20 marzo 2011

Una mano lo tocca e lui si lascia maneggiare, come un pupazzo di stracci.

Una mano lo tocca e lui si lascia maneggiare, come un pupazzo di stracci.
Non si sveglia.
Senza maltrattarlo, la mano si appoggia con maggiore forza e lo scuote.
Apre gli occhi.
Ritorna da un mondo buio, in cui si agitano delle figure.
Apre gli occhi ed entra nell’oscurità fredda della capanna, dove il fuoco, appena acceso, crepita nel verde della legna.
Sua madre è inginocchiata davanti al fuoco, che si attacca ai legni come un vento che appare e scompare.
Il padre si allontana non appena lo vede sveglio.
Bisogna uscire in cortile, lavarsi con acqua gelida, asciugarsi fra i brividi, vestirsi.
Al solo pensiero, sente un tremito.
Alla fine si alza.
Esce incontro all’oscurità.
Un gallo canta lontano.
È ancora notte.
Cammina nel cortile fino a dove iniziano gli alberi.
Comincia a orinare.
Un lungo getto caldo traccia un arco prima di cadere a terra, in un punto che non riesce a vedere. Ode quella specie di innaffiatoio e gli sembra un rumore che non ha niente a che vedere con lui.
Non finisce mai.
Guarda verso l’alto, per distrarsi.
Le stelle sono fisse nel cielo, con il loro tremolio.
Ne ricorda i nomi, le costellazioni.
Il piccolo getto di orina si assottiglia.
Un altro po’.
Basta.
Ritorna verso la casa e, tremante di freddo, si spoglia vicino alla pila.
Con la scodella si butta un po’ d’acqua sui piedi.
È gelata.
Gli viene la pelle d’oca e decide di rovesciarsi in un colpo solo una scodellata d’acqua sulla schiena.
Gli si mozza il respiro.
Cerca di riprendere fiato, un’altra scodellata lo mette a posto.
Adesso si rovescia l’acqua sulla testa.
È meno fredda.
Un’altra scodellata.
Si asciuga rapidamente.
Con movimenti vigorosi, soprattutto i capelli, perché non gli venga il raffreddore.
Entra in casa e si veste.
Sua madre gli passa una ciotola con del caffè.
È bollente.
Se lo beve a poco a poco, mentre mastica una tortilla dura, di quelle di ieri.
Suo padre,accoccolato vicino al fuoco, non parla.
Per il riflesso la sua faccia sembra quella di un anziano.
Rossa.
Ha un fazzoletto legato intorno alla testa.
Sta per mettersi il cappello.
Si alza e prende il machete.
Benito fa la stessa cosa.
La madre li accompagna alla porta.
I fratelli più piccoli dormono ancora.
La notte persiste.
Non vuole albeggiare.
Il cane li aspetta in mezzo alla strada.
Gli altri suoi compagni latrano nel buio, accompagnando chi si alza a quest’ora per andare al campo.
Il gallo canta di nuovo, come se lo strozzassero.
Benito e suo padre incominciano a camminare.
“ Addio tata “, dice la madre.
“ addio nana “, risponde il padre.
“ Addio nana “, dice Benito.
Sembra che non ci sia nessuno.
Nel buio il freddo è opprimente.
Il cane gironzola intorno a loro, si infila fra le gambe, salta, vuole giocare.
Benito ride e gli sferra un calcio.
Il cane lo schiva e corre via.
Torna indietro con un balzo per urtare le gambe del bambino.
Poi salta indietro.
Li supera di nuovo e si ferma davanti a loro, come in attesa di un incitamento.
“ Che cane idiota “, dice il padre.
“ Meno male che è di compagnia. Altrimenti a che servirebbe? “
“ Per i ladri. “
“ E cosa diavolo ci potrebbero rubare? “
Nel frattempo hanno incrociato degli uomini, che li salutano togliendosi il cappello.
Anche loro si tolgono il cappello di paglia, che servirà dopo, quando il sole sarà alto.
Vanno tutti ai loro appezzamenti, tutti con il machete, con qualche attrezzo particolare i più ricchi o i più fortunati.
Benito ode i suoi passi corti che seguono sull’acciottolato quelli del padre.
Quei sassi sono li da sempre e, quando è stagione di piogge, spuntano fra loro delle erbacce.
Poi passano i cavalli, passano i cani, passa la gente, e le piantine vengono schiacciate, poi il calore le vince e diventano polvere.
All’improvviso inizia ad albeggiare.
Nel buio, qualcosa si vedeva.
Adesso, con la luce che preme per uscire con il suo carico prezioso da sopra le montagne, non si vede niente.
Una linea bianca si disegna sopra il Santo Monte.
In alto, il cielo sta diventando lilla.
Le stelle iniziano a svanire.
Vedere la luce e sentire più freddo è tutt’uno.
La linea di luce scompare e, al suo posto, un bianco splendore preme per uscire da dietro il monte.
In alto, il cielo è ormai arancione.
Dura pochissimo.
Passa subito al rosso e poi rischiara, rischiara con forza sulla terra, l’aria si fa cristallina come d’acqua, si fa un po’ più fredda quando si respira, le case prendono forma, i tetti diventano marroni, le pareti grigie, ed ecco un altro chiarore più intenso ed è il giorno che comincia a splendere sul sentiero, mentre ormai il villaggio è lontano, con il suo schiamazzo di galli.
Per andare al campo devono prendere un viottolo.
Non ci sono strade a San Andrés.
Solo viottoli.
Il padre salta la cunetta e imbocca il sentiero che si vede a malapena, fra la boscaglia.
Benito salta subito dopo e per poco non scivola.
Sente il sole sulla nuca arrossata. Si accomoda il cappello.
Davanti c’è il cane.
Dietro, il padre.
Dietro, Benito.
Si perdono fra radure e campi di granoturco, fra il verde e il giallo, fra i quadrati terrosi degli appezzamenti coltivati.
“ tu ti fermi qui “, gli dice il padre.
Benito si immerge nel campo di granoturco, per spaventare gli animali che non rispettano l’alimento dell’uomo.
Il padre va oltre, a coltivare il terreno che ha in affitto.
Benito si addentra tra gli steli verdi.
Ha la fionda e alcune pallottole di fango, nel caso che qualche uccellino si faccia avanti con l’intenzione di becchettare le pannocchie.
Se non lo colpisce, almeno lo spaventerà.
Ha sete.
Fa un piccole ci si siede sopra, all’ombra precaria e mutevole di una pianta grassa.
Si bagna le labbra con l’acqua della zucca.
Aspetta che arrivi mezzogiorno, quando la madre passerà a prenderlo e andranno da suo padre, nel campo degli Uribe.
Allora si metteranno a sedere sotto l’avocado, con le tortillas calde, l’acqua fresca della zucca, e un po’ di peperoncino.
Il momento più bello della giornata.
Intanto il sole iniziava a salire i gradini del cielo.

Dante Liano
Da “ Il mistero di San Andrès “, Sperling&Kupfer Editori, 1998, pag. 15-18


Tata: letteralmente, “ papà “. Ma in alcune regioni dell’America latina è usato anche come allocutivo maschile di rispetto.
Nana: “ madre “, “ mamma “. Come allocutivo di rispetto, si usa per tutte le donne anziane.




Dante Liano
Il mistero di San Andrès
Sperling & Kupfer Editori


Il mistero di San Andrès è una narrazione di ampio respiro che riprende le forme tradizionali del romanzo storico per raccontare la magia dell'antica saggezza dei maya guatemaltechi attraverso le vicende di Benito Xocop, il cui doppio nella natura è un giaguaro, animale agile e coraggioso.

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