazioni dei diritti umani. Il 6 dicembre toccò a Dos Erres. Un branco di uomini armati buttò giù dal letto donne, uomini e bambini. Ogni strada venne bloccata e chiunque tentò di passare venne catturato. L'intera comunità fu massacrata. Molti dei corpi vennero gettati in un pozzo di dodici metri. A decidere l'eccidio, l'ufficiale Carlos Carías López, allora comandante del distaccamento militare de Las Cruces. Dalla ricostruzione fatta dalle varie associazioni di familiari delle vittime e Ong in difesa dei diritti umani, pare che il gruppo scelto, appoggiato da truppe locali, partì da Santa Elena alle dieci di sera in particolari automezzi in apparenza non appartenenti all'esercito. Tutti i soldati erano in borghese. L'intento era non farsi intercettare dalla guerriglia e confondere i civili. Tutti indossarono una fascia rossa legata al braccio destro, in modo da riconoscersi nel momento dell'attacco. Alle due erano a Dos Erres. Non appena tutti gli abitanti furono radunati, iniziarono a torturare gli uomini. Un ufficiale violentò un bambina. Erano le tre e mezza della notte. Alle otto del mattino arrivò l'ordine di uccidere tutti. Alle due del pomeriggio iniziò il plotone d'esecuzione. I primi a venire fucilati furono i bambini. Un bebè di quattro mesi venne lanciato vivo nel pozzo. Gli adulti assistevano rinchiusi nella chiesa protestante. Alcune bambine di dodici e tredici anni vennero prima violentate. Quindi fu la volta delle donne. Per ultimo gli uomini. Appena il pozzo fu pieno di corpi venne ricoperto di terra. Poco importava se dentro qualcuno respirava ancora. Erano le cinque del pomeriggio. Gli altri furono finiti in altri due posti non lontano da lì. Per loro niente fossa comune, vennero lasciati sotto il sole. Ancora otto persone responsabili di tanto orrore sono a piede libero. Ma la voglia di giustizia dei guatemaltechi avrà la meglio. Nessuno potrà dimenticare. E nessuno si darà pace fino a che ognuno dei sedici assassini non sarà condannato in tribunale.

Stella Spinelli

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