4 marzo 2011

Yunus, il banchiere che non si presta

Ci vuole quel magnifico caso che è la vita perché nello stesso giorno il «banchiere dei poveri» Muhammad Yunus venga cacciato dalla sua banca - a 70 anni non vuole andare in pensione - e il Financial Times apra la sua la prima pagina con la notizia che i primi dieci fondi speculativi della terra - i cattivi maestri delle operazioni ad alto rischio - stracciano in profitti le grandi banche mondiali. Yunus guida Grameen, una banca stranissima: presta soldi a chi non li ha invece che a coloro che li hanno. In Bangladesh, dove è nata la sua - ripetiamo - stranissima banca, la legge prevede che Yunus ora vada in pensione. Lui compirà 71 anni il prossimo 28 giugno e il governo, socio al 25%, gli ha chiesto di farsi da parte. In Italia si direbbe un arzillo vecchietto, che pure non sfigurerebbe nel salotto della nostra mediamente più attempata finanza. Ma età a parte, il governo del Bangladesh avrebbe tirato fuori dal cassetto accuse buone per molte stagioni: Yunus non avrebbe pagato le tasse e avrebbe sfruttato la sua banca per acchiappare clienti facendo pagare loro interessi troppo alti. Va aggiunto che Yunus è sicuramente un personaggio scomodo e infatti l'ex commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani, Mary Robinson, ritiene che la premier bengalese vorrebbe toglierlo di mezzo dopo l'annuncio del banchiere (non portato a termine) di creare un partito per contendere la leadership del paese.
Yunus ha fatto la sua fortuna ma soprattutto quella di migliaia di poveri contadini con il microcredito.
L'idea è di quelle che farebbero impallidire anche i creativi hi-tech di Google o di YouTube: una banca che non esiste, che presta denaro a persone senza garanzie che non siano quelle della propria povertà accertata e del proprio lavoro.
Comincia nel 1976 nel villaggio di Jobra, vicino Chittatong, nel sud del Bangladesh, dove insegna economia. Convince una banca locale a prestare 27 dollari americani a un gruppo di donne, che così hanno la possibilità di ricostruirsi una vita. Siamo nel paese più povero del mondo, ancora sconvolto dalla carestia del 1974. La cosa funziona, il microcredito viene esteso, i numeri sono da leggenda e nessuno li smentisce: oltre l'80% dei villaggi del paese vi accede, il 97% che li ottiene sono donne. Perché? Senza aspettare l'8 marzo, «le donne gestiscono meglio i soldi», spiega il banchiere.
Oggi Grameen Bank, la banca rurale, ha filiali in tutto il mondo, compreso città ricche come Chicago, dove la povertà sa essere altrettanto feroce. Il modello del sistema del microcredito è stato copiato ovunque e milioni di persone hanno ritrovato un pezzo di vita. Anche lì dove ci fosse lo stato sociale, il microcredito dà la possibilità di andare oltre la sopravvivenza e di provare a ricominciare. Si capisce perché a Yunus venga dato nel 2006 il premio Nobel per la pace e non per l'economia. Nel pieno della recente crisi finanziaria, la banca più strana del mondo non va nemmeno in default. Abbiamo ancora negli occhi il fallimento di Lehman Brothers, la banca d'affari simbolo di un certo modo di esserlo, con i dipendenti che una mattina di settembre del 2008, scatoloni stretti al petto, escono in ciabatte dalla sede di marmi e vetro di Manhattan. Colpa di titoli tossici e di troppi prestiti inesigibili. Chi contratta il microcredito a uno sportello di Grameen, invece, sa che dovrà restituire il piccolo prestito non fra chissà quando, ma un po' alla volta a settimana. Un modo per impegnarsi di più nel proprio lavoro, con obiettivi a breve e tangibili. Yunus la racconta così a un direttore di banca tradizionale: «I più poveri dei poveri lavorano dodici ore al giorno; per guadagnarsi da mangiare devono vendere i loro prodotti. Non c'è ragione perché non vi rimborsino, soprattutto se vogliono avere un altro prestito che consenta loro di resistere un giorno di più. E' la miglior garanzia che possiate mai avere: la loro vita».Un discorso eversivo. Nel 2002, la bibbia della finanza mondiale, il Wall Street Journal, in un lungo articolo accusa la banca rurale di avere in casa almeno il 19% dei prestiti insoluti. Nel dicembre scorso, il ministro norvegese dello sviluppo internazionale Erik Solheim sostiene che Yunus avrebbe dirottato parte dei soldi di Grameen in altre settori della rete finanziaria del gruppo. Yunus non molla di un centimetro, ribattendo che sono tutte falsità. Eppoi non ha nemmeno un avvocato nella sua banca. A che servirebbe?


IL MANIFESTO, 3 marzo 2011

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